I sopravvissuti del Challenger

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Quelli di noi che non sono più giovanissimi ricorderanno sicuramente la tragedia dello space shuttle Challenger, quando il 28 gennaio 1986 la navetta spaziale si disintegrò dopo 73 secondi di volo all’inizio della sua venticinquesima missione.

A bordo del Challenger c’erano sette persone:

  • il comandante Dick Scobee

  • il pilota Michael J. Smith

  • gli specialisti di missione Judith Resnik, Ellison Onizuka e Ronald McNair

  • gli specialisti di carico Greg Jarvis e Christa McAuliffe, quest’ultima un’insegnante che avrebbe dovuto tenere alcune lezioni direttamente dallo spazio nell’ambito di un programma governativo, Teacher in Space, poi cancellato dopo la tragedia.

Il lancio, inizialmente previsto per il 22 gennaio, fu rimandato al 28 in seguito a problemi di vario genere. Dapprima sembrava che tutto andasse bene, ma una guarnizione (O-ring in inglese) nel segmento inferiore del razzo di destra si ruppe provocando una fuoriuscita di fiamme che portarono un cedimento strutturale del serbatoio di idrogeno liquido esterno. Questo causò il distacco del razzo di destra dal punto di ancoraggio che lo fissava al serbatoio esterno e la sua disintegrazione; il Challenger, che in quel momento si trovava a un’altezza di 14.000 metri, venne avvolto completamente dal fuoco, e fu immediatamente fatto a pezzi dalle forze aerodinamiche. La cabina dell’equipaggio e gli SRB (Solid Rocket Booster, motori a combustibile solido) resistettero alla rottura, purtroppo l’abitacolo impattò nell’oceano a circa 333 km/h con una decelerazione di oltre 200 G, molto superiore ai limiti sopportabili dal corpo umano.

Non si sa se al momento dell’impatto gli astronauti fossero ancora vivi: le indagini rivelarono che tre dei PEAP (riserva di ossigeno d’emergenza) di cui erano dotati erano stati attivati.

La tragedia causò un’enorme impressione, anche perché avvenne in diretta TV davanti a milioni di telespettatori, fra cui i familiari di Christa McAuliffe. I corpi degli astronauti, o ciò che ne restava, furono recuperati più di due mesi dopo dall’oceano.

Perchè ci interessiamo adesso a questo dramma di trent’anni fa?

Sembrerà impossibile, ma c’è chi è convinto che gli sfortunati astronauti non siano morti ma vivano e prosperino sotto false identità.

Ne parla un sito nostrano, www.fanwave.it, con un articolo del 2015 abbondantemente linkato anche oggi dai complottisti, copincollato pari pari da un sito americano, The Millennium Report.

In un articolo senza firma di questa testata online (mai nome fu più azzeccato, fa proprio venire voglia di dare una testata a chi la gestisce) datato 28 settembre 2015 si riporta la ricerca fatta da una certa Dr. Eowyn, tipico nome da scienziata, in cui la stessa, non avendo proprio niente da fare nella vita, narra di aver compulsato siti tipo Ancestry.com al fine di dimostrare come almeno sei membri dell’equipaggio, in realtà, vivono e lavorano tranquillamente nemmeno sotto copertura, ma addirittura usando i loro stessi nomi. Ovviamente nessuno se ne sarebbe mai accorto!

Perché? Non lo indovinate?

La tragedia del Challenger sarebbe l’ennesimo false flag: la NASA avrebbe creato una gigantesca messinscena non si sa bene a che scopo, e la storia della guarnizione difettosa sarebbe troppo assurda per essere creduta.

L’editor del The Millennium Report, prudentemente, mette le mani avanti dicendo che la teoria della Dr.ssa Eowyn ha dei buchi grossi come case, però considerando quanto la NASA sia “inaffidabile e prevaricante” ci sono certamente “varie importanti ragioni” per cui le morti degli astronauti dovessero essere falsificate. Quali ragioni, non si sa; non sappiamo nemmeno perché ce l’abbiano così tanto con la NASA: che mai gli avranno fatto?

La Dr.ssa Eowyn, che invidiamo di cuore per tutto il tempo libero di cui dispone, ha messo a confronto le fotografie dei veri membri dell’equipaggio con i personaggi che avrebbe trovato spulciando siti come Ancestry.com.

Ecco il comandante, Francis Richard Scobee, ed il suo quasi omonimo Richard, Amministratore Delegato di un’azienda di marketing:

Qui vediamo Michael J. Smith, il pilota, ed un professore in pensione dell’Università del Wisconsin che condivide lo stesso nome e cognome:

Ronald McNair, specialista di missione, non sappiamo perché viene messo a confronto con suo fratello Carl: ovvio che gli somiglia, è suo fratello!

Anche Ellison Onizuka, il primo astronauta nippo-americano, ha un fratello che, pensate un po’ gli somiglia:

Judith Resnik era la prima astronauta di origine ebraica ed eccola (?) oggi, professoressa a Yale:

Christa McAuliffe, infine, aveva come primo nome Sharon, e c’è una Sharon McAuliffe professoressa a Syracuse, NY:

È vero che molte di queste foto sono di persone realmente somiglianti, soprattutto quella dei due Michael J. Smith, e che ci sono molte omonimie ma… negli Stati Uniti vivono più di 300 milioni di abitanti, sarà così difficile trovare due tizi con lo stesso nome e cognome e una fisionomia simile?

La cara Dr.ssa Eowyn non ci spiega parecchie cose: innanzi tutto, perché una simile messinscena? A che scopo? Ci rendiamo conto del numero di persone che gira attorno a una missione spaziale, come si fa ad essere sicuri che nessuno parli, lasciandosi sfuggire magari involontariamente un accenno a quello che è veramente successo?

E poi: una navetta spaziale esplode in diretta televisiva, dentro ci sono sette persone che vengono salvate chissà come e riprendono la loro vita così, tranquillamente, conservando anche i loro nomi e cognomi, senza che nessuno se ne accorga, magari assistono anche al loro funerale in televisione…

Ci chiediamo sinceramente come si faccia a credere a simili panzane.

Non c’è soltanto Matrix dei fratelli/sorelle Wachowsky ad aver fatto danni incalcolabili alle menti complottiste: anche Capricorn One, il bel film del 1978 in cui la NASA finge una missione su Marte, viene considerato a quanto pare un racconto di fatti veri…

Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_dello_Space_Shuttle_Challenger

Lady Cocca

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