Tè

Volevo fare un po’ di vacanza, ma una segnalazione mi ha risvegliato dall’assopimento dei giorni tra Natale e Capodanno. In compenso è in vacanza forzata (con malanno stagionale) la nostra brava Noemi che di solito corregge ogni mia svista, quindi siate buoni con gli errori e le sviste ortografiche, se ce ne sono è colpa mia, se mancano è merito di Thunderstruck che ha riletto dopo di me.

Il Giornale su Gli Occhi della Guerra del 28 dicembre 2017 titola così:

Quel tè cancerogeno dalla Cina che viene venduto anche in Europa

Bevo molto tè, mi sono preoccupato e sono andato di corsa a leggere. L’articolo in realtà non è una denuncia vera e propria contro la Cina ma più un attacco all’Unione Europea. Attacco fatto sfruttando materiale vecchio di un anno, tenuto probabilmente in caldo in attesa di poterlo riutilizzare al meglio. Partiamo dall’inizio, la ragione dell’articolo de Il Giornale è il fatto che sul sito dell’Unione dedicato agli scambi commerciali il 5 settembre (curioso che Il Giornale attenda il 28 dicembre) viene pubblicato un articolo dove viene spiegato come gli scambi commerciali tra Cina ed Europa godano di ottima salute. Come potete immaginare dal titolo de Il Giornale ovviamente questi accordi commerciali non sembrano buona cosa. Ritengo sia interessante notare come l’argomento venga portato avanti evitando attentamente di mostrare dati e analisi fornite dall’Unione. Dati che spiegano che la Cina è il nostro più importante partner import-export, ma che al tempo stesso mostrano come nel complesso bilancio tra importazioni ed esportazioni internazionali l’Unione Europea abbia comunque un saldo positivo. Esportiamo più di quanto importiamo, e questo è decisamente positivo per la nostra giovane UE.

Il tè cancerogeno, fonte dell’affermazione?

Ma procediamo oltre, il Giornale fatta la sua premessa arriva al nocciolo, lo scandalo del tè cancerogeno:

Lo ha rivelato un ex manager dell’industria agroalimentare francese, Christophe Brusset, all’interno del libro “Siete pazzi a mangiarlo!”, uscito nell’ottobre 2016 ed edito da Piemme. Il manoscritto rappresenta una sorta di confessione/denuncia fatta dall’autore contro l’industria dell’agroalimentare francese, ed in generale europea, che avrebbe chiuso più di un occhio sulla qualità delle importazioni cinesi proprio in nome del business sopracitato.

“Per quasi vent’ anni ho lavorato per grandi aziende del settore agroalimentare, molto note e tutte ampiamente fornite di certificazioni e marchi di qualità, ma la cui etica era solo di facciata. Per queste società, il cibo non ha nulla di nobile: si tratta unicamente di un business, di un mezzo per fare soldi, sempre più soldi. Potrebbero fabbricare altrettanto bene, o altrettanto male, pneumatici o computer”, così parla Brusset all’interno del libro, delegittimando in un colpo solo tutte le certificazioni di qualità che hanno rassicurato fino ad oggi i cittadini europei.

Quindi quanto sostengono nel titolo è materiale di un libro, un libro denuncia pubblicato da oltre un anno in Italia. Un libro che però non porta nessuna prova verificabile delle proprie accuse, come fanno le tante trasmissioni televisive di cui spesso ci occupiamo. Perché dovremmo credere a Brusset quando abbiamo visto quante panzane ci vengono propinate ogni volta che leggiamo “attenti a questo o a quell’altro” da parte di abili giornalisti (o pubblicisti) freelance?

Brusset nel suo libro non fa un singolo nome. Ovvio, ha paura di ripercussioni legali!

Perdonatemi, ma se sto raccontando una verità dimostrabile (lui parla chiaramente di prodotti contraffatti e di come sia possibile la contraffazione, ma evita di citarne i marchi) davanti a una querela va dimostrato che io abbia raccontato il falso. Quindi va bene tutelarsi, ma se i fatti che racconta sono veri e riguardano davvero l’industria alimentare europea vanno denunciati alle autorità, con nomi e cognomi. Sono buono, posso giustificare la mancanza dei marchi nel libro, ma in contemporanea alla pubblicazione (o addirittura prima) se sei davvero una persona che ha a cuore il bene della gente devi fare regolare denuncia all’equivalente dei NAS francesi. A oggi di questa denuncia non c’è traccia da alcuna parte. Ma il libro viene continuamente spinto con articoli promozionali come quello del Giornale.

