[EDITORIALE] A proposito di parti

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Sono convinto che la serietà di una persona sia nella costanza e nella coerenza. Sulla prima sono fallibile, lo ammetto: a volte la qualità dei miei articoli non è stata sempre al massimo degli standard autoimposti. Sulla seconda mi sento di non aver mai mancato un appuntamento – lo scrivo senza false remore e senza arroganza.
Ho postato di recente un articolo che parlava della pagina “Basta partorire”. Non c’era nulla da “sbufalare” in senso stretto. Zero pseudoscienza, niente pseudogiornalismo, praticamente nulla da parte di santoni, vaccini&autismo, quellochelativunondice, etc. Roba a cui sono e siete abituati. La pagina è esattamente ciò che mostra: un’accozzaglia di insulti e pessime battute nei confronti delle donne gravide, e sto volutamente minimizzando attraverso eufemismi.
Davanti a una cosa del genere, di fronte a tanti “orrori” contenuti in un singolo post, un semplice articolista volontario come me non ha molte scelte. Avrei potuto seguire il gut instinct, approfittare del mio “anonimato” e adoperare il mio articolo per attaccare la viltà della pagina. Mi sarei lanciato in invettive a testa bassa contro l’amministratore della pagina, forte di un senso di giustizia datomi dalla legge italiana. Avrei potuto pubblicare i commenti di quella pagina, avrei potuto postare ogni anatema; avrei potuto commentare con disprezzo e disgusto perfino la più insignificante delle virgole contenute in quella pagina.
Avevo già cominciato a farlo.
Poi ho cancellato tutto.
Ho iniziato questo viaggio con BUTAC in merito alla sua caratteristica principale. Se c’è una cosa che non sopporto è il giornalismo condito dall’emotività. Come alcuni di voi avranno presente, ho anche lanciato la mia personale “invettiva” contro l’appello ai sentimenti nel secondo appuntamento della guida “Come ragionare bene”.

Chi vi pone di fronte alle emozioni sta facendo esattamente come con il cane e le feci. Vi vuole schiavi del suo modo di pensare e ligi all’ordine con la fedeltà che contraddistingue i canidi. Vi vuole bestie al guinzaglio pronte al comando, non certo esseri umani.

Per me, questo rappresenta il peggior insulto rivolto ai lettori di questo sito. BUTAC è tutto fuorché il classico giornaletto della stampa italiana. I suoi autori non si sognerebbero di adoperare lo stesso tono gentista a cui tanti abboccano. Sono arrivato qui come supporter; col tempo sono maturato e ho imparato qualcosa di fondamentale.

