Sbufalare è inutile?

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DEBUNKING

Se lo sono chiesti i ricercatori dell’Istituto IMT di Lucca dove Walter Quattrociocchi dirige il laboratorio di scienze sociali computazionali (CSSLab), pubblicando un lungo e dettagliato studio in proposito, non tralasciando l’uso di elaborate equazioni integrali.

Lo studio è uscito a ottobre, infatti ne aveva già parlato il Post (con un’anticipazione di Wired ad aprile), ma se ne è parlato di nuovo a febbraio con la pubblicazione su Le Scienze di un lungo articolo di Quattrociocchi in cui spiegava le conclusioni del suo studio.

La Stampa ha pubblicato un nuovo articolo pochi giorni fa, a cui ha fatto seguire a ruota una triplice intervista ai tre maggiori esponenti del debunking italiano: Paolo Attivissimo de Il Disinformatico, David Puente di Bufale.net e naturalmente il nostro Maicolengel.

Cattura

Quindi abbiamo deciso di scrivere un paio di parole al riguardo e approfondire quanto già detto da Maicolengel a Chiara Severgnini.

La conclusione principale a cui giunge la ricerca di Walter Quattrociocchi, che ha preso in considerazione circa 54 milioni di utenti Facebook per valutare le modalità di diffusione e persistenza di una bufala a confronto con una notizia scientifica, è che chi si affida a pagine di “informazione alternativa” è pressoché impossibile da convertire al metodo scientifico, riconducendo ogni argomentazione a fantasiose teorie del complotto. Chi è complottista rimane tale, rendendo apparentemente inutile il lavoro di chi sta dietro a siti come Butac: i debunker.

A uno sguardo superficiale questa conclusione sembra volerci dire che il nostro lavoro è inutile: a chi ha fondamenti scientifici nell’approccio alla notizia, Butac non serve. Chi invece pecca di creduloneria o di complottismo, secondo lo studio di Quattrociocchi, non cambia opinione, anzi, vede la nostra attività come un ulteriore stimolo a chiudersi ancora di più nelle proprie convinzioni, come se noi fossimo un altro strumento dei “nemici” che vogliono disinformare l’ignara popolazione.

Aiuto! Ma davvero l’attività di debunking è inutile?

Ci abbiamo pensato e abbiamo deciso di no.

Non sono certo le numerose decine di migliaia di persone che hanno postato tantissimi commenti sulle migliaia di articoli pubblicati da Butac in quasi quattro anni di attività a darcene conferma.

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E non sono nemmeno i velenosi attacchi perpetrati alla nostra redazione da chi si sente punto nel vivo, segno evidente questo di essere a corto di argomentazioni valide.

Quelle di cui lo studio di Quattrociocchi non si è occupato sono le tantissime persone, certamente la maggioranza dei naviganti del web, che rappresentano un terzo gruppo, quelli cioè che stanno nel mezzo tra i complottisti e gli scettici. Quelli che Butac può aiutare a districarsi nella giungla di informazioni e notizie che è la rete.

complottisti

Pensate per un momento cosa accade prima delle elezioni politiche: un esponente della destra sa bene che le sue parole serviranno ben poco a convincere l’elettore di sinistra a cambiare opinione, così come analogamente il politico di sinistra sa che poco può fare per convertire l’elettore di destra. A chi si rivolgono quindi durante i loro comizi? Agli indecisi, a quelli che stanno nel mezzo e che non sanno bene da che parte propendere. Ai grigi nella scala che va dal bianco al nero.

Ecco la vera utilità di siti come Butac, di cui nello studio in questione non si è tenuto conto.

Cattura1Chi è bianco rimane bianco. Chi è nero rimane nero. Ma chi è grigio è quello più facile da informare, anche perché, probabilmente, è lui stesso disponibile all’informazione e alla conseguente riflessione.

Conosco personalmente tante persone, che possiamo classificare come “grigi” (e che non sono extraterrestri provenienti dal pianeta Nibiru) che regolarmente leggono Butac per informarsi, dove informarsi significa indurre ad una autonoma conseguente riflessione, giacché non abbiamo nessuna imposizione preimpostata, tranne quella che deriva dal metodo scientifico.

Molto probabilmente il futuro implementerà sistemi informatici che conferiranno un indice di autorevolezza a tutti i siti, una sorta di “guida Michelin” per informare la persona meno accorta in quale “ristorante” sta per andare a mangiare.

Purtroppo questa è una implicita ammissione della larga diffusione di analfabetismo funzionale, tuttavia, appurato e constatato ciò, ben vengano tutti gli strumenti per alfabetizzare il navigante del web.

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Ci troviamo di fronte a una figura nuova, che sta ancora più a monte del divulgatore scientifico, quello a cui ci rivolgiamo consapevolmente quando cerchiamo informazioni complesse poste in maniera comprensibile, e che a sua volta sta a monte dello scienziato, quello che produce le informazioni con cui ampliamo le nostre conoscenze. Il debunker invece sguazza in tutte le informazioni che si diffondono a macchia d’olio per la rete, cercando di fare una cernita tra gli irrecuperabili e quelli che invece ancora ragionano, si fanno domande, si pongono dei dubbi. Come hanno detto i nostri colleghi nell’intervista, se possiamo aiutare una sola persona che ci chiede una mano, una sola mamma che chiede informazioni riguardo ai vaccini, un malato che sta per essere raggirato dall’ennesima speranza di cura con le erbe, ci saremo ripagati di tutto il lavoro fatto fino a quel momento cercando di spiegare a chiunque voglia informarsi quali sono i mezzi che la rete gli mette a disposizione per farlo nella maniera migliore possibile.

La rete è uno strumento nuovo e va affrontato con un nuovo approccio. Dopotutto anche la pubblica televisione in Italia, negli anni 60, ha esercitato una “scuola di alfabetizzazione” sotto forma di programmi didattici, questo a dimostrare che ogni tempo ha le sue forme di comunicazione, e il debunking è una di queste.

La redazione