AGGIORNAMENTO DELLE ORE 17:00

Mettetevi comodi, ho ricevuto una mail da RaiTre, questo l’oggetto:

richiesta pubbliche scuse e pubblicazione replica immediata_indovina chi viene a cena

Qui trovate quanto mi viene scritto e intimato di pubblicare, in seguito una mia veloce replica e ancora più sotto il mio articolo originale. Così da avere modo di giudicare la mail, che è indirizzata a noi ma anche a Il Fatto Alimentare che citavamo più sotto.

 …il nostro servizio trasmesso ieri “Sano come un pesce”  è stato citato da IL FATTO ALIMENTARE senza premurarsi controllare le informazioni che abbiamo divulgato (giusto per dare la misura della sua attendibilità).
 Le loro e le vostre sono dichiarazioni che reputo lesive della mia professionalità e di tutta la redazione (e della RAI). L’attacco di Eurofishmarket  è generico, non replica scientificamente dati alla mano alle criticità da noi sollevate se non con generiche accuse e facendo  riferimento a un articolo di Repubblica, che non è una rivista scientifica.  Vengono allegate inoltre fonti e ricerche, anzi  una raccomandazione che consiglia il pesce a fronte delle decine presenti su Pubmed che abbiamo analizzato e che dicono il contrario.  Nell’articolo inoltre non si citano l’etossichina e il diflubenzuron, né cosa comporti il vaccino nei pesci allevati secondo uno studio dell’Università norvegese. Viete messa in discussione la valenza delle nostre analisi sull’etossichina, che secondo  voi sarebbe ricca di (non meglio precisati) “spunti di discussione”. Non c’è dubbio. La discussione è proprio quella sollevata da noi: l’etossichina passa dal mangime  al pesce e anche una trasmissione svizzera l’ha rintracciata in molti campioni, perfino di salmone biologico.
Voi scopritori di Bufale mediatiche, ma sapete almeno riconoscere il giornalismo che fa servizio pubblico, o semplicemente riportate le Bufale di altri? Vi chiedete chi siano gli altri?
Vi siete chiesti il fine di Eurofishmarket di Valentina Tepedino?
Da chi prendono finanziamenti  Eurofishmarket e Valeria Tepedino?
Davanti a questo attacco alla nostra trasmissione era il caso di dichiarare i conflitti di interesse di Tepedino. Fatto salva l’onestà intellettuale, perché non dichiarare le consulenze che Tepedino fa.
Il Fatto   ha chiesto l’elenco delle consulenze di Eurofishmarket prima di pubblicare senza contraddittorio il loro
comunicato stampa?
Veniamo a voi, che dite di smentire le Bufale. Ma se non riuscite neppure a capire chi c’è dietro un articolo!
Con quale metro di giudizio e competenza affermate che il servizio fosse di parte. La verità va cercata anche quando altri la nascondo o non la cercano, anche se sono  le istituzioni, le autorità deputate alla sicurezza alimentate e la politica.  Quelle per cui Tepedino fa consulenza? Così almeno risulta dal vostro sito. Anche a trasmissioni a loro volta “sponsorizzate” dal MIPAF.
Questo scrivetelo quando criticate chi come noi critica proprio queste istituzioni. Inoltre, replicate punto per punto alle nostre affermazioni visto che:
è  vero che importiamo la maggior parte del prodotto ittico dall’estero;
è vero che negli allevamenti di salmone norvegesi si usano antiparassitari;
è vero che sostanze accusate di potenziali effetti negativi sulla salute sono autorizzate dalle norme comunitarie;
è vero che le sostanze chimiche presenti nelle acque e nel mangime dei pesci possono essere nel pesce che consumiamo; è vero che tali sostanze non vengono cercate;
è vero che i controlli sono pochissimi (Tepedino lo conosce bene il Piano Nazionale Residui);
è  vero che le nostre acque   sono drammaticamente inquinate;
è vero che non ci sono ancora norme che obblighino a ricercare gli interferenti endocrini nonostante l’allarme di gran parte della comunità scientifica; è  vero che alterano la natura dei pesci (a meno che contestiate i lavori del CNR e dell’Università di Siena e numerosi altri studi internazionali).
Quello che voi chiamate allarmismo, noi la chiamiamo informazione.
Gli articoli dei giornali e le considerazioni che scrivete sul Nifes, Istituto che nel 2006 ha licenziato la ricercatrice da noi intervistata (per le sue scomode ricerche),  sono fonti poco obiettive. Io invito voi a documentarvi, ma ormai è tardi.Dunque,
riservandomi ogni più opportuna azione in ogni sede, civile e penale, per il risarcimento di tutti i danni patrimoniali e non patrimoniali causati con affermazioni palesemente diffamatorie vi chiedo, ai sensi dell’art. 8 della L. 8/2/1948 n. 47, come sostituito dall’art. 42 della L. 5/8/1981 n. 416, l’immediata rettifica delle dichiarazioni e le pubbliche scuse. Vi diffido altresì dall’ulteriore diffusione di affermazioni false ed inesatte, sia mediante stampa sia mediante pubblicazioni su siti internet.