Bernardo di Chartres utilizzò la metafora dei nani sulle spalle dei giganti per indicare la verità ricostruita da precedenti scoperte. La conosciamo tutti grazie a Isaac Newton, che così scrisse al suo rivale Robert Hooke il 15 febbraio 1676: “Se ho visto più lontano, è perché sedevo sulle spalle dei giganti”. Non voglio paragonarmi al genio di Newton, ma la situazione in cui mi sono trovato è praticamente identica. Tutti gli autori che mi hanno preceduto — Neil, Paolo, maicolengel — hanno istituito una forma mentis e cambiato il metodo d’approccio a una notizia. L’hanno fatto articolo dopo articolo. Io mi considero ancora il nuovo arrivato, eppure mi hanno concesso l’onore di sedere sulle loro spalle. Ancora adesso li ringrazio, fuori e dentro di me, per il contributo alla corretta informazione.
Così ho affrontato la pagina con un occhio diverso. Ho donato all’amministratore di “Basta Partorire” lo stesso regalo che mi è stato elargito: il beneficio del dubbio.
Non fraintendetemi: anch’io trovo la pagina disgustosa e passibile di denuncia penale, come l’hanno trovata molti fra voi lettori (e lettrici). Ho compreso perfettamente il motivo dietro la segnalazione, è perfettamente condivisibile. Ciò detto, bisogna tracciare una linea divisoria fra intento concreto e provocazione.
Per darvi un esempio di intento concreto, vi rimando al mio articolo su Yara. Seppure si trattino di un insieme di farneticazioni senza capo né coda, le teorie complottiste denunciate dal volantino erano ben radicate. Non è travisabile alcun intento provocativo perché, nella “logica” del complottista, Yara veniva indicata come la “prova definitiva” di un patto fra CIA e Mossad per destabilizzare l’Italia. Di conseguenza, la mia reazione è stata molto emotiva e rabbiosa. Rileggendomi, non mi pento di aver scritto quel breve articolo con un simile tono. Col senno di poi, non lo rifarei. Chiamiamoli errori di gioventù, seppure attenuati dalla severità del contesto.
“Basta partorire” rientra pienamente nell’idea di provocazione – la più infantile e becera fra tutte, senza ombra di dubbio. Quando ho scritto, nel mio articolo, che la pagina era “in buona compagnia” con altre, alludevo all’esistenza di altre pagine simili nello humour e nell’intento di suscitare lo shock. Giusto per citarvi un esempio, abbiamo una pagina in cui si parla di “esperimenti sciocchi sugli animali”. Sempre in tema di animali, ce n’è un’altra che chiede la soppressione dei cani perché “danno fastidio quando abbaiano”. Tutto corredato da immagini, post abbacinanti e l’ira di chi è offeso.
Il problema delle emozioni è che ci rendono facilmente manipolabili. Le offese spengono la nostra capacità di ragionare e ci lasciano in balia delle nostre azioni. Offendere o rispondere alle provocazioni equivale ad abbassarsi al livello di chi provoca. Con il solo risultato che a vincere non siamo noi, ma il provocatore. Chi si prodiga nella provocazione sa perfettamente, infatti, quali sono gli argomenti sui quali può attirare il maggior numero di controversie. Qui sta infatti l’autocoscienza della pagina, di cui ho trattato nel testo. Chi scrive quelle cose assurde sa perfettamente della portata della pagina. Ne conosce i limiti e vi lavora al suo interno – con evidenti risultati.
Avete mai sentito parlare della “Merda d’artista”? O dell’Origine du monde di Gustave Courbert? Quando uscirono, entrambe le opere fecero scalpore – e ne avevano ben donde, dati i soggetti. Il fatto è che i detrattori di entrambe le opere ne hanno visto l’aspetto superficiale. Solo col tempo e grazie anche a una critica più consapevole e razionale, questi quadri sono stati capiti e inquadrati nel concetto di arte.
Com’è ovvio, non c’è nulla di artistico in quella pagina. Quello che sto cercando di dirvi è che bisogna allontanarsi dall’emotività del momento, fare un passo indietro e affrontare la cosa con una visione diversa. Soltanto così sarà possibile vedere come stanno le cose.
Non mi sono spiegato bene, ma nell’articolo non ho affatto difeso la pagina. Mi è stata sollevata l’accusa di aver definito la pagina come “satirica”. Nulla di più travisato. Ho espresso tutt’altro parere:

Non c’è alcun intento satirico prominente o esplicito, si prende di mira solo le donne incinte e tutti quei problemi che ruotano intorno alla loro figura. In un certo senso, qualcuno potrebbe trovarla satirica proprio in virtù di questa caratteristica, ma secondo me è una definizione un po’ campata in aria.

Immagino che il grosso delle critiche siano dovute al meme allegato in testa all’articolo. Non ho creato io l’immagine in questione: mi limito al massimo a includere qualche immagine all’interno del testo, niente di più.
Lasciatemi spezzare una lancia a favore di maicolengel, che corregge le mie bozze ed è anche responsabile dell’immagine sotto al titolo. Noi ci divertiamo a smascherare i trucchi dei disinformatori, siano o meno in buona fede. In alcuni casi vi ho parlato di titoli “gridati”, palesemente accattivanti oppure fortemente emotivi. Alle volte questi sono fuorvianti, ma sono sufficienti a chiunque per cliccarvici sopra. Neppure noi siamo esenti da questo “vizio”, ma il buon maicolengel adopera questo stratagemma sotto un altro aspetto. Quello di “Basta Partorire” non l’ho visto, ma ho avuto sempre l’anteprima per quelli degli articoli precedenti. E li ho accettati, vistosistampi e tutto il resto. Perché è un modo come un altro per prendere in giro la stampa, le fonti bufalare e quant’altro abbiamo analizzato da quando BUTAC è nata. Personalmente lo condivido e, non ve lo nascondo, ne ho abusato anch’io. Io avrei cambiato giusto qualche termine.
Il titolo è solo un pretesto. Il succo è tutto lì, nel testo dell’articolo. Se ci si fermasse alla sola copertina, allora il nostro compito avrebbe lo stesso valore di una lezione di trigonometria spiegata al filo spinato. BUTAC è un sito che premia chi legge con assiduità, ma premia ancor di più la pazienza di chi nota imperfezioni, incertezze e inesattezze anche nella sbufalata. Il nostro è un hobby, ma, parlando del mio caso, la gratuità della mia collaborazione non mi esime dall’accettare critiche costruttive ben fondate. Per questo adoro i fan e le critiche.
Mi si accusa di aver sottovalutato la portata della pagina: fra tutti quei fan ci può essere un 10% pronto a commettere anche solo un decimo di quanto scritto. Vero, ma poniamo la questione sotto un altro aspetto. Tutti noi abbiamo coltelli, forbici, bicchieri, bottiglie di vetro e quant’altro di pericoloso possa venirvi in mente quando ci sono di mezzo i bambini. Il compito dell’adulto è educare il bambino ignaro della pericolosità di questi oggetti. Se poi il bambino si fa male, l’adulto deve portarlo all’ospedale e dargli tutte le cure possibili – tutto questo senza dimenticare una buona dose di paternale. Io ho applicato lo stesso criterio durante l’analisi della pagina: ho detto che la pagina, di per sé, è innocua, proprio perché tecnicamente non rientra nell’eccesso di “criminalità”. Dopotutto coltelli e bicchieri li usiamo tutti i giorni. È il modo in cui essi vengono usati a costituire un pericolo.
Mi è tornato in mente il film di South Park. Ascoltate la canzone Blame Canada, rende perfettamente l’idea:

