Polarizziamoci insieme

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È stato pubblicato su PlosOne lo studio “Debuking in a world of tribes” di cui ritenevo di aver già detto tutto quello che aveva senso dire mesi fa (e anche in un altro articolo apparso sull’oggi instabile MAG, ma che conto di riportare su BUTAC in una apposita sezione Opinioni).

Titola la Repubblica:

Bufale, il debunking fa più danni che altro. E le fake news resistono

Lo studio di Fabiana Zollo analizza il mondo dei social network, parte da Facebook, ma è facile intuire che sarebbe molto simile in qualsiasi altro ambito. Ma l’analisi si limita a quella parte di navigatori che legge e interagisce con i post social. Vediamo i gruppi scelti da Fabiana Zollo per lo studio in esame:

“We identify two main categories of pages: conspiracy news—i.e. pages promoting contents neglected by main stream mediaand science news. … we further explore Facebook pages that are active in debunking conspiracy theses

Quindi l’analisi è fatta su pagine che diffondono “quello che i media non dicono” e pagine che diffondono news scientifiche. In particolar modo l’attenzione è posta su pagine che trattano il demistificare teorie di complotto, pagine che condividono la qualunque, basta che dia corda alla loro visione del mondo. Non vedo da alcuna parte la categoria fake news:

Il termine inglese “fake news” indica articoli redatti con informazioni inventate, ingannevoli o distorte, resi pubblici nel deliberato intento di disinformare o fare diffondere bufale attraverso i mezzi di informazione tradizionali o via internet, per mezzo dei media sociali.

Sicuramente tante pagine sul tema “quello che i media non dicono” diffondono fake news nel senso più stretto del termine, però quelle che fanno più danno sono quelle che colpiscono non solo il pubblico dei social ma anche il lettore tradizionale, quello che on o offline è abituato ad andare a leggere il suo giornale preferito, senza passare da Facebook. Non ci crederete ma ce ne sono anche per un sito come BUTAC. Due terzi delle visualizzazioni di BUTAC, infatti, non provengono dai social network.

Quello che è BUTAC su Facebook, dove abbiamo comunque una community di oltre centomila follower raggiunta senza fare uso di post sponsorizzati o altri ingegnosi (e costosi) sistemi per aumentare la portata della pagina, è solo una parte del nostro traffico. Qualsiasi analisi che parta da quei dati si sta comunque rivolgendo ad uno spicchio del popolo che raggiunge un sito come BUTAC. Rappresentativo sicuramente, ma di per sé non sufficiente per titolare:

…il debunking fa più danni che altro

visto che i danni analizzati nello studio riguardano unicamente gli utenti polarizzati all’interno di echo chamber a loro volta all’interno di un social network che è solo parte del traffico di un sito come il nostro, ma anche di moltissimi altri, testate giornalistiche e siti di debunking e fake news compresi. Sia chiaro, il bacino di utenza di Facebook è talmente ampio che viene spontaneo immaginare che la situazione possa riproporsi in qualsiasi contesto. Ma a quel punto dobbiamo ammettere che anche la pessima divulgazione fatta dai giornali fa più danni che altro. La situazione per quanto riguarda il nostro sito è in evoluzione, merito forse degli algoritmi. Sì, perché se andiamo a vedere quello che erano i dati relativi allo stesso periodo (gennaio-fine luglio) del 2015 ci accorgiamo che:

Due anni fa dai social arrivava quasi il 60% dell’utenza di BUTAC, e avremmo potuto dire che sicuramente quella percentuale era per la maggior parte composta da utenti provenienti da echo chamber; oggi quella fetta si è ridotta della metà (mentre il sito nel complesso ha raddoppiato le visualizzazioni). Gli utenti fidati che arrivano direttamente sono aumentati come lo sono anche quelli che arrivano dai motori di ricerca; e gli utenti di Facebook? Rispetto al 2015 oggi, pur con il doppio dei follower, abbiamo perso circa un 15% di visualizzazioni. Quindi da Facebook, pur avendo raddoppiato i like, arrivano ad aprire gli articoli meno utenti di prima (segno che forse nell’algoritmo del social network c’è qualche cosa che non funziona nella lotta alle fake news… presuntuosetto, eh?).

Ma procediamo oltre, guardiamo i numeri dello studio:

Focusing on a set of 50,220 debunking posts we measure the interaction of users from both conspiracy and science echo chambers. We find that such posts remain confined to the scientific echo chamber mainly. Indeed, the majority of likes on debunking posts is left by users polarized towards science (∼67%), while only a small minority (∼7%) by users polarized towards conspiracy. However, independently of the echo chamber, the sentiment expressed by users when commenting on debunking posts is mainly negative.

