E anche oggi mi faccio nuovi amici domani.

Quasi tutti i giornali italiani hanno titolato nei giorni scorsi come se il governo avesse intrapreso una vera e propria battaglia contro la piattaforma di streaming Netflix. Ammetto che come sempre non mi fermo ai titoli, le notizie vanno lette, fino in fondo (porca puzzola). L’aveste fatto, invece che condividere indignati e preoccupati, forse vi sareste lamentati dei titolisti.

Vediamo di fare un po’ di chiarezza.

Il decreto che Bonisoli ha firmato risale al 2016, quindi non è proprio una novità.

Fino a oggi, per prassi, i film che escono nelle sale non possono passare in televisione prima di 15 settimane. Questo significa che un film che resta nelle sale una settimana poi deve stare in un limbo legislativo assurdo, perdendo parte dell’investimento pubblicitario fatto. Le cose comunque sono migliorate rispetto ad anni fa, un tempo bisognava che passassero almeno sei mesi dall’uscita nelle sale. Negli anni è stata ridotta la finestra quasi della metà, e questo è buono. Bonisoli ha spiegato che non vuole aumentarla, ma diminuirla ulteriormente prevedendo finestre diverse in base a circuiti e permanenze in sala.

Su Repubblica ci spiegano:

Alberto Bonisoli, interviene sulla polemica che divide esercenti e giganti dello streaming sulla distribuzione dei flim. “Mi accingo oggi a firmare il decreto che regola le finestre in base a cui i film dovranno essere prima distribuiti nelle sale e dopo di questo su tutte le piattaforme. Penso sia importante assicurare che chi gestisce una sala sia tranquillo nel poter programmare film senza che questi siano disponibili in contemporanea su altre piattaforme” ha detto nel videomessaggio inviato alla presentazione della ricerca Agis/Iulm “Spazi culturali ed eventi di spettacolo: un importante impatto sull’economia del territorio”.Il decreto cui si riferisce il ministro è quello attuativo della legge sul cinema, la 220 del 2016. E riguarda solo i film italiani. Finora in Italia le finestre erano regolate, come in Germania, non da una norma scritta ma da una prassi, ampiamente rispettata: 105 giorni era il lasso di tempo riservato alla programmazione in sala, a partire dalla prima proiezione. La regola viene certificata dal decreto: sono 105 i giorni previsti perché l’opera audiovisiva – il film mainstream –  possa essere ammessa ai benefici che la legge riconosce ai film italiani (tax credit ecc). Ma i termini sono ridotti a dieci giorni se l’opera è programmata solo per tre giorni (o meno) feriali, con esclusione del venerdì, sabato e domenica. Di sessanta giorni, se l’opera è programmata in meno di ottanta schermi e dopo i primi ventuno giorni di programmazione, avendo ottenuto un numero di spettatori inferiori a 50mila.

E sempre Repubblica conclude:

Si tratta quindi di una norma circoscritta, che raccoglie in parte le istanze degli esercenti ma che d’altro lato restringe la finestra per i film italiani più piccoli, che però rischia di avere qualche controindicazione proprio per i film italiani più piccoli: Sulla mia pelle, uscito in sala e su streaming, ha avuto 100mila spettatori. Se fosse rimasto in sala solo nei tre giorni feriali previsti dal decreto, ne avrebbe avuti dieci volte di meno.

Quindi?

Piccoli rischi per film italiani che stiano poco in sala, ma per il resto riduzione ulteriore della finestra per cui un film può essere trasmesso su piattaforme dopo l’uscita al cinema. È chiara la questione? La finestra di 105 giorni che fino a oggi era prassi cambia, saranno previste più finestre, in base a svariati fattori, e al massimo il tempo tra uscita in sala e in tv sarà ridotto. Se un film resta nelle sale solo tre giorni (non di weekend) dopo dieci giorni potrà passare sui circuiti streaming, e se viene programmato in meno di ottanta sale sul territorio nazionale i giorni saranno sessanta. Quindi non si tratta di un decreto punitivo, ma comunque migliorativo della situazione attuale, cavalcarlo in senso negativo è a mio avviso un errore.

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Settore in crisi

Si tratta quindi di un aggiornamento nei confronti di un settore in crisi. Ad alcuni fa storcere il naso l’idea che il governo cerchi di aiutare il settore delle sale cinematografiche, ma non vedo in questo un attacco a Netflix o alle altre piattaforme di streaming (anche italiane) presenti nel nostro Paese. L’aggiornamento, a quanto spiega Bonisoli, non porta particolari danni all’utente, anzi, i tempi d’attesa per vedere un film in tv sono ridotti in base proprio ai giorni di programmazione in sala e ai circuiti che hanno distribuito la pellicola. Cosa oltretutto che viene già regolamentata in tanti altri Paesi europei.

Siamo sicuri che quei titoloni avessero senso?

Si poteva fare meglio? Forse, ma comunque a me sembra che sia un miglioramento rispetto a prima, non un peggioramento. La tutela delle sale cinematografiche (in crisi da anni) è anche una tutela del territorio: le sale che chiudono nei centri città, infatti, sono un problema, perché non sempre è facile trovare diverse soluzioni per gli immobili rimasti vuoti. Per non parlare dei posti di lavoro che le stesse sale creano.

Certo, esiste una larga fascia di popolazione che vorrebbe avere tutto e subito, ma gli investimenti delle sale cinematografiche sono importanti; una concorrenza che non abbia regole può fare male a tutti, cercare di stilarne in maniera da non punire eccessivamente nessuno è fondamentale.

maicolengel at butac punto it

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