Il termine No Go Zone piace molto a certi giornalisti, è inglese, suona forte da usare in titoli e sottotitoli, e mette paura al lettore. Il termine starebbe a indicare aree dove le forze dell’ordine non entrano.

Il Corriere della Sera qualche giorno fa titolava:

Alby, la piccola Baghdad svedese dove anche la polizia ha paura

Viaggio in una No Go Zone di Stoccolma dominata da gang e spacciatori.

Qui la socialdemocrazia ha fallito. Oggi il voto potrebbe premiare il centro destra

Questo è quello che definisco giornalismo a tesi: si parte da un’idea preconcetta per raccontare una storia al lettore, storia che specie in un momento politico come questo potrebbe fare molta presa.

Intanto partiamo dal titolo, vero che Alby è abitata per la maggioranza da immigrati, ma perché usare Baghdad come paragone? Non andava bene Caracas? O Quarto Oggiaro? Il fatto che ci vivano molti immigrati non la trasforma in Baghdad, specie guardando i numeri: infatti la maggioranza degli stranieri presenti nell’area viene da altri Paesi europei (Turchia inclusa), come ne arrivano dal Sudamerica e da altri Paesi. Perché non evidenziarlo? Sono oltre 13mila gli europei non svedesi residenti nell’area attorno a Alby, a fronte di 11mila che arrivano da Paesi asiatici e circa 5000 da Paesi africani.

Davvero Alby è una No Go Zone?

Ovvero davvero è un’area dove non entrano le forze dell’ordine o comunque ci vanno con molta paura? Non vivo in Svezia, e non ho fondi per potermi permettere un viaggio fin lassù. Ma il web è aperto a tutti, ed esistono molte testate affidabili a cui fare riferimento. Una che apprezzo nelle sue varie edizioni internazionali è The Local, che ha una sua redazione svedese. Redazione che giusto l’anno scorso cercava di fare chiarezza sulle No Go Zone, o meglio sulle aree definite a rischio dalla polizia svedese. Il testo di The Local è posto come serie di quesiti a cui dare risposta.

Are they no-go zones?

Well, not really. This term caught on in international media after it was used by a columnist to label these areas, but police and emergency services have themselves repeatedly rejected it, arguing that these are areas with a higher police presence, if anything. That said, emergency services do often adapt their behaviour, for example by making sure that there is proper back-up, by entering the areas via alternative routes, or by reversing their vehicles into the areas in order to make sure they are able to leave quickly if needed. Emergency services have, for example, been exposed to threats, stone-throwing, or vandalism of their vehicles. But it’s not black and white: often, nothing of note happens.

Sono zone vietate?

Beh, non proprio. Questo termine viene usato dai media internazionali dopo che è stato utilizzato da un giornalista per etichettare queste aree, ma la polizia e i servizi di emergenza lo hanno ripetutamente respinto, sostenendo che si tratta di aree con una presenza di polizia più elevata, al massimo. Detto questo, i servizi di emergenza spesso adattano il loro comportamento, ad esempio assicurandosi che vi sia un adeguato back-up, entrando nelle aree attraverso percorsi alternativi o invertendo i loro veicoli per assicurarsi che siano in grado di partire rapidamente se necessario. Per esempio, i servizi di emergenza sono stati esposti a minacce, lancio di pietre o atti di vandalismo dei loro veicoli. Ma non tutto bianco o tutto nero: spesso, non succede nulla degno di nota. 

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Quindi il termine No Go Zone riferito alla Svezia è errato, e un giornalista non dovrebbe usarlo, visto che per il lettore finale si tramuta in un “area di nessuno, senza legge, un Far west”. Ma evidentemente spiegare queste cose fa vendere meno giornali.

Un nostro lettore che in Svezia ci vive mi ha linkato un bel video della BBC dove le cose vengono spiegate da un poliziotto svedese, che dice chiaramente: quelle che voi chiamate No Go Zone sono aree dove andiamo molto più spesso che in altre.

 

Non vorrei fare paragoni azzardati, ma vivo in una città dove fino a non moltissimi anni fa esisteva una grande area che avremmo potuto definire No Go Zone (secondo i criteri usati dai giornalari italici). Un quartiere dove furono uccisi due carabinieri il 20 aprile 1988, uccisi da criminali italiani, uno dei quali era anche un poliziotto. Non per questo abbiamo demonizzato i poliziotti, o l’area, che oggi è molto più multietnica ma anche più sicura.

Zone poco sicure?