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Il libro di Brusset è risultato così interessante che non ne è stata fatta un’edizione in inglese. Lo si trova solo in francese, italiano e spagnolo. Ma state tranquilli, arriverà il momento per la traduzione inglese, non ho dubbi. Basta che anche la stampa anglofona si accorga di questo capolavoro di denuncia per poter finalmente incassare soldini anche al di là dell’oceano. Sia chiaro, sono sicuro che tutti i trucchi che Brusset racconta siano esistiti, sono sicuro che ci siano aziende che li abbiano messi in atto, ma senza sapere quali e dove operano/vendano è allarmismo senza fondamento. Vedete, Brusset parte col suo libro da uno scandalo ben noto alle cronache, la carne di cavallo nei ravioli di carne di manzo venduti in UK e Irlanda. Lo scandalo del 2013 portò a un’attenta analisi su tutto il territorio europeo. Le indagini portarono a identificare la catena di “colpevoli”: la carne di cavallo arrivava (correttamente etichettata) da un macello in Romania, che forniva la carne a un’azienda con sede a Cipro ma operante in Olanda, di proprietà di una holding delle British Virgin Islands. Fino a qui la carne era etichettata correttamente, secondo gli investigatori a questo punto la carne veniva venduta alla Spanghero (azienda francese), rietichettata e ceduta come carne di manzo. Spanghero sostiene non sia così, ma non è compito nostro puntare il dito. Quindi stiamo parlando di carni prodotte e nate all’interno del territorio europeo, vendute e lavorate da aziende operanti in Europa, manipolate dalle stesse. Cosa avrebbe questo a che fare con i prodotti cinesi? Nulla, ma è da lì che Brusset parte con la sua denuncia priva di nomi e colpevoli.

Nessuna traccia digitale

Di Cristophe Brusset non esiste traccia online prima della presentazione del libro, non è dato sapere per chi abbia lavorato, qualche bio riporta come data di nascita il 1970, quindi sarebbe poco più anziano di me. Io capisco avere una vita riservata, fino al 2014 anche io cercavo di tenere un profilo molto basso online. Ma anche cercando di avere un profilo basso e senza essere un “segretario generale di un grande gruppo agroalimentare internazionale” mi è stato impossibile risultare inesistente online. Una traccia l’ho lasciata anche prima di BUTAC. Brusset non esiste, va bene non pubblicare i nomi delle aziende (no, non va bene ma fa lo stesso) ma perché lui non risulta da alcuna parte? Quali sono le credenziali per cui ha più credibilità di un qualsivoglia signor nessuno (come sono io)? Chi ha verificato le sue credenziali? L’editore francese? Quello italiano? O si è scelto comunque di pubblicare un libro senza avere certezza alcuna della sua fonte? Altri per molto meno hanno rischiato di rovinarsi una carriera (per chi ha Netflix consiglio la visione del docu-film Voyeur che anche se non sembra parla di etica e giornalismo, con un’immagine di chiusura che ritengo emblematica).

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Il Fatto Alimentare si era occupato del libro di Brusset, con una recensione che si conclude così:

…non dimentichiamo che in Europa i controlli e la legge in campo alimentare sono tra i più stringenti e precisi.

La “confessione-denuncia di un insider delle multinazionali” resta proprio questo: un libro confessionale, in cui si citano i casi eclatanti, che destano stupore, senza però mai esporsi troppo, senza documentazione, senza nomi di prodotto o di aziende. Dietro un titolo così eclatante si scopre un libro poco interessante.

Concludendo

Ho il dubbio che se andassimo a fondo salterebbe fuori che i pesticidi a cui si fa riferimento nel titolone del Giornale siano gli stessi del grano canadese, perché gira che ti rigira la faccenda è sempre la stessa: raccontare storie, non importa se siano verificate o meno, basta metterci un po’ di enfasi, calcare la mano su certi fatti omettendone altri, basta che portino acqua al proprio mulino. Che oggi dice no all’Unione e no alle importazioni, in logica protezionistica dei prodotti dell’italico suolo.

Del libro denuncia di Brusset hanno parlato tantissimi giornali italiani da quando è stato pubblicato nella nostra lingua, e su nessuno di questi ho trovato il benché minimo tentativo di approfondire questa “denuncia” e il suo autore. No, tutti, di qualsivoglia schieramento, hanno riportato comunicati stampa o resoconti di presentazioni, quasi come se l’unica cosa importante fosse spingerne le vendite, non informare il lettore.

Peccato finire l’anno così, ma come mi ricordate sempre voi che ci leggete con costanza…

maicolengel at butac punto it

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