Circola quest’immagine sui social italiani:

Cita una frase di Pierre Moscovici:

Italia rispetti le regole come fanno tutti i paesi dell’Unione Europea da 10 anni

Seguita da uno schemino che ci mostra l’andamento del deficit dal 2008 al 2017. Ho guardato gli ultimi rapporti per capire da dove arrivassero i numeri. Ci sono alcune differenze di piccole percentuali rispetto ai dati riportati da altre fonti, ma nulla di eclatante, probabilmente piccole sviste o arrotondamenti differenti.

È importante questa serie di dati?

Sì, poiché sono alla base del rispetto del patto di stabilità e crescita, stipulato e sottoscritto mel 1997 dai Paesi membri dell’Unione Europea.
Da Wikipedia:

In base al PSC, gli Stati membri che, soddisfacendo tutti i cosiddetti parametri di Maastricht, hanno deciso di adottare l’euro, devono continuare a rispettare nel tempo quelli relativi al bilancio dello stato, ossia:
• un deficit pubblico non superiore al 3% del PIL (rapporto deficit/PIL < 3%);
• un debito pubblico al di sotto del 60% del PIL (o, comunque, un debito pubblico tendente al rientro) (rapporto debito/PIL < 60%).
A tale scopo, il PSC ha implementato la PDE di cui all’articolo 104 del Trattato, la quale nello specifico consta di tre fasi: avvertimento, raccomandazione e sanzione.
In particolare:
• se il disavanzo di un Paese membro si avvicina al tetto del 3% del PIL, la Commissione europea propone, ed il Consiglio dei ministri europei in sede di Ecofin approva, un “avvertimento preventivo” (early warning), al quale segue una raccomandazione vera e propria in caso di superamento del tetto.
• se a seguito della raccomandazione lo stato interessato non adotta sufficienti misure correttive della propria politica di bilancio, esso può essere sottoposto ad una sanzione che assume la forma di un deposito infruttifero, da convertire in ammenda dopo due anni di persistenza del deficit eccessivo. L’ammontare della sanzione presenta una componente fissa pari allo 0,2% del PIL ed una variabile pari ad 1/10 dello scostamento del disavanzo pubblico dalla soglia del 3%. È comunque previsto un tetto massimo all’entità complessiva della sanzione, pari allo 0,5% del PIL.
• se invece lo stato adotta tempestivamente misure correttive, la procedura viene sospesa fino a quando il deficit non viene portato sotto il limite del 3%. Se le stesse misure si rivelano però inadeguate, la procedura viene ripresa e la sanzione irrogata.”

In sostanza, il rapporto deficit/PIL è solo uno dei dati da prendere in considerazione, va certamente messo in relazione con altri dati macroeconomici, e il dato in sé, privo di correlazione, non ha molto senso. Non è infatti solo sul rispetto del parametro deficit/PIL che si basano le analisi della Commissione Europea. 

Siamo di fonte a manovre economiche che partono da lontano, e che ogni anno vengono ritoccate per cercare di migliorarne gli effetti, o valutare se quelle leve stanno funzionando come “motore “ dell’economia reale. Una manovra economica non dispiega immediatamente i suoi effetti: non è un interruttore che accende immediatamente la luce in condizioni di buio pesto. Un programma di governo che assicuri una crescita necessita di investimenti, stabilità, fiducia da parte di investitori, famiglie e imprese, coesione, oltre a diversi anni per dare risultati. 

Previsioni

Eravamo sulla strada indicata dall’Unione, dopo essere usciti da una terribile crisi che ha travolto tutte le economie mondiali e ha costretto quasi tutti i Paesi a sforare per salvare banche in difficoltà ed evitare di innescare nuove bombe, dopo “Lehman”. Anche i salvataggi domestici che abbiamo obtorto collo fatto ci hanno costretti, pur nel rispetto del parametro, a sforare un bilancio preventivo che ci avrebbe portati ben al di sotto del dato consuntivato. In sostanza, quanto riportato nello schema andrebbe in primis contestualizzato, poi analizzato in considerazione delle manovre fatte negli anni. Infine dovrebbe tenere conto, con logiche prudenziali, di eventuali scenari simili per gli anni a venire.

