Negli ultimi tempi abbiamo visto svariati usare questa parola, è successo anche a noi, pur non amandola. Purtroppo però tra i tanti che la usano pochi hanno ben presente cosa si intende, a cosa ci si riferisce e come è stato fatto lo studio.

Dico purtroppo perché poi ci troviamo davanti ad articoli dove si sostengono numeri che nulla hanno a che vedere con la ricerca dell’OCSE, o ancor peggio si vedono soggetti che evidentemente rientrano nella casistica cercare di dare un significato a questa strana percentuale.

Ma prima di tutto, per i tanti che non hanno evidentemente le idee chiare:

Cos’è l’analfabetismo funzionale?

Sono troppi quelli che sentendo questa parola si inalberano, limitandosi a capire il senso del termine analfabeta, no, non siamo un popolo di analfabeti, è da decenni che l’Italia ha superato quel gap, l’analfabetismo e l’analfabetismo funzionale non sono la stessa cosa. Nel primo caso si parla di persone che non sappiano leggere, e in Italia, almeno secondo le statistiche sappiamo leggere (scrivere è un’altra storia).

Wiki ci viene in soccorso per una definizione breve di analfabetismo funzionale:

Si intende l’incapacità di un individuo di usare in modo efficiente le abilità di lettura, scrittura e calcolo nelle situazioni della vita quotidiana.

Quindi un’analfabeta funzionale è sotto determinate soglie in tre campi ben precisi. Campi che vengono definiti da una ricerca (che potete trovare nella sua versione dedicata all’Italia, in versione completa, qui). Le premesse dello studio sono importanti:

Il notevole impatto delle competenze su vari aspetti cruciali della vita umana è sempre più considerato rilevante dalle Istituzioni Nazionali, dai decisori e dalla comunità scientifica ai fini delle politiche educative, formative e del lavoro. Queste ragioni rendono prioritario ed urgente comprendere da una parte il reale possesso di competenze nella popolazione di ogni Paese e quali sono i processi di acquisizione e sviluppo delle competenze, dall’altra il loro effetto sui diversi risultati economici, sociali e personali. L’utilizzo sempre più esteso delle nuove tecnologie nei vari settori e la globalizzazione aggiungono inoltre una forte pressione nel trovare politiche adeguate a garantire che le persone abbiano le competenze necessarie per vivere e lavorare nelle società del XXI secolo.

Quindi lo studio è fatto proprio per verificare che competenze abbiamo e se siamo in grado di vivere e lavorare nella società attuale, e i risultati non sono proprio eccelsi per il nostro paese.

Ma procediamo nell’analisi della ricerca. Queste le domande a cui l’OCSE cercava di dare una risposta:

  • Qual è il livello medio delle competenze detenute dagli adulti di un Paese rispetto a quello degli altri Paesi?
  • Quale percentuale della popolazione è caratterizzata da bassi livelli di competenze? – in termini più puntuali come si distribuiscono le competenze fra diversi sottoinsiemi quali genere, fasce di età, aree geografiche o status?
  • Esistono gruppi sociali particolarmente vulnerabili in termini di competenze? – qual è la natura ed il livello delle competenze richieste dalle organizzazioni di lavoro? – come si distribuiscono le competenze professionali rispetto ai diversi livelli di scolarizzazione e fra i diversi Paesi?
  • Vi sono componenti del tessuto sociale cui l’attuale sistema educativo non è in grado di fornire una formazione adeguata alle esigenze del mercato?
  • Esistono livelli di studio in cui il concorso alla formazione delle competenze appare inadeguato?
  • Qual è il livello delle competenze per chi abbandona gli studi nelle fasi iniziali? – chi sono coloro che partecipano alla formazione per adulti? E chi di converso è escluso dal sistema di formazione per adulti?

Una bella sfilza di domande importanti direi, domande a cui era necessario dare una risposta. 27 sono i paesi che sono stati analizzati, e i risultati finali sono deprimenti. L’Italia è in ultima posizione.

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Ma è importante a questo punto capire su che campi si siano concentrati per arrivare a definire le percentuali per i vari stati, anche qui ci viene in aiuto il documento ufficiale (che a una prima occhiata pochi hanno letto nella sua interezza):

L’indagine valuta, attraverso test, la competenza di adulti in due domini di competenza relativi ai processi di elaborazione delle informazioni (definite information processing skill) essenziali per la piena partecipazione alle economie basate sulla conoscenza e alle società del 21° secolo: literacy e numeracy:

  • La literacy è definita come: “l’interesse, l’attitudine e l’abilità degli individui ad utilizzare in modo appropriato gli strumenti socio-culturali, tra cui la tecnologia digitale e gli strumenti di comunicazione per accedere a, gestire, integrare e valutare informazioni, costruire nuove conoscenze e comunicare con gli altri, al fine di partecipare più efficacemente alla vita sociale”;
  • La numeracy è definita come “l’abilità di accedere a, utilizzare, interpretare e comunicare informazioni e idee matematiche, per affrontare e gestire problemi di natura matematica nelle diverse situazioni della vita adulta”.

