Un’amica che ci segue da tempo mi ha segnalato un articolo del New York Times, non in quanto bufala, ma in quanto racconto di una bufala che ha fatto il giro del mondo.

From Headline to Photograph, a Fake News masterpiece

Notizie simili a quella di cui andremo a parlare tra poco le abbiamo viste circolare anche in Italia, subito prima del referendum sulla Costituzione, e alle passate elezioni vedemmo storie simili circolare. Ma credo sia interessante riportare tutto quanto il New York Times ha portato alla luce, è un analisi lucida di come le fake news, che tanto van di moda sui giornali come topic dell’anno, possano nascere solo dalla necessità di fare dei soldini, e non esattamente pochi.

Vediamo di fare un passo indietro, siamo nell’agosto del 2016, Donald Trump ha appena rilasciato dichiarazioni preoccupate alla stampa americana:

I’m afraid the election is going to be rigged, I have to be honest

Ho paura che l’elezione stia per essere truccata, devo essere onesto.

In quel momento i sondaggi lo davano dietro Hillary Clinton, e Trump probabilmente era davvero preoccupato di poter perdere. Ma non è Donald il protagonista della nostra storia.

Mr. Harris

Il nostro “eroe” si chiama Cameron Harris. è un neo laureato che vive in Maryland,  ha appena finito gli studi, e come tanti americani ha debiti con l’università, tante tasse da pagare. Harris è interessato alla politica del suo Stato e segue con interesse le news elettorali. Trump nella sua dichiarazione sui possibili brogli non aveva dato particolari ai propri elettori, Harris decide pertanto di occuparsi lui stesso di fornire dettagli sufficienti a convincere la popolazione che siamo di fronte ad un elezione a rischio brogli. E così, con l’ombra dei debiti sulle spalle, Mr. Harris decide di creare la sua “bufala capolavoro”. Harris ha solo 23 anni, ma è decisamente lucido nella sua analisi:

Given the severe distrust of the media among Trump supporters, anything that parroted Trump’s talking points people would click.

Data la grossa diffidenza dei supporter di Truimp nei confronti della stampa, qualsiasi cosa scimmiottasse i discorsi di Trump sarebbe stata clikkata dalla gente.

Conosciamo bene questo modo d’agire, lo vediamo ripreso sui social network italiani tutti i santi giorni, citazioni fasulle miste a citazioni vere servono proprio a spostare l’opinione pubblica. E così ha fatto Mr. Harris. La sua notizia sulle schede precompilate in pochissimi giorni ha fatto il giro del web, non solo americano.

Ten thousands of fraudolent votes found in Ohio warehouse – decine di migliaia di schede già compilate per Hillary Clinton trovate in un magazzino in Ohio

Come racconta il NYT:

…a very part-time gig that he calculated paid him about $1,000 an hour in web advertising revenue.

…un lavoretto part time che (Harris) ha calcolato abbia reso circa 1000 dollari all’ora in guadagni dalla pubblicità web.

Mille dollari l’ora

Sì, avete letto bene, mille dollari l’ora. Non ci è voluto molto prima che dei reporter sguinzagliati dalle redazioni trovassero Harris, andando a ritroso dal sito che stava diffondendo la notizia i passi per arrivare al nostro spacciatore di fuffa erano davvero facili. Harris non si è nascosto, ha ammesso tutto senza grande vergogna. Lui ha comprato il sito ChristianTimes per 5 dollari, l’ha sfruttato per qualche mese per diffondere notizie simili, mosso non dall’amore politico verso Trump ma solo da lucide analisi su quale dei due candidati potesse avere più appeal sul web, quale dei due gruppi di sostenitori fosse più incline a cadere nelle bufale. Il populismo di Trump e dei suoi elettori era la risposta giusta. Harris aveva condito la storia di tutte le informazioni corrette per renderla plausibile per i sostenitori di Donald. C’era una foto (anche se pescata da un archivio immagini) una location (un magazzino abbandonato) e un protagonista, Randall Prince, elettricista di Columbus che avrebbe trovato le scatole coi voti per Hillary. Tutti gli ingredienti per il successo. E così in poche ore tra il 30 settembre e i primi di ottobre la storia, anche per merito delle svariate pagine Facebook che Harris aveva aperto per l’occasione, è stata condivisa oltre sei milioni di volte, e ripresa anche da testate nazionali (non proprio serie) e in tv, al punto che lo stesso segretario di stato dell’Ohio si è trovato costretto a rilasciare una smentita ai giornali spiegando che nessuno sapeva nulla della storia e che si trattava di una notizia senza fondamento.

Harris ha dedicato circa 20 ore di lavoro al suo sito di bufale, 20 ore di lavoro che gli hanno permesso di arrivare a guadagnare in poco tempo cifre davvero alte. Purtroppo per lui non è riuscito nell’impresa massima, rivendere il dominio che aveva pagato 5 dollari. Sì, perché alla fine della sua campagna basata sulle bufale il suo sito Christian Times era valutato oltre 100mila dollari, ma subito dopo le elezioni e gli annunci di Google sui siti di fake news il sito dall’oggi al domani ha perso ogni valore commerciale. Google non avrebbe più permesso la sua pubblicità su quel canale. E quindi nessuno era più interessato ad acquistarlo.

Una lezione da non dimenticare

Harris non era affiliato ad agenzie segrete russe, non era pagato da Trump per screditare Hillary, ha solo fatto 2+2 pensando a cosa gli avrebbe portato più fortuna. E ha visto giusto: coi soldi guadagnati ha pagato le tasse universitarie, ha pagato le rate della macchina. Le fake news pagano bene, negli States più che in Italia, ma sempre soldi sono. Ricordatevelo la prossima volta che condividete una sciocchezza da uno dei tanti siti presenti in Black list.

maicolengel at butac punto it

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