La mia veloce replica:

Mi sono riletto più di una volta l’articolo da me pubblicato, e non ci trovo nulla per cui dover riportare scuse, è in parte un analisi di un servizio tv, completata con informazioni riportate da altri, non parlo di allarmismo (lo fa il Fatto), forse sensazionalismo, non lancio accuse, ma evidenzio come alcune delle affermazioni fatte le avessimo già trattate a settembre (non per un articolo su Report) e fossero risultate inesatte da fonti verificabili.

È vero, nel mio articolo qui sotto non avevo minimamente trattato la questione ethossichina, ma perché ad oggi non c’è un parere della comunità scientifica unico, mancano ulteriori studi, come riportavano in tanti già nel 2015 alla luce degli ultimi studi fatti in quel settore:

In base ai dati disponibili, non è possibile affermare che l’etossichina sia sicura per gli animali, per l’uomo e per l’ambiente. Sono queste le conclusioni dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), alla quale è stato chiesto di valutare nuovamente la sicurezza della sostanza, usata come additivo per l’alimentazione degli animali, ai sensi del regolamento CE 1831/2003.

L’Efsa precisa di non essere stata in grado di giungere a una conclusione certa, perché non ci sono dati sufficienti per valutare la sicurezza dell’etossichina e dei suoi metaboliti. In sé la sostanza non è considerata genotossica – cioè, capace di danneggiare il Dna -, ma l’Autorità ha scoperto che uno dei suoi metaboliti, l’etossichina-chinone-immina, potrebbe esserlo, Inoltre, al termine del processo di fabbricazione, nell’additivo resta un’impurità, chiamata p-fenetedina, che rappresenta un possibile mutageno. Ossia, potrebbe provocare la mutazione nel materiale genetico di animali e umani.

Nel mio articolo non citavo Nifes, come sembra sostenere la Giannini, lo fa sempre il Fatto, io riportavo il link al mio precedente articolo dove si riportavano PubMed, CDC  e dipartimento per la salute americano (dove l’etossichina è ancora usata senza divieti). È vero che non raccontavo chi fosse EuroFishMarket, ma spiegavo chiaramente in chiusura che una possibile critica al pezzo de Il Fatto Alimentare era che fosse di parte. Non ho smentito gli studi di nessuna università anche se dalla lettera della Giannini sembra l’abbia fatto, ma da come l’ha scritta ho il dubbio che abbia letto il nostro articolo velocemente, magari da smartphone, confondendo noi con quanto riportato da Il Fatto. Mi dispiace la minaccia legale finale, perché non ritengo d’aver scritto un articolo che possa in alcuna maniera diffamare qualcuno. Ma evidentemente abbiamo metri di giudizio diversi.

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A seguito di quest’aggiornamento la giornalista Giannini mi ha riscritto, arrabbiata, spiegandomi che :

Signori della Bufala,

   io non so che esperienza abbiate voi di giornalismo
ma intuiscono molto poca, per come verificate le vostre fonti.
Vi consiglio di partire proprio dall’attendibilità delle fonti, dirette e indirette.
Non sto neppure a rispondere alle vostre inconsistenti controrepliche, argomentazioni che non smontano una sola cosa detta da noi. Rimane vedo quel cartello diffamatorio, controbilanciato da un titolino che non evidenzia affatto il senso della mia richiesta di dire chiaramente che la bufala l’avete riportata voi.
Troppo facile fare un copia-incolla di una che ha conflitti di interessi, appiccare 4 studioli che credete di avere capito solo voi.
IO non intimo nulla, imparate almeno i termini giusti visto che fate gli eroici coraggiosi della notizia.
Vi  ho chiesto 2 cose e una non l’avete fatta.
Continuate a lasciare quel cartello CON LA SCRITTA disinformazione e dovrò procedere con la querela.
Se invece lo volete lasciare  dovete mettere un cartello di uguale grandezza (e agghindato in modo così suggestivo e in prima pagina per almeno 3 giorni) con scritto:
LA BUFALA l’abbiamo fatta noi stavolta pubblicando
l’articolo di EUROFISHMARKET (senza dire i conflitti di interesse di Tepedino)
Io ho realizzato inchieste per report per 19anni, ho avuto molte denunce senza averne persa una.
Io credo che la vostra superficialità, riportata in tv, vi sommergerebbe di querele. E le perdereste
Essere piccoli e quasi invisibili (e sul web) non vi difende più dalle querele.  Lo sapete almeno questo, vero?
saluti
Sabrina Giannini
Quindi il succo è che dovevo togliere il cartello con la scritta, è quello che da fastidio! Eseguo gli ordini come da richiesta, però siccome a noi su BUTAC piace andare a fondo con le questioni vi rimando all’articolo che abbiamo pubblicato il 4 aprile 2017, firmato da Thunderstruck, che cerca di fare chiarezza su tutta la questione pesci. L’immagine che accompagna il nuovo articolo (che trovate qui) è questa:

Ieri dopo la pubblicazione di un nostro Blast from the past (oltretutto con bella in vista la data di pubblicazione – 2016) dedicato al salmone, alcuni lettori su Facebook hanno avanzato qualche lamentela:

Nulla di grave, nessuna offesa, solo un po’ di dubbi dettati dal fatto che in apertura PRE Report c’era un servizio che parlava proprio dei salmoni, e di come funzionino le cose negli allevamenti intensivi in Norvegia. Monia nei commenti ci accusava di esser forse proprio noi a raccontare bufale (sia chiaro il pezzo che commentava era del 2016, bastava leggerlo per rendersi conto che non trattava le stesse problematiche evidenziate da Report, ma evidentemente a volte la pigrizia è troppa anche per un piccolo click). Fabio prendeva un po’ in giro la frase con cui introducevo l’articolo, dandomi l’impressione di non averlo neppure letto, Cristian (senz’acca) mi chiedeva se avevo visto il servizio di Report. Come spiego spesso non guardo la tv italiana, solo in streaming selezionando i contenuti che ritengo interessanti o che valga la pena studiare per BUTAC. Così il servizio me lo sono guardato in differita.

Analizziamo insieme le affermazioni

Subito in apertura del servizio viene intervistato un veterinario della ASL di Milano, Renato Malandra, che fa un’affermazione non inquadrata nel giusto contesto: ci spiega che il 75% del pesce che mangiamo non è italiano, subito prima la solita voce suadente dei servizi di Report ci aveva introdotto la questione dicendo:

“Settant’anni di scambi di voti tra politici e pescatori e deroghe a maglie larghe ed ecco il risultato, quello sì, molto Made in Italy”

Lo spettatore che sente le due frasi una di seguito all’altra ovviamente si convince che l’unica ragione per cui l’80% del pesce non è italiano sia colpa dei politici. Peccato che nel servizio non si faccia menzione del fatto che consumiamo più pesce di quello che peschiamo, e che quindi siamo ovviamente costretti ad importarlo. Ma chissenefrega, si saranno detti in redazione, non è così che si cattura l’attenzione del pubblico. No? Il veterinario cita il 1983, secondo i suoi dati a quell’epoca si consumava l’80% di pesce nazionale. Le possibilità sono varie, nel 1983 mangiavamo meno pesce, nel 2017 peschiamo di meno oppure la peggiore, abbiamo pescato troppo per anni, fino ad estinguere le risorse del Mediterraneo a cui potevamo avere accesso e siamo costretti ad importare. Report  quale sia il motivo non ce lo dice, evidentemente è irrilevante. Peccato che una veloce ricerca mi mostri come anche nel 2013 si spiegasse che molto cibo (pesce incluso) viene importato perché ne consumiamo molto di più di quello che siamo in grado di produrre. Il Fatto Alimentare spiegava che solo il 40% del pescato è italiano, mentre (su tutto il territorio nazionale, non solo Milano) il restante 60% viene importato.

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E guarda caso, proprio la ricerca sul Fatto Alimentare mi porta a un altro articolo, che ha pochissime ore, e s’intitola:

Indovina chi viene a cena? La disinformazione. Il programma di Rai3 attacca il salmone di allevamento. La replica di Eurofishmarket

Ahia, allora non sono l’unico ad essersi accorto che nel servizio di Report manca informazione per il consumatore, informazione verificata intendo. L’articolo è lungo, ma la parte più interessante è quella finale che ritengo importante riportare anche qui su BUTAC:

I protagonisti del programma erano ecologisti, rappresentanti di associazioni ambientaliste e ricercatori di enti di ricerca (per lo più incaricati di progetti di ricerca a breve termine)  – Confermo, anche le analisi dell’Università di Siena citate ad inizio articolo mi risultano parte di un progetto commissionato da GreenPeace nd maicolengel. Rispettando il ruolo e la professionalità di queste figure, va comunque detto che non sono stati intervistati professionisti competenti sulle tematiche trattate, soprattutto in merito alle questioni igienico sanitarie. Per competenti si intendono quei tecnici che hanno un curriculum alle spalle, un percorso formativo, pubblicazioni, ricerca ed esperienza sulla materia.