Quindi quando si parla di analfabeti funzionali ci si riferisce a soggetti che non hanno capacità sufficienti per l’elaborazione di determinate informazioni. Per semplificare dico sempre che un analfabeta funzionale non è in grado di capire un contratto di lavoro o il senso di un editoriale su un giornale. Sa leggere, sa fare di conto, ma non sa applicare tali competenze alla realtà e utilizzarle quando e come servono, quindi le sue competenze (anche se in possesso di diplomi scolastici di qualsivoglia livello) sono estremamente ridotte.

Questo qui sotto è il grafico con i paesi che hanno preso parte all’indagine del 2012:

Per quanto riguarda la literacy, quindi la comprensione del testo, siamo in ultima posizione, dietro la Spagna, in testa il Giappone, seguito da Finlandia, Belgio, Paesi Bassi, Svezia, Danimarca, Norvegia e così via.

Per quanto riguarda la numeracy siamo in penultima posizione, davanti alla Spagna… EVVIVA! No, non c’è davvero nulla da ridere, sotto la media calcolata dall’OCSE stanno paesi come Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Australia, tutti più in alto di noi in classifica, ma comunque anche loro in posizioni preoccupanti.

In Italia il progetto ALL, promosso dall’OCSE, sosteneva che nel 2003 ci fosse un 47% di analfabeti funzionali nella fascia di popolazione che va dai 16 ai 65 anni.

Le indagini svolte sulla situazione italiana nel 2003-2004 su un campione della popolazione compresa tra 16 e 65 anni hanno denunciato un quadro non brillante: su tre livelli di competenza alfabetica funzionale (inferiore, basilare e superiore) il 46,1% degli italiani è al primo livello, il 35,1% è al secondo livello e solo il 18,8% è a un livello di più alta competenza

La maggior parte della popolazione è in quella fascia d’età, quindi quasi la metà della maggior parte della popolazione italiana era analfabeta funzionale. Oggi a leggere lo studio le cose sono lievemente migliorate, si parla di un miglioramento che non si evidenzia nel totale finale, ma che sposta parte di quel 46,1% ad ingrossare le fila del secondo livello. Oggi i dati mostrano come le percentuali siano passate a circa un 42% al primo livello, circa 39% al secondo, mentre al terzo le cose sono rimaste immutate.

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Se entrate in un cinema con 100 spettatori la statistica dice che più di una quarantina di loro è analfabeta funzionale di primo livello. Se siete ad una cena con 20 amici, 8 potrebbero rientrare nella casistica (ma qui si arriva al caso specifico: di solito gli amici ce gli scegliamo per affinità, quindi se non siamo analfabeti funzionali è facile che nella nostra ristretta cerchia di amici ce ne siano in percentuale inferiore, o in caso opposto superiore). Molti, quando spiego queste cose, mi guardano sgranando gli occhi, ritengono sia impossibile, ma non si rendono conto che l’analfabeta funzionale non è un ignorante conscio di ignorare. Si nasconde perfettamente, si cela magari dietro a giacca e cravatta, o a un diploma di studio di qualche genere. Perché il nozionismo che ci ha fatto imparare a memoria formule, date e poesie ci può far finire gli studi scolastici senza mai uscire da quel profondo baratro che è appunto il non saper comprendere la realtà che ci circonda.

Ed è proprio su questo che fanno leva i tanti che distribuiscono notizie false, rimedi miracolosi, truffe. E che guarda caso nel nostro paese spopolano.

Lo so, il mio sunto non è esaustivo, e sicuramente c’è qualcosa che mi sono scordato, il suggerimento migliore, se avete un weekend libero è leggervi lo studio nella sua interezza, io ho solo cercato di dare il mio piccolo contributo alla sua ulteriore diffusione. Anche perché ritengo sia corretto fare il più possibile chiarezza in merito, non so perché qualche volta si vedano articoli titolati così:

Il 70 per cento degli italiani è analfabeta (legge, guarda, ascolta, ma non capisce)

Altri ancora parlano di un 80%: stanno sommando gli analfabeti funzionali di primo e secondo livello, sia chiaro, posso capire la frustrazione, ma la definizione corretta di analfabeta funzionale si applica solo a quelli che si trovano al primo livello, e sono quelli i primi da aiutare. Ovvio che a nessuno piace essere classificato come analfabeta funzionale, ma bisogna aver ben presente che non è “colpa” nostra ma del sistema, sistema che non è stato capace di insegnarci nella maniera giusta.

BUTAC non insegna nulla, non l’ha mai fatto, nessuno di noi si sente di saperne di più di voi che ci leggete, anzi sono tante le volte che proprio grazie a voi abbiamo scoperto particolari che ci erano sfuggiti. L’unica ragione per cui siamo qui è che speriamo di invogliarvi alla ricerca dei fatti, alla verifica delle fonti.

L’articolo è finito, ma se siete arrivati fin qua fate un ultimo sforzo, c’è una piccola novità da introdurvi.

Piccolo spazio autopromozionale

Giusto in questi giorni, per festeggiare i nostri primi 100mila follower su Facebook, stiamo lavorando a una piccola serie di video, per aiutare tutti quelli che hanno poca voglia di leggere o che magari preferiscono ascoltare mentre fanno altro.

Qui la mia piccola introduzione alla serie, realizzata in collaborazione con lo studio di videoproduzione Arancine Live:

Se siete curiosi iscrivetevi al canale, e siate clementi, è la mia prima volta di fronte a delle telecamere vere, devo prenderci un po’ la mano.

maicolengel at butac punto it

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