I danni del microchip sugli animali

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MICROCHIP

MICROCHIP SÌ O NO?

Gira in rete l’articolo di un sito chiamato Segretodistato (già in black list, uno dei tanti a cui fa capo CatenaUmana tra cui il famigerato Gazzetta della Sera), a proposito del microchip obbligatorio per i cani.

Il microchip, ritenuto innocuo ed indispensabile per la sicurezza del cane (in caso di allontanamento, furto etc), ha sempre provocato dubbi e preoccupazioni a coloro che vedevano in questa pratica un abuso verso l’animale stesso.

Il microchip è formato da una capsula iniettabile di vetro che contiene un chip e una micro bobina che viene attivata da un lettore quando viene avvicinato consentendo la lettura del chip.

Nessuno si chiede se questi famosi chip possano invece attivarsi anche in vicinanza di altri apparecchi elettronici? I cani domestici sono, come noi, circondati da cellulari, wi-fi, televisori, frequenze radio, e molto altro. E se qualcuno di questi aggeggi provocherebbe all’animale danni sul suo sistema immunitario e neurologico?

Citiamo ad esempio le povere balene che si arenano sulle spiagge per colpa delle interferenze tra il loro sistema di comunicazione e di orientamento, e i satelliti, i radar etc. che provocano stordimento, disontieramento e problemi al sistema nervoso dei cetacei.

Sicuramente iniettare una capsula di vetro in un essere vivente è già un atto innaturale in partenza, se poi ci mettiamo l’effetto che potrebbe avere in vicinanza con gli apparecchi elettronici la situazione diviene più che preoccupante.

Impianteresti un microchip a tuo figlio? No? E perché al tuo cane o gatto si?

Secondo alcune teorie i microchip negli animali sono solo l’anticamera di quello che sarà fatto all’essere umano con la scusa di aumentare i controlli e quindi la sicurezza.

Arriviamoci per logica. Vai in un negozio di animali (e già il fatto che vendano animali la dice lunga sul loro rispetto sull’animale), paghi un tot per un cane, e automaticamente hai l’obbligo di microchipparlo. PERCHE’? Pensi forse che ti dicano di infilargli il chip sottopelle perché sono preoccupati all’idea che il tuo cagnolino si possa smarrire? Certo che NO. Il motivo è uno: BUSINESS. Seguito dal motivo: cani indeboliti = cani che vanno dal veterinario = BUSINESS. (insomma GIRO DI SOLDI, GUADAGNO SULLA PELLE DEL TUO ANIMALE). 

L’articolo in questione si rifà ad un altro apparso nel lontano 2004 su www.disinformazione.it, sito decisamente complottaro che non se ne lascia scappare una: ci sono articoli antivaccinisti, altri contro la solita Big Pharma, sul sangue dei vegani che combatterebbe i tumori otto volte meglio (di cosa?), e chi più ne ha più ne metta, quindi non sembra proprio la fonte d’informazione più imparziale dell’universo mondo.

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Ma procediamo con ordine.

Il problema di identificare con sicurezza un cane smarrito o rubato si è sempre presentato. Una volta c’erano soltanto le medagliette: sia quelle “ufficiali”, date dal Comune al proprietario del cane al pagamento della tassa annuale, sia quelle di fantasia dove i padroni facevano incidere il loro indirizzo e numero di telefono. Ovviamente era un sistema ben poco sicuro: una medaglietta è facile da smarrire, il collare può essere tolto in un attimo e così via.

Nel 1991 fu istituita in Italia a livello nazionale l’Anagrafe Canina, con obbligo per tutti i proprietari di registrarvi il loro cane e far praticare al loro animale il tatuaggio del rispettivo numero di identificazione. Il tatuaggio si faceva nell’orecchio o all’interno della coscia.

Questo sistema, benchè fosse sicuramente migliore delle medagliette, non era esente da difetti: prima di tutto il tatuaggio poteva essere doloroso per l’animale, inoltre col tempo spesso sbiadiva e diventava illeggibile, o veniva ricoperto dal pelo; per di più ogni regione aveva una differente codifica per il numero identificativo, rendendolo di difficile interpretazione in caso di un cane smarrito e poi ritrovato in località lontana da quella di residenza.