Qua occorre tradurre:

Focalizzandoci su un set di 50,220 post di debunking misuriamo l’interazione degli utenti da entrambe le echo chamber, quella dei seguaci di teorie del complotto e quelle scientifiche. Troviamo che questi post rimangano confinati principalmente nella echo chamber scientifica. Infatti, la maggioranza dei like sui post di debunking è lasciata da utenti polarizzati verso la scienza (67%) con solo una piccola percentuale (7%) da utenti polarizzati verso le teorie del complotto. Comunque, indipendentemente dalla echo chamber di riferimento, il sentimento espresso dall’utente nel commentare sui post di debunking è principalmente negativo.

67+7=74; 100-74= 26, giusto? Abbiamo un 26% di utenti che non è polarizzato (o comunque non appare polarizzato) in nessuno dei due contesti, non è un grande numero, ma sicuramente superiore al 7% in cui possiamo rafforzare invece determinate convinzioni. Da quel che ho colto (ma non è presente nello studio pubblicato) di quel 26% una buona percentuale reagisce comunque negativamente ai post di debunking sui social, ma i non polarizzati restano sempre più di quel 7%. Ammetto che non mi dispiacerebbe sapere come sia stato raccolto il dato dei commenti positivi, neutrali o negativi, perché non mi è chiarissimo il meccanismo che possa definire univocamente un commento come positivo negativo o neutro, ma è un mio limite, non dello studio. Io da parte mia davanti a questi numeri non posso non pensare ai risultati che vi abbiamo riportato parlando di analfabetismo funzionale, lo studio in questa fase non ne fa cenno, ma vedremo come nell’analisi finale ci sia un importante accenno.

LEGGI ANCHE:  Ma non c'era un complotto?

Una battuta dell’amico Elio Truzzolillo sulla polarizzazione devo riportarla:

Ma secondo voi era più eco chamber un circolo del vecchio PC o una pagina comunista su Facebook?

Una parte della storia

Nell’articolo di Repubblica veniva spiegato che:

Il problema è che sebbene lo abbiamo chiamato con un termine proprio – appunto “debunking” – quello di andare a smontare le falsità raccontando la verità dei fatti è (dovrebbe essere ndr maicolengel) il compito irrinunciabile del giornalista.

Ed è purtroppo l’unica parte della storia che interessa veramente a noi, perché la maggioranza di chi fa debunking lo fa per non far passare inosservati gli svarioni e le inesattezze proprio di quelli che dovrebbero raccontare la verità dei fatti. È anche colpa loro se ci troviamo in questo stato di cose.

Dire insomma che il debunking come lo facciamo oggi non funziona è solo una parte della storia. A noi serve capire perché non funziona e farlo meglio.

Che studiosi come Quattrociocchi e Fabiana Zollo proseguano è importante proprio per vedere come (e se) sia possibile farlo meglio. Onestamente non ritengo sia nelle competenze di un blogger sapere come migliorare il proprio impatto, credo sia compito degli studiosi di data science analizzare i numeri, seguire i percorsi. Io non saprei neppure da dove cominciare.

Functional Illiteracy & Conservatism

Purtroppo quello che quasi nessuna testata riporta dello studio, e che invece a mio avviso è la parte più importante, è l’analisi finale, ve la condivido sia in originale che malamente tradotta da me.

On our perspective the diffusion of bogus content is someway related to the increasing mistrust of people with respect to institutions, to the increasing level of functional illiteracy—i.e., the inability to understand information correctly—affecting western countries, as well as the combined effect of confirmation bias at work on a enormous basin of information where the quality is poor. According to these settings, current debunking campaigns as well as algorithmic solutions do not seem to be the best options.

In quest’ottica vediamo come la diffusione del contenuto falso sia in qualche modo legata alla crescente sfiducia delle persone rispetto alle istituzioni, al crescente livello di analfabetismo funzionale – ad esempio l’incapacità di comprendere correttamente le informazioni – che attualmente affligge i Paesi occidentali, nonché l’effetto combinato del confirmation bias all’opera su un enorme bacino di informazioni di scarsa qualità. Secondo queste impostazioni, le campagne di debunking correnti così come le soluzioni algoritmiche non sembrano essere le migliori opzioni.

E qui ci fermiamo un secondo. Il problema quindi appare legato all’analfabetismo funzionale e alla sfiducia nelle istituzioni. Entrambi argomenti su cui direi sia lampante che concordiamo. Gabriel Deckard, aka Il Ninth qui su BUTAC nel 2014 scriveva:

Poiché il cittadino-elettore opta per l’ignoranza nell’epoca dell’informazione condivisa, i politici cavalcano il dissenso e la memoria negativa nei confronti delle istituzioni. L’intento esplicito è quello di recuperare i voti dei delusi e degli indecisi. Il danno collaterale, però, è dovuto alla presa della “pancia popolare” – quella che ha smesso di impegnarsi attivamente per occuparsi di alternative quasi-messianiche che possano cacciare i mercanti dai templi.

