letteratura

Era da molto tempo che volevo scrivere un pezzo su uno degli argomenti che mi sta più a cuore: l’accessibilità della letteratura scientifica. Nell’epoca del web, la ricchezza della letteratura a disposizione del generico utente è impressionante, e di fronte a questa vastità è importante capire bene come orientarsi e come trovare efficacemente ciò che stiamo cercando. Ma andiamo con ordine, prima di iniziare a scavare nello scibile umano è necessassario porsi una serie di domande.

È davvero necessario?

La risposta a questa domanda è tutto fuorché scontata. Moltissime informazioni per un utente medio sono disponibili online al di fuori di quella che è la letteratura scientifica propriamente detta. Anche se spesso contestabile, Wikipedia da sola – dove le fonti della voce siano esatte e controllate – è probabilmente in grado di rispondere ad almeno metà dei quesiti dei “non addetti ai lavori”. Ma ci sono molti altri documenti, ad esempio testi e presentazioni universitarie messi a disposizione gratuitamente dai professori e interi corsi online gratuiti presso alcune Università (prima tra tutte l’MIT di Boston: https://www.edx.org/school/mitx). È vero che ci sono anche quintalate di materiale inutile, se non dannoso, ma con un minimo di accortezza e alfabetizzazione qualsiasi utente può distinguere tra una pagina che tenta di promuovere i propri oli essenziali e un corso di erboristeria messo a disposizione gratuitamente da un’università.

Ho gli strumenti necessari?

Questa è forse la domanda più sottovalutata in assoluto. L’utente medio crede di poter leggere un testo di fisiologia cellulare senza aver idea di quale sia la struttura di una proteina, o crede di poter parlare di scie di condensa senza conoscere la fluidodinamica. Gli argomenti oggetto di dibattito scientifico oggigiorno sono avanzati, non si può saltare tutta la preparazione precedente e considerarsi allo stesso livello di chi ha oggettivamente studiato la materia. Cose come la statistica, il calcolo differenziale e integrale, la biologia di base, la chimica organica e inorganica sono dati per acquisiti in qualsiasi articolo scientifico. Fornirsi di questi strumenti richiede però la materia più rara dell’universo: la pazienza. Ci sono letteralmente migliaia di fonti da cui apprendere gli strumenti (tutte fuori dalla letteratura scientifica), si tratta solo di essere umili e cominciare dal principio.

Da dove posso accedere?

Un tempo a questa domanda avrei risposto: “non puoi, devi chiedere a qualcuno in Università”. Ed è già un netto miglioramento, prima della mia generazione la risposta era in genere: “non puoi, devi far richiesta alla biblioteca dipartimentale, che verificherà se l’ateneo è abbonato alla rivista, e se sì, in quale sede si trova in questo momento il documento da te richiesto”. Fortunatamente le cose sono migliorate ancora e oggi la maggior parte delle fonti (post 1970 ormai praticamente tutte) è reperibile online. Si può accedere direttamente al sito della rivista e cercare, o si possono usare specifici motori di ricerca.

Esistono diversi portali, alcuni con un taglio più istituzionale, come www.sciencedirect.com, www.scopus.com, https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/ (quest’ultimo specializzato in argomenti legati alla medicina), ma anche Google ha messo a disposizione un suo strumento gratuito e molto potente: https://scholar.google.com/. Usare questi motori di ricerca non è però garanzia di accesso ai documenti, la maggior parte della letteratura è infatti disponibile solo agli specifici abbonati di una rivista o di un gruppo di riviste. Sebbene questo sia contrario alla deontologia di moltissimi scienziati che vorrebbero vedere le loro opere accessibili a tutti, pubblicare o meno su rivista “open access” (accessibile a tutti gratuitamente) è una questione di budget: possono infatti venir richieste diverse migliaia di euro per singolo articolo. Questo taglia le gambe a tutta la ricerca “povera” e in un certo senso stimola la ricerca finanziata da privati che possono usare l’open access come una vetrina per la bontà dei loro prodotti.

La possibilità di pubblicare open access a pagamento ha fatto nascere una lista infinita di riviste “a scopo di lucro”, note come “predatory journal”, capaci di pubblicare articoli come il famoso “Get me off Your Fucking Mailing List”, o più recentemente opere di fantasia sui midi-chlorians di Star Wars.

Se può consolarvi, pagare quei 35 euro richiesti di media per un mio articolo pubblicato non mi porta in tasca nemmeno un centesimo: pur di pubblicare le loro opere gli scienziati rinunciano volontariamente a ogni diritto sulla loro proprietà intellettuale. È il contratto (con il diavolo) base di ogni rivista. Ma come fare ad accedere ad un articolo senza dover sborsare di tasca propria ogni volta? C’è un modo?