Ad esempio, l’affermazione dell’ecologista intervistato, che ha esemplificato la densità degli allevamenti invitando gli ascoltatori ad immaginare “sei pesci da due chili in una vasca da bagno” è molto discutibile, considerando che la normativa norvegese impone, unica nel suo genere, reti con il 97,5% di acqua ed il 2,5% di pesce. Anche la valenza dell’analisi dei “ben” tre campioni di salmone positivi all’etossichina prelevati dalla redazione è ricca di spunti di discussione.

Il servizio di Rai3, poi, arriva a sconsigliare il consumo del salmone in gravidanza, a causa tutte le sostanze chimiche che potrebbe contenere e dunque potenzialmente pericolose per il feto, scontrandosi direttamente con la raccomandazione di segno opposto dell’autorevole Anses (Agenzia francese per l’alimentazione, ambiente, salute e sicurezza sul lavoro).

Per chi fosse sempre pigro riporto la traduzione (grazie Google translate) del documento dell’Anses a cui fa riferimento EuroFishmarket:

Per la popolazione in generale, ANSES ritiene che il consumo di pesce non presenta un rischio per la salute legato al metilmercurio. Infatti, il contenuto di  metilmercurio è inferiore alla dose giornaliera tollerabile  definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Considerando i benefici nutrizionali associati al consumo di pesce (acidi grassi essenziali, proteine, vitamine, minerali e oligoelementi), l’Agenzia raccomanda:

  • mangiare pesce due volte a settimana di pesce grasso (salmone, sgombro, sardine, acciughe, trota affumicata, aringhe …);
  • diversificazione delle specie di pesci consumati.

Per le donne in gravidanza e in allattamento e ai bambini (sotto i 30 mesi), l’Agenzia raccomanda di prendere precauzioni particolari:

  • evitati come precauzione di consumare il pesce più contaminato: squali, lamprede, pesce spada, marlin (vicino il pesce spada) e sikis (varietà di squali)

  • limitare il consumo di pesce che potrebbe essere fortemente contaminato (2) per 150 g per settimana per le donne in gravidanza e in allattamento e 60 g alla settimana per i bambini sotto i 30 mesi.

Quali sono i pesci che sono considerati possibilmente fortemente inquinati? Ce lo spiegano poco sotto:

…la rana pescatrice, lupo palamita, anguille e anguille imperatore, pesce specchio atlantico o pesce specchio atlantico mediterraneo, grenadier, halibut atlantico, rombo giallo, triglie, luccio, bonito, capelin mediterranea, squalo portoghese, raggi, grande scorfano, pesce vela atlantico, argento sciabola e sciabola nero, saraghi, orate, sgombri o butterfish, oilfish, sgombro serpente, storione, tonno…

L’articolo del Fatto Alimentare termina così:

Nella speranza che la Rai possa in futuro tutelare meglio i telespettatori da presunti allarmismi, indichiamo in allegato fonti referenziate per cercare dati relativi a quanto trattato nel programma ed invitiamo anche la redazione di Indovina chi viene a cena a documentarsi in merito, restando a disposizione per un confronto su un settore importante come quello dell’acquacoltura.

Io non credo sia necessario aggiungere altro, le affermazioni fatte nel servizio dell’altra sera erano più o meno le stesse che avevamo già smontato l’anno scorso. Se poi invece che a testi e documenti di agenzie per la salute e la sicurezza, non solo a livello nazionale, preferiamo affidarci a un servizio televisivo di una trasmissione che si occupa prima di tutto di fare ascolti, beh è inutile dire altro, di me non vi fiderete comunque e le nostre fonti sono evidentemente troppo ostiche da leggere.

So bene che una possibile critica all’articolo de il Fatto Alimentare è che siamo di fronte ad una risposta di parte, come di parte era il servizio. Ma qui su BUTAC cerchiamo di non esser di alcuna parte, e le uniche informazioni aggiornate date da fonti verificabili erano le stesse che vi avevo riportato a settembre 2016, se Report o qualcun altro ne ha di altrettanto attendibili (quindi da enti governativi e comunità scientifica) sarà un piacere aggiungerle ai dati qui sopra riportati.

Qui potete trovare la seconda puntata del nostro articolo, dove cerchiamo di fare ulteriore chiarezza sull’argomento.

maicolengel at butac punto it

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