L’articolo comincia raccontando di una Saab incendiata e spiega che la polizia non dichiara di che etnia fossero i colpevoli. In una cittadina dove l’84% sono immigrati appare abbastanza probabile che siano stati loro. Ma questo significa qualcosa? In Italia negli ultimi quarant’anni episodi di vandalismo simile ci sono stati più e più volte. In Svezia sono anni che in occasione dell’inizio (o della fine) dell’anno scolastico giovani danno fuoco a delle vetture. Non è un fenomeno legato a filo doppio all’immigrazione, ma legato magari a disagio giovanile (e cavalcato dall’estrema destra solo da quando fa comodo addossare la colpa agli stranieri).

Sempre su The Local viene spiegato non ci si deve sentire insicuri:

Should you feel unsafe? Probably not. In general, deadly violence in Sweden has gone downsince the 90s. The number of deadly shootings, however, is up, which can be linked to these criminal gang conflicts.

che tradotto:

Dovresti sentirti insicuro? Probabilmente no. In generale, la violenza mortale in Svezia è diminuita dagli anni ’90. Il numero di sparatorie mortali, tuttavia, è alto, il che può essere collegato a questi conflitti tra bande criminali.

Quindi i decessi causati da attività criminali dagli anni ’90 ad oggi sono diminuiti, pur essendoci un alto numero di sparatorie letali. Ma la popolazione generica non è l’obiettivo di queste sparatorie, che avvengono tra gang per il controllo di determinate aree. Un po’ come succede a Milano da noi con i sudamericani, o come succedeva al Sud con le guerre di mafia. Ma i numeri parlano chiaro, in Svezia dagli anni ’90 ad oggi ci sono meno delitti. Come sono diminuiti i furti, da un 13 percento degli svedesi ad avere subito un furto nel 2006 si è passati a un 10%. Tutte cose che evidentemente non interessa raccontare. Un po’ come quando parli con italiani che s’informano solo sui giornali e sono pertanto convinti che stupri e suicidi per crisi siano in costante aumento nel nostro paese, quando non è affatto così.

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Benzina sul fuoco, evidentemente piace

Si è scelto di seguire la tesi delle testate di estrema destra, continuando a gettare benzina sul fuoco. Per fortuna, evidentemente, in Svezia non leggono il Corriere e al voto non hanno portato alla vittoria gli estremisti di destra, pur avendo aumentato molto il numero di seggi in parlamento.

Stiamo attenti quando facciamo informazione. Non affidiamoci a una sola fonte, cerchiamo di vedere se esistono altre sorgenti a cui attingere, magari più affidabili, magari più istituzionali.

L’imam corrotto

Nello stesso articolo si fa riferimento a un imam che avrebbe offerto 3mila voti a un politico in cambio della promessa di un terreno su cui costruire una nuova moschea. Non trovo traccia di telecamere nascoste che abbiano ripreso i fatti, mentre il Corriere ne fa menzione (senza linkare alcunché). In compenso la storia è finita su tutti i giornali, che hanno usato l’equivalente dell'”allegedly” britannico. E spiegano che l’imam è stato subito sospeso. Le cose vanno raccontate tutte, per bene, con tutti i particolari.

Quante volte storie simili, magari con protagonisti differenti, accadono nel nostro Paese. Colpa degli immigrati? Non direi, eppure l’enfasi sul fatto che fosse un imam e non il leader di una gang è tanta. Con questo sistema automaticamente si delegittimano tutti gli imam, perché la cosa che resterà nelle teste di chi l’ha letta è che l’imam di una piccola comunità svedese vende voti in cambio di moschee, l’imam in questione è una brutta persona, di rimando tutti gli imam sono brutte persone. Un po’ come quando si parla di preti e abusi sui bambini. Il fatto che l’imam Xyz o Don Zxy si siano comportati male non significa che tutti gli imam siano così o che lo siano tutti i preti.

Concludendo

Non dovrebbe essere compito di blogger come me verificare quanto i giornalisti riportano, e le notizie non dovrebbero essere abbandonate a se stesse una volta pubblicate. Anche perché con la rete restano lì, uguali a se stesse, anche se i fatti in realtà non sono come raccontati. Sul lungo termine l’articolo del Corriere sulle No Go Zone resterà sempre più visibile del pezzo di BUTAC sullo stesso argomento. E la bugia delle No Go Zone ripetuta mille volte diventa una verità incontrovertibile.

Non credo serva aggiungere altro, con questo mio articolo ho aggiunto un altro piccolo mattone nel muro dei perché a me non m’invitano ai Festival del Giornalismo…

maicolengel at butac punto it