Lo so, quest’articolo lo leggerete in pochi, pochissimi, perché purtroppo la maggior parte di quelli che arrivano su BUTAC vuole sapere se è davvero morto Luca Laurenti o se l’auto ad aria è una realtà, pochi hanno capito che BUTAC non nasce per quel genere di bufale, pur trattandole di tanto in tanto.

Uno dei fidati lettori di BUTAC però mi ha fatto una segnalazione che non potevo non trattare, perché siamo di fronte a un caso da manuale di disinformazione. Grazie Signor Carunchio! Mettetevi comodi perché sarà una lunga passeggiata.

Le linee guida della Carta di Roma

Intanto per chi non lo sapesse è importante specificare cosa sia la Carta di Roma:

Carta di Roma è il nome con cui è noto il Protocollo deontologico concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti.

Il 2 ottobre 2018 sono state presentate dalla FNSI le nuove linee guida della Carta. Linee guida comuni a tanti Paesi europei, linee guida che servono a evitare una comunicazione giornalistica sbilanciata. La prima cosa da evidenziare è che si tratta di linee guida, chiunque voglia farvi credere che sono direttive obbligatorie da seguire ci sta prendendo in giro (sì, parlo proprio di voi, amici di SocialTv).

Al primo posto nelle linee guida troviamo la terminologia da usare e quella da non usare:

Usare termini giuridicamente appropriati sempre al fine di restituire al lettore e all’utente la massima aderenza alla realtà dei fatti, evitando l’uso di termini impropri.


Il termine clandestino, a partire dal 2017, torna in modo frequente nel dibattito pubblico e
nel linguaggio giornalistico. Carta di Roma invita a non usare questo termine, sostituendolo con “irregolare”, “senza permesso regolare”, “illegale o presente in modo illegale sul territorio”.
Perché non va usato il termine “clandestino?”.
Perché contiene un giudizio negativo aprioristico, suggerisce l’idea che il migrante agisca al buio, di nascosto, come un malfattore. È un termine giuridicamente sbagliato, impiegato per definire:
– chi tenta di raggiungere l’Europa e non ha ancora avuto la possibilità di fare richiesta di
protezione internazionale;
– chi invece ha fatto la richiesta ed è in attesa di una risposta (i migranti / richiedenti asilo)
– chi ha visto rifiutata la richiesta d’asilo e ogni altra forma di protezione (gli irregolari).

Soprattutto, il termine clandestino è una delle colonne portanti dei discorsi di tipo discriminatorio, un termine per dare un nome a un “nemico” che può sollecitare rifiuto e paura.

Al punto 1.2 ci vengono spiegate tutte le terminologie considerate adatte all’uso giornalistico, terminologie che identificano con precisione i soggetti di cui si sta parlando.

  • Richiedente asilo
  • Rifugiato
  • Beneficiario protezione sussidiaria
  • Beneficiario protezione umanitaria
  • Vittima della tratta
  • Migrante/Immigrato
  • Apolide
  • Minore straniero non accompagnato
  • Figlio di immigrati
  • Cittadinanza
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Per ogni termine la Carta specifica perché andrebbe usato al posto del generico “clandestino”, ed è così che bisognerebbe fare giornalismo. Sia chiaro, se un soggetto è arrivato in Italia attraverso canali non regolari e non è stato posto ai controlli in entrata sul territorio (non è il caso dei tanti raccolti in mare e salvati da ONG e navi della Guardia Costiera italiani, nessuno di loro può essere considerato clandestino, visto che sono stati controllati in entrata e che quindi, se in possesso della giusta documentazione, liberi di girare sul territorio) allora può anche rientrare nel caso, ma va visto di volta in volta.

Successivamente la carta riporta la terminologia corretta da usare quando si parla di salvataggi in mare, quando si parla di rom, e così via, tutte linee guida che possono far sorgere il dubbio che si tratti di censura solo se si hanno serie difficoltà di comprensione dei fatti.

Vorrei sottolineare innanzitutto che linee guida di questo genere sono comuni in moltissimi Paesi europei, la corretta informazione imporrebbe che venissero usati termini giusti per identificare i protagonisti delle notizie. Le linee guida sono necessarie in Paesi dove, per disinformare, vengono usati termini inesatti se non addirittura completamente sbagliati. La percezione del lettore si basa perlopiù sui titoloni e le parole scelte da inserire negli stessi. Se io definisco clandestino qualcuno che clandestino non è, anche se lo spiego nel testo, il danno sarà fatto. Non capirlo è sciocco… o molto furbo.

Purtroppo il tipo di comunicazione fatta da canali come quello di SocialTv va per la maggiore, un estremismo strisciante che cerca di convincervi di essere dalla parte dei giusti. Ma non è così, e basterebbe prendersi quei dieci minuti necessari a leggere tutto il testo della Carta di Roma per rendersene conto. Ma evidentemente gli oltre diecimila che hanno visualizzato la propaganda travestita da informazione di Andrea De Girolamo (al secolo Bogdan Andrea Tibusche) non hanno quel tempo da perdere, si fidano.

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Ed è su quella fiducia che si basa il 90% della disinformazione del nostro Paese.

Concludendo

Non credo sia necessario aggiungere altro, anzi sì, un breve testo che arriva direttamente dalla stessa Carta di Roma, che forse sarebbe il caso stamparsi bene in mente:

Non si chiede ai giornalisti di essere politically correct senza badare alla sostanza dei
fatti riportati? C’è sempre il dubbio che raccomandazioni e regole lessicali possano
allontanare dalla sostanza dei fatti in nome di principi “politicamente corretti”. In verità in
Italia negli ultimi anni è accaduto semmai il contrario: ha preso il sopravvento un lessico
“politicamente indirizzato”, divenuto regola non scritta della professione. Non si tratta
quindi di imporre regole e parole studiate a tavolino, ma di riappropriarsi del diritto/
dovere di raccontare la realtà nel rispetto di tutti, sfuggendo a canoni non scritti – anche
lessicali – imposti dall’uso e – questi sì – fortemente costrittivi.

Non si rischia di attribuire a dei termini una connotazione rigida e immutabile mentre
il valore semantico cambia col passare del tempo e con i modi e i toni d’uso? Va da sé
che ogni scelta lessicale deve essere calibrata in base al contesto e all’epoca storica:
non si tratta di scolpire nella pietra leggi immutabili, ma di agire nella realtà presente.
Un approccio aperto al dialogo all’interno della professione e verso l’esterno, con i
cittadini e i gruppi organizzati, può essere la premessa per un monitoraggio continuo e
aggiornamenti successivi.

maicolengel at butac punto it

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