Quindi si è ritenuto necessario passare ad un sistema di identificazione elettronica univoco e per legge devono essere microchippati tutti i cani residenti nelle regioni italiane entro trenta giorni dalla nascita o da quando se ne viene in possesso. Anche l’ENCI (Ente Nazionale Cinofilo Italiano) ora usa il microchip (e solo microchip ufficiali, cioè quelli forniti dai Comuni o dalle ASL) come unica identificazione per i cani iscritti ai Libri Genealogici.

Secondo Wikipedia:

I microchip sono apparecchi passivi, chiamati RFID e perciò non contengono alcuna fonte di energia interna. I componenti di base sono tre: un chip al silicio (circuito integrato); un nucleo di ferrite circondata da un filo di rame; e un piccolo condensatore. Il chip contiene il numero di identificazione, più i circuiti elettronici per trasmettere le informazioni al lettore. Il nucleo di ferrite – o di ferro – agisce come una radio antenna, pronta a ricevere il segnale del lettore. Il condensatore funziona da sintonizzatore, formando un circuito LC con l’antenna. Questi componenti sono racchiusi entro una capsula di vetro biocompatibile, e sigillati ermeticamente per impedire l’ingresso di liquidi corporei. Il “chip” contiene al suo interno il numero d’identificazione, più circuiti elettronici per trasferire tale informazioni allo scanner. In Canada, Europa, Asia e Australia, i microchip per animali adottano uno standard (11784/11785) fissato dalla International Organization for Standardization, o ISO, le cui specifiche indicano che devono operare alla frequenza di 134.2 kHz. La superficie esterna della capsula è trattata con microsolchi per facilitare l’ancoraggio nei tessuti sottocutanei ed impedirne la migrazione. Il microchip ha una dimensione esterna di circa mm 11 di lunghezza e di mm 2 di diametro, ed è contenuto in un ago monouso, che può essere applicato su una particolare siringa o altro iniettore che, per ottemperare alle basilari norme di igiene, è sterile e monouso. Il microchip impiantato accompagnerà il cane per tutta la vita. Agli animali non nuoce né fisicamente né psicologicamente.

Attualmente la legge impone di microchippare solo i cani: i proprietari possono farlo impiantare anche ai loro gatti, furetti o altri animali, ma si tratta di una libera scelta.

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Il fatto che, come dice Segretodistato, il microchip di un animale possa “attivarsi” in presenza di altre apparecchiature, ci sembra fantascienza: sarebbe come se il telecomando della nostra televisione aprisse anche il cancello del cortile o mettesse in funzione l’aria condizionata: soltanto l’apposito lettore del veterinario può decodificarlo e leggerlo.

Le “povere balene” c’entrano come i cavoli a merenda, e la domanda retorica: “Impianteresti un microchip a tuo figlio?” può avere una sola risposta: “Sì, se l’impianto di un microchip servisse a salvargli la vita: anche un pacemaker cardiaco è un apparecchio artificiale inserito nel corpo umano, ma ha salvato milioni di vite…”

Il fatto che i cani microchippati siano “indeboliti” e quindi bisognosi di continue e costose cure veterinarie, confermato inoltre da un misterioso “veterinario Statunitense che per adesso deve rimanere nell’anonimato”, guarda un po’, ci sembra venga quotidianamente smentito dalle frotte di cani vivaci e vispi che vediamo in giro: la vita media del cane è salita dai 7-8 anni degli anni Trenta ai 12-13 anni di oggi.

Bufale come questa ci sembrano particolarmente dannose perché possono far nascere timori insensati nelle persone meno capaci o disposte a fare ricerche e ad informarsi, convincendoli così a non mettere il microchip al proprio animale, tanto nessun vigile urbano va casa per casa a verificare se un cane sia stato o no microchippato… salvo poi disperarsi perché il cucciolo tanto amato è sparito e non sarà più ritrovato.

Fonti:
Wikipedia

www.animalipersieritrovati.org (anagrafe canina privata)

Pets&Vets

Ambulatorio Veterinario Alfieri

Lady Cocca

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