I troll di San Pietroburgo

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INTERNETTROLL

Stavolta niente sbufalata e niente divulgazione scientifica, ma credo sia interessante raccontare una storia che viene dalla pagine del New York Times.

Da tempo qualcuno accusa svariati partiti italiani di avere nelle proprie file personaggi “pagati” per difenderli o per attaccare l’avversario. Siamo stati più volte accusati anche noi di BUTAC: “siete al soldo dei poteri forti, dell’NWO, della Monsanto e del PD”. Va be’, avevo detto forti, ma intendevo in senso lato.

Il New York Times però uno di questi gruppi sembra averlo scovato per davvero e no, non lavorano per il PD. L’articolo è davvero bello e lungo, e trasuda vero giornalismo; di quello che da noi non vedo più fare da moltissimo tempo, ma chissà, si può sempre provare a migliorare…

Il Colombian Chemicals Prank

L’autore è Adrian Chen e parte raccontandoci una storia datata 11 settembre 2014. È la storia di uno scherzo di cattivo gusto, che è riuscito in poche ore a creare il panico in una cittadina della Louisiana.

Il responsabile della Protezione Civile della zona, insieme a tanti altri cittadini, ha iniziato a ricevere messaggi che descrivevano un’esplosione di dimensioni bibliche in una fabbrica locale, che avrebbe reso l’aria irrespirabile per chilometri e chilometri. La zona sarebbe così divenuta invivibile. I messaggi che si susseguirono erano di carattere sempre più drammatico, con foto, rivendicazioni e tanta paura. Solo dopo un po’ si è riusciti a far passare il messaggio corretto: era tutto un falso, ma qualcuno aveva trovato “divertente” creare una falsa emergenza. L’episodio è oggi ricordato come il #ColumbianChemicalsPrank, ma pur essendo stato bollato come scherzo può spaventare.

Come Adrian ha potuto scoprire, dietro allo scherzo non c’era un annoiato troll da tastiera, bensì un piano ottimamente organizzato con centinaia di account fasulli creati ad hoc, i quali hanno diffuso il messaggio ovunque; così facendo, sarebbe stato difficile distinguere tra post falsi e post reali, se non impossibile, data la concitazione del momento. Erano stati creati falsi siti di news della zona unicamente ad uso e consumo dello “scherzo”, i link da Twitter rimandavano a pagine che somigliavano a quelle vere in tutto e per tutto.

Manipolare così un paese non è cosa da poco: ci dev’essere una regia dietro, qualcuno che abbia steso la sceneggiatura della cosa e l’abbia diretta. Impossibile ci fosse un singolo individuo…

Internet Research Agency

Poco dopo, gli stessi account usati per l’affaire Columbian Chemicals hanno cominciato a postare notizie su una supposta epidemia di Ebola in Atlanta, generando ovviamente panico in chi se le trovava davanti. L’hashtag #EbolaInAtlanta ha cominciato a circolare, e in contemporanea altri account fake raccontavano con #ShockingMurderinAtlanta di un episodio di polizia brutale con protagonista un’afroamericana disarmata.

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Adrian ha studiato bene  e ha collegato le cose ad un’altra storia su cui stava lavorando: l’Internet Research Agency. Trattasi di una troll farm russa, apparentemente capace di coordinare fino a 400 persone contemporaneamente online per tenere alto il buon nome di Putin e della Russia. Migliaia, se non milioni, di account fasulli gestiti dietro l’anonimato di una rete virtuale. Disposti a tutto, pur di rendere immacolate le gesta di Vladimir.

Adrian è riuscita ad avere un’intervista con una ex impiegata dell’Agenzia, che, tra le tante cose, le racconta che:

in March, after the opposition leader Boris Nemtsov was murdered, she and her entire team were moved to the department that left comments on the websites of  Russian news outlets and ordered to suggest that the opposition itself had set up the murder.

Tradotto: a Marzo, quando il leader dell’opposizione era stato assassinato, a lei e al suo team è stato imposto di lasciare commenti sugli aggregatori di notizie russi per suggerire che, forse, tutta la storia fosse un’orchestrazione dell’opposizione stessa – per guadagnare favori, sottinteso.

L’articolo del New York Times evidenzia come questo fenomeno in Russia si sia acuito dopo la crisi del 2011, quando alcuni membri del Parlamento furono accusati di frode. Poiché le proteste nelle piazze e nelle strade erano organizzate perlopiù online, il governo russo è corso ai ripari con un nuovo Ministro il cui compito era quello di “regnare” sul web. Da quel momento commenti, blog, e quant’altro “tiri” è monitorato e calmierato usando questo tipo d’agenzie.

Non vi sto a raccontare tutto l’articolo, merita d’essere letto in originale. Una mia modesta traduzione non renderebbe l’idea della vastità e della serietà di questo problema. È un folle viaggio che parte dalla Lousiana per arrivare alle gallerie d’arte di New York, passando per Twitter, Facebook,  Instagram. Vale la corsa, fidatevi!

Conclusioni

Di soggetti che cadrebbero nella trappola di troll di questo genere ne vedo spesso anche sulle pagine di BUTAC, specie nei commenti degli ultimi tempi. Manipolare la gente online sta diventando sport nazionale per tanti politici nostrani. Allo stesso tempo, nel mio tentativo di demistificare determinate notizie, quando arrivo alla fonte mi trovo davanti gli stessi due o tre soggetti. Sarà un caso? Non so se il PD ha un’agenzia come quella Russa, ma se l’avessero, dovrebbero migliorarla non poco. Sono quasi sicuro ci siano svariate frange dell’Agenzia qui in Italia, non saprei spiegarmi in altro modo quante simpatie sembra riscontrare Putin nel nostro paese.

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Chi sia dietro la Internet Research Agency non si sa per certo, si ipotizza possa esserci lo “chef del Cremlino”, un ricco ristoratore grande amico del presidente Putin e responsabile del cibo al Cremlino. Ovviamente sono voci, non confermabili al 100%, ma l’Agenzia non è l’unica nel paese. Come lei ne esistono altre e si parla di migliaia di impiegati dedicati ad un unico scopo: passare l’idea nel mondo di una Russia nazione perfetta, Vladimir miglior presidente del globo.

Non credo sia necessario aggiungere altro. Le riflessioni le lascio a voi, nei commenti. E vediamo quanti agenti arrivano a questo giro… 😉

Intanto continuo a linkarvi l’articolo del New York Times. Anche se non sapete l’inglese alla perfezione, provate a leggerlo, è davvero interessante!

maicolengel at butac.it