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=O_CNfe0VUsA]

My son could have been a doctor or a lawyer rich and true,
Instead he burned up like a piggy on a barbeque!
Should we blame the matches? Should we blame the fire?
Or the doctors who allowed him to expire?
Heck no, BLAME CANADA! BLAME CANADA!
With their hockey hullabaloo
And that bitch Ann Murray, too!

Mio figlio avrebbe potuto diventare un dottore o un avvocato ricco e onesto,
Invece è bruciato più di un maialino sul barbeque!
Dovremo forse dare la colpa ai fiammiferi? Dovremo forse incolpare il fuoco?
O i dottori che han permesso che morisse?
Eh no, cacchio, è COLPA DEL CANADA! COLPA DEL CANADA!
Con tutta la loro fuffa sull’hockey
E pure quella cagna di Ann Murray!

Ci sarà sempre un dieci percento che traviserà il contenuto per scopi violenti. Se questo dovesse accadere, la legge coprirebbe comunque questa eventualità con una propria condanna. Se condannassimo tutti, compreso chi amministra la pagina, avremmo il paradosso della pistola. Sarebbe come condannare la pistola perché rea di aver ospitato il proiettile che ha compiuto l’omicidio, piuttosto di condannare chi ha usato quell’arma. Non è la pistola a uccidere, è chi ne fa uso.
Potreste aver visto la pagina come una pistola. Condivido le vostre ragioni, ma doniamo il beneficio del dubbio e diamo fiducia a chi la usa. Non tutti coloro che hanno in mano un’arma sono per forza criminali. Andiamo piuttosto contro chi la usa per scopi immorali, mortali e illegali – quel 10% che ci fa paura, appunto. Ricordiamo però che ci sarà sempre quel 90% che conosce perfettamente i limiti. In questa percentuale si include anche chi agirebbe in caso di eccesso — perfino l’admin stesso. Per questo esiste il beneficio del dubbio.
Ribadisco ancora una volta: non sto difendendo la pagina incriminata. Non ho fatto altro che riportare una mia personale analisi sul perché non c’è di cui preoccuparsi più di tanto.
Potreste vedere quella pagina come il dieci percento pericoloso del totale delle pagine Facebook. Avete tutti i diritti per sollevare qualunque questione e, anzi, vi invito a farlo seguendo tutte le procedure del caso, dalla denuncia alla segnalazione alla Polizia Postale. Io non vi fermerò. Quello che mi sento di consigliare, anche alla luce di quanto scritto finora, è valutare con attenzione il grado di minaccia. Ragionate bene, staccatevi dalle emozioni che state provando. Lasciate che queste ultime scivolino via e guardate in faccia il fatto in sé, scevro da ogni possibile manipolazione.
Spero di aver chiarito bene la mia posizione a riguardo. Mi è dispiaciuto sapere di aver tradito la vostra fiducia, da lettori assidui o meno. Sappiate che ho scritto questo editoriale nel vostro pieno interesse: ho a cuore tutti i lettori del sito, soprattutto i miei. Non ho voluto scrivere un pezzo cavalcando l’onda della facile indignazione irragionevole. Ho tentato di dimostrarvi un’altra via non certo per apprezzare la banalità del male.
Ho promesso a me stesso di non prendere in giro i lettori, soprattutto i miei – ammesso ve ne siano. Almeno su questo voglio essere costante con la mia coerenza.
Il Ninth