Come ragionare bene (Vol. 5)

EPISODIO V

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ah, no scusate questa è la slide sbagliata…

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“Mio cuggino, mio cuggino”

“Non è vero, gli zingari rubano perché ce l’hanno nel sangue! Ieri ho visto due zingari entrare in un negozio e aprire un pacchetto di merendine. Sicuramente ci rapiranno i bambini, con quelle!”
“Il metodo Stamina è davvero rivoluzionario, fa camminare i bambini affetti da malattie incurabili! L’ho visto in TV, non ho le traveggole!”
“Non credere a quello che dicono i medici. Mio zio beve come una spugna e ha il fegato come quello di un bambino.”

Ci sono diversi modi per rendere granitica la validità del nostro ragionamento. La maggior parte di questi si riduce alla citazione di fonti attendibili, nonché alla disposizione di prove schiaccianti oltre ogni ragionevole dubbio. Se dovessimo dimostrare l’esistenza della forza di gravità, potremmo lasciar cadere una matita o qualsiasi altro oggetto dalla nostra mano. Per provare che i nostri occhi vedono i colori solo in presenza di luce, basterebbe spegnere la luce o restare in una stanza buia.

Non è sempre possibile disporre di prove, o dati, che ci permettano di condurre il discorso. Nella fretta di mostrare la vulnerabilità dell’avversario e così demolirlo, il nostro cervello ricorre a una tecnica ambigua — l’aneddoto.

La parola “aneddoto” viene dal greco ἀνέκδοτος (anékdotos) e in origine significava “cosa inedita, segreta”. Oggi l’aneddoto ricorda le stravaganze dei famosi, che si raccontano con lo scopo di interessare il pubblico. Nel campo della vita di tutti i giorni, invece, è diventato l’escamotage numero uno per sottrarre stima all’avversario.

Perché l’aneddoto non è sempre valido? Partiamo da una base ovvia: l’aneddoto è in genere basato sull’esperienza personale. Sorvolando qualsiasi nozione filosofica, scientifica o psicologica a riguardo, la persona è un miscuglio di esperienze diverse. Alcune di esse toccano corde più profonde perché fioriscono, per esempio, dagli imperituri luoghi comuni.
Se sentiamo alla radio, o in televisione, la notizia di un romeno che ruba o di un clandestino che uccide, istantaneamente vi diamo retta. Se leggiamo il post di un politico che denuncia l’avversario di aver dato “soldi agli zingari”, non ci pensiamo due volte. E ci caschiamo come babbei.
Il luogo comune è duro a morire, è un vizio di forma nella stesura del pensiero razionale. È una debolezza che ci porta a credere istintivamente alle testimonianze altrui e qualificarle come “vere” a prescindere. Il luogo comune ha la stessa equivalenza della leggenda metropolitana: nessuno l’ha visto né provato di persona, però lo sanno tutti perché “è già successo”. Dài, avremo sentito tutti parlare dell’ambulanza nera che rapisce i bambini, o dell’acido lisergico nelle figurine. O di quelle tipe che ti abbordano in discoteca per poi svegliarti in un fosso tutto bagnato che ti manca un rene (cit.)

Ecco, l’aneddoto ha la stessa validità di una leggenda metropolitana.

È soprattutto un’arma a doppio taglio, perché rivela le nostre limitazioni analitiche. Ricorderete sicuramente il mio articolo sulla “giornata dell’orgoglio rom”. Era evidente che non si trattava di una notizia fondata, quanto di un aneddoto. La bufala nasce dall’opinione di un consigliere regionale, la quale è stata riportata faziosamente da un giornale di parte. Poché l’antiziganismo è dilagante in Italia, le esperienze dolorose continuano ad alimentare l’alone di mistero e paura che circonda il popolo romanì. Me ne sono state dette di tutti i colori, tutti attacchi che sanno di già visto — “tu non conosci i rom”, “fai propaganda renziana”, “sei tu quello di parte”, “ospitali a casa tua”, “fatti rubare da loro e poi dimmi”, “e se fosse tua madre/tua figlia/tua moglie?“.
Tuttavia, coloro che desideravano provare di avere ragione, lo hanno fatto ricorrendo agli aneddoti… le classiche storie di crimini e furti alla quale siamo purtroppo abituati. Le storie raccontate, però, hanno solo confermato l’esistenza di ingiustizie quotidiane legate ai nomadi, non che tutti i nomadi rubano o che siano per forza cattivi.

Il nostro cervello cattura il particolare. Quando andiamo a ricordare, avremo in mente sempre un ricordo legato a una forte emozione. Il ricordo è ancora più vivido quando esso è legato a uno stereotipo, o a un luogo comune. Pur riunendole tutte insieme, supponendo per assurdo che siano tutte vere, tutte le esperienze negative copriranno mai la totalità dei casi di criminalità di quella popolazione. Non dimostrerà neppure che tutti gli zingari rubino.

L’aneddoto dimostra come chi l’ha raccontata sia stato colpito da quell’episodio. In quanto particolare, gli aneddoti non implicano necessariamente che tutti gli zingari abbiano il furto nel sangue o nella cultura. Al contrario, si potrebbe dire che provino l’esistenza della criminalità anche nelle popolazioni a noi sconosciute. O, per dirla meglio meglio, dell’ambiguità in seno al popolo zingaro.

Chi ricorre all’aneddoto vuole dunque dimostrare la propria versione dei fatti e non vuole contribuire concretamente al buon discorso. Ricordiamocelo sempre: più storie simili non diventano sempre “dati concreti”

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Il secondo punto debole dell’aneddoto sta nell’onere della prova. In generale, chiunque affermi qualcosa deve provarlo in modo definitivo. Non so se le seguite, ma nelle televendite e in particolare quelle di cure dimagranti, si sentono frasi del genere:

“All’inizio ero scettica, poi ho provato Ubik e sono dimagrita di ben 10 chili in due settimane!”
“Ho provato un sacco di altri prodotti prima di questo… ma grazie a Ubik ho ritrovato il piacere di stare nella mia pelle. E sto benissimo!”

Qui la funzione dell’aneddoto è evidente: su di loro ha avuto effetto, dunque è una prova inconfutabile della sua efficacia. Purtroppo l’aneddoto regala solo l’illusione della certezza. Sì, quella cura avrà funzionato… ma solo su di loro. Non c’è alcuna garanzia, inoltre, che siano davvero testimonianze attendibili: potrebbero essere attori pagati per recitare un copione, oppure gente caduta nell’effetto placebo. I