Per esempio, la Francia, anche lei con un rapporto percentuale alto – da molti più anni di noi – nelle previsioni è vista molto più in forma, come ci spiega il Sole 24 Ore:

la Francia tornerà a un deficit dell’1,4% nel 2020, e questa brusca flessione sarebbe eccessiva anche per un paese come la Francia, in circostanze diverse: se, insomma, fosse “vera”. Per il 2022, l’anno delle prossime presidenziali, è previsto poi un deficit dello 0,3%, quasi il pareggio di bilancio. Il debito pubblico, nell’intero periodo è dunque previsto in calo, sia pure in misura marginale l’anno prossimo (quando si prevede una crescita dell’1,7%).

Le previsioni per il nostro Paese invece non sono così rosee, gli investimenti che sono stati annunciati sono, secondo la Commissione Europea, lontani dal poter portare risultati sufficienti a mantenere i miglioramenti lenti che il nostro Paese stava facendo, inoltre le stime parrebbero troppo ottimistiche se paragonate agli attuali indicatori di crescita del PIL che registrano una brusca frenata, senza considerare il maggior costo per rifinanziare il nostro imponente stock di debito, e ciò in mancanza del “paracadute” offerto dal quantitative easing.  In sostanza, chi comprerà nel 2019 circa 400 miliardi del nostro debito pubblico in un clima di incertezza così pesante? Quanto ci costerà rinnovare quelle scadenze? È anche per questo che la Commissione boccia la nostra manovra, ed è su questo che occorre informare. Occorre spiegare come funzionino le cose, occorre fermarsi a ragionare.

Tutto va messo in relazione, non una singola percentuale… l’Italia, ad esempio, ha un debito pubblico pari al 131,8% del PIL, la Spagna al 98,3%, la Francia al 97%.

Si investe sulla crescita

Per capirci in maniera più semplice possibile, gli investitori prestano denaro a chi ne chiede per crescere, e che quindi una volta cresciuto ripagherà i propri debiti. Non si presta denaro a chi voglia elargire soldi a fondo perduto alla cittadinanza disoccupata. Non è un investimento che su cui si possa scommettere. L’Italia nell’attuale manovra presentata all’Unione ha proposto un meccanismo sostanzialmente redistributivo: la componente di investimenti dedicati alla crescita viene giudicata troppo bassa, e produrrà un aumento del debito senza impattare sulla crescita, inoltre si osservano diverse incongruenze, fra cui previsioni di crescita considerate dagli esperti eccessivamente ottimistiche.

Come spiega TrueNumbers:

Perché alla fine è questa che conta, la crescita. Se manca, rimane solo l’austerità, che nessuno vorrebbe, per far calare il deficit. Solo la crescita del Pil come gli ultimi anni dimostrano riesce a fare diminuire l’odiato deficit a cifre più ragionevoli.

Concludendo

Si potrebbero aggiungere molte altre cose, ma non sono un esperto di economia, è sempre importante ricordarlo. Per approfondire però credo quest’articolo su Keynes Blog possa essere utile.

LEGGI ANCHE:  Foto di bimbi morti buone per tutte le occasioni

Gireranno altri meme sullo stesso stile, lo so, ne ho già visti, quando li vedete passare sulle vostre bacheche non interagite, al massimo cliccate su ignora e silenziate l’amico che l’ha condiviso. Non serve a nulla discutere, non serve a nulla commentare, aumentate solo la viralità del post. I tifosi non cambiano idea, è inutile perderci tempo.

maicolengel at butac punto it

(con l’aiuto dell’amico Enrico che trovate su twitter come @Chicco892892 )

Se ti è piaciuto l’articolo, sostienici su Patreon o su PayPal! Può bastare anche il costo di un  caffè!