Peccato che quasi nessuna testata evidenzi questi due fattori in maniera diretta. Purtroppo l’argomento non è amato, spiegare ai propri lettori che su 100 di loro è probabile che oltre il 40% non capisca quello di cui si sta parlando non è facile. Spiegare che tanto qualsiasi cosa tu gli dica l’accetteranno per ignoranza (e rassegnazione) non ti rende fico. Sai già che l’argomento sarà poco popolare, così eviti. Lo fanno praticamente tutti. Al blogger, spesso meno interessato alla logica economica (visto che tanto due spicci restano due spicci) questo non succede, e può permettersi di farlo notare.

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Proseguiamo:

Our findings suggest that the main problem behind misinformation is conservatism rather than gullibility. Moreover, our results also seem to be consistent with the so-called inoculation theory, for which the exposure to repeated, mild attacks can let people become more resistant in changing their ordinary beliefs. Indeed, being repeatedly exposed to relatively weak arguments (inoculation procedure) could result in a major resistance to a later persuasive attack, even if the latter is stronger and uses arguments different from the ones presented before i.e., during the inoculation phase. Therefore, when users are faced with untrusted opponents in online discussion, the latter results in a major commitment with respect to their own echo chamber. Thus, a more open and smoother approach, which promotes a culture of humility aiming at demolish walls and barriers between tribes, could represent a first step to contrast misinformation spreading and its persistence online.

I nostri risultati suggeriscono che il problema principale della disinformazione sia il conservatismo piuttosto che la creduloneria.  Inoltre, i nostri risultati sembrano essere coerenti con la cosiddetta teoria dell’inoculazione, per cui l’esposizione a attacchi ripetuti e lievi può far sì che le persone diventino più resistenti al cambiare le loro credenze ordinarie. Infatti, essere ripetutamente esposti a argomenti relativamente deboli (procedura di inoculazione) potrebbe comportare una grande resistenza a un attacco persuasivo successivo, anche se quest’ultimo è più forte e utilizza argomenti differenti da quelli presentati prima, ad esempio durante la fase di inoculazione.

La teoria dell’inoculazione in parole più semplici dice che esporre qualcuno ad argomentazioni opposte ma deboli provochi un processo di contro revisione, che ottiene il risultato di conferire resistenza ad argomentazioni successive più persuasive e forti. Come un vaccino. Il problema però restano i tanti che la curiosità ce l’hanno comunque e sono curiosi di vedere quale sia il percorso che porta a bollare una notizia come falsa; magari non sono in grado di leggersi gli abstract scientifici ma hanno voglia di più informazioni semplificate, magari per poter usare l’argomentazione discutendo col suocero il giorno di Natale.

Pertanto, quando gli utenti affrontano avversari non attendibili nella discussione online, quest’ultima si traduce in un impegno più importante rispetto alla propria echo chamber. Pertanto, un approccio più aperto e più agevole, che promuova una cultura dell’umiltà che mira a demolire pareti e barriere tra le tribù, potrebbe rappresentare un primo passo per contrastare la diffusione della disinformazione e la sua persistenza online.

Non so se mi piace il termine cultura dell’umiltà, ma se si intende quello che è poi stato riportato da la Repubblica:

 “Il primo passo per un debunking che funziona è abbassare i toni, per appianare appunto questa polarizzazione così evidente fra chi si informa solamente da fonti scientifiche e chi tramite fonti non scientifiche” spiega Zollo.

…non posso che concordare, guarda caso durante la mia audizione alla Commissione per i diritti e doveri di Internet la cosa che evidenziavo era chiedere a tutti di abbassare i toni. Poco importa siano blog o bacheche di politici o prime pagine dei giornali, tutti dovrebbero farlo, noi, voi che ci leggete,

Continuare a informare è importante, creare contenuti fruibili a tutti è alla base di un web pulito, il controllo su come come vengano usati quei contenuti dagli utenti non è possibile da parte del blogger, come non lo è per il giornalista. Riuscire sempre a fornire corretta informazione, o perlomeno cercare di farlo dovrebbe essere compito di chi è pagato per farlo, se esistono blogger che hanno scelto di mettersi a verificare l’informazione che circola trovandola spesso malfatta significa che un problema c’è, come risolverlo? Esiste una soluzione? Per fortuna non spetta a me deciderlo, ma sono impaziente del prosieguo dell’analisi.

Grazie a Walter e Fabiana che ho avuto entrambi il piacere di conoscere, il loro lavoro è importante che non si fermi. Sarebbe davvero ora di cominciare a studiare quei fattori precisi che possano permettere di bucare questo muro fra tribù, abbassare certi toni può servire. Ma, a mio avviso, bisogna partire da molto più lontano se si vuole sperare di cambiare lo status delle cose. Con questo in mente sono felice di dire ai quattro gatti che sono arrivati fin qui che proprio in questi giorni è stata pubblicata online la terza parte del Manuale del cacciatore di bufale, di Mara Bagatella, ispirata anche da BUTAC, dedicato ai bambini di terza media.

maicolengel at butac punto it