Di modi ce ne sono sostanzialmente due. Chiedere la copia riservata agli autori direttamente a chi l’articolo l’ha scritto, magari sfruttando “social network scientifici” (il Facebook di noi strambi) come www.researchgate.net, cosa perfettamente legale, oppure infilarsi in un business un po’ meno pulito ed entrare in uno dei proxy che fanno riferimento a Library Genesis. Library Genesis è un motore di ricerca pirata, considerato illegale, che mette a disposizione gratuitamente più di 52 milioni di articoli normalmente a pagamento. Ora, per ovvi motivi non vi invito a violare la legge e non vi spiego come e dove accedere, ma a quanto mi è stato riferito è in realtà molto facile trovare un “punto di accesso”. Sono numerosi i nomi accademici anche di un certo spessore che difendono Library Genesis, credo che leggere qualcosa in merito male non vi faccia, anzi, potreste imparare che alcuni scienziati hanno persino un animo nobile.

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Che tipo di fonte cercare?

Questa è una delle domande più difficili a cui rispondere, perché è una funzione della vostra preparazione in materia. Se partite con solamente le basi (che, ricordo, è il minimo sindacale), la cosa migliore è cercare un articolo di review. Questo genere di articoli non aggiunge nuovi contenuti a quelli presenti nella letteratura scientifica, ma si prende la briga di riassumere quanto ottenuto da diversi gruppi di ricerca su uno specifico argomento. Se si tratta di una cosa nota in letteratura da decenni è possibile che anche le review recenti diano per scontato troppi concetti per un neofita: è ad esempio quasi impossibile trovare una review recente dell’applicazione del titanio in campo biomedicale che non richieda di averne lette altre sei o sette a partire almeno dal 1970. Perché? Perché servirebbe un articolo di duemila pagine con tutto quello che è stato fatto nell’arco dei decenni.

Potrebbe sorgere il dubbio che a questo punto sia ancora meglio cercare un libro. Ecco, questo è un argomento molto molto complesso, ci sono tantissimi libri scritti da loppidi, privi di una decente introduzione oppure ottenuti rilegando insieme una serie di articoli senza una sequenza logica. Trovare un buon libro (di letteratura scientifica) è più complicato di trovare un buon articolo. Se volete cimentarvi nell’impresa, chiedete consiglio a un esperto in materia che possa evitarvi di perdere inutilmente tempo.

Se pensate di saperne abbastanza da non dover passare per una review, buttatevi pure sui “long papers”: in genere hanno almeno l’accortezza di fornire un’abbondante dose di riferimenti bibliografici a cui potrete fare riferimento per migliorare la vostra conoscenza in materia.

Letters, short communications, editorial e commentary richiedono un pochino di esperienza in più perché danno già per scontato quasi tutto. Tant’è che a volte l’articolo può essere davvero molto molto breve e lasciare con più dubbi che risposte.

Come scegliere una fonte?

Avrete forse sentito parlare dei due più famosi parametri di valutazione delle riviste scientifiche: l’impact factor (il numero di citazioni medie ricevute per ogni articolo pubblicato) e i quartili. L’impact factor è probabilmente il metodo più famoso: partendo dall’assunzione che nella scienza più un articolo è importante più è fonte di ispirazione per i lavori a venire, si classificano le riviste sulla base di quante citazioni ricevono negli anni, un metodo semplice e immediato. L’impact factor è però anche un metodo iniquo: la rivista più importante nel settore della cura perinatale, “Birth”, ha un impact factor di 2.518, mentre la rivista più importante nel settore dell’immunologia, “Annual Review of Immunology”, ha 28.396. E non sono gli esempi estremi, sia ben chiaro. Per questo (e per altri, meno ovvi, motivi), sono nati altri indici di qualità per le riviste, tra cui il più importante è probabilmente il metodo dei quartili. Scimago mette in realtà a disposizione una serie di strumenti utili di valutazione, ma la divisione dei giornali in quattro “gruppi”, a seconda di quanto è “rinomata” una rivista nello specifico settore, è probabilmente il più immediato. Per riviste multisettore, è possibile verificare quale sia il “ranking” in ogni area separatamente.

Ma è quindi vero che un articolo ha senso solo se pubblicato su rivista ad alto impact factor appartenente al primo quartile? Questa affermazione potreste averla letta online, di recente sono molte le persone a pronunciarla. Forse dieci anni fa lo avrei detto anche io, ma oggi mi sento di poter mettere la mano sul fuoco nello smentirlo: c’è un sacco di scienza fatta bene, bellissima, anche su riviste di scarsa se non nulla importanza. Per prima cosa ci sono tutti gli “ingloriosi secondi”, quegli scienziati che hanno semplicemente ripetuto esperimenti di altri. Purtroppo alla letteratura scientifica non piace chi arriva secondo, ma hanno un ruolo fondamentale: confermare che il primo abbia fatto le cose nel modo giusto. Ci sono poi gli autori dall’inglese imperfetto (asiatici in particolare), relegati al fondo classifica per motivi geografici e natali. Numerosi sono anche gli studi su campioni troppo piccoli o con troppi pochi strumenti analitici, cose per cui le riviste prestigiose storcono subito il naso. Menzione speciale a tutti quelli che fanno ricerca di cui non frega niente a nessuno: quelli si sono degli eroi, bistrattati sia dalle riviste che dai colleghi.

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Il problema è che c’è anche tanta, tantissima fuffa. Chiedere una fonte di letteratura ad “alto impact factor e nel primo quartile” equivale a dire: “senti, non posso fidarmi dei discorsi da bar, mi serve un parere autorevole”. È vero che anche il “parere autorevole” può essere errato (conosciamo tutti il premio Nobel che si batte contro le vaccinazioni), ma statisticamente è più probabile trovare dei dati “buoni” e “affidabili” su riviste che rispettino questi due requisiti. Soprattutto se non si ha una preparazione più che buona è estremamente pericoloso fidarsi ciecamente di riviste poco prestigiose.

Poi, siamo ben chiari: è comunque la ripetibilità a rendere un dato affidabile: se cento autori hanno detto che il pangolino nano del Borneo occidentale mangia formiche, non posso fidarmi facilmente dell’unica voce che dice mangi solo tartufi bianchi.

Da cosa scegliere un articolo?

Le prime tre cose da leggere in un articolo sono, nell’ordine: titolo, abstract e conclusioni. Il titolo ci dà l’argomento e un’immediata idea della serietà degli autori (a meno che non siano volutamente ironici) e dei loro eventuali conflitti di interesse, cosa che ci permette di farci un’idea generale di cosa andremo a leggere. Se l’articolo è stato fatto bene, le conclusioni saranno già incluse nell’abstract stesso, ma il paragrafo dedicato è in genere più ampio e chiarisce meglio, in particolare, le condizioni per le quali le conclusioni sono valide. Qualsiasi articolo presenti un abstract fumoso e con un taglio commerciale andrebbe letto con cautela e beneficio del dubbio. Qualsiasi articolo che presenti conclusioni non supportate dai dati raccolti ma basate su elucubrazioni personali o esclusivamente lavori di altri autori è cattiva letteratura scientifica.

Come scegliere un autore?

Non è che davvero si possa “scegliere un autore”, ma quantomeno si può fare lo sforzo di valutarne l’affidabilità. Non che sia sempre vero ma in genere il primo (o quello sottolineato, o quello asteriscato, o quello poi messo anche sotto la voce “corresponding author”) e l’ultimo nome della lista degli autori hanno un significato particolare: sono l’autore materiale del lavoro, che si è occupato di assemblare insieme i risultati e spesso trovarci una logica, e il professore di riferimento del gruppo di ricerca. Il primo autore può essere un imberbe studente al primo anno di dottorato ma avere comunque qualcosa di importante da scrivere, non è questo il punto. Ma se il primo autore è uno sconosciuto membro di una semi-sconosciuta organizzazione che ha come obiettivo primario dimostrare che il cloruro di citofono (citazione per pochi edotti) è tossico, è il caso di porsi qualche dubbio sulla validità del suo articolo intitolato: “cloruro di citofono: la morte corre sul filo”. Per questo in genere si cerca anche di vedere quanto sia noto il professore di riferimento e quanto il gruppo di ricerca sia effettivamente legato all’argomento trattato. Ci sono moltissimi articoli scritti in totale buona fede da gruppi poco esperti nella materia trattata, i cui byte andrebbero arsi prima che possano fare ulteriori danni.

Di nuovo, è una questione statistica. Anche i più grandi professori avranno pur dovuto iniziare da quel singolo articolo che tutti inizialmente hanno snobbato. Per ragioni simili qualche anno fa tutti snobbavano gli articoli cinesi e indiani: gruppi senza esperienza, con enorme desiderio di rendersi noti al mondo che, con quattro tecniche in croce e un inglese men che Totòniano, proponevano intrepidi titoli destinati a segnare per sempre il futuro dell’umanità. Ancora oggi la stragrande maggioranza dei lavori del sud-est asiatico non gode di buona fama: sulle scrivanie dei dottorandi di tutto il mondo si possono trovare pire (ehm, pile) di simili testi in revisione.

Conclusioni

Ho scritto molto, probabilmente troppo. Lasciatemi però riassumere il concetto fondamentale: non c’è niente di male a leggere un articolo o, in generale, una fonte. Quello che leggiamo va però capito a fondo non solo per il suo contenuto ma anche per la sua natura e non è sempre facile distinguere l’oro dalla pirite se non si è un geologo. Per discutere di un argomento, però, averlo capito è un requisito fondamentale.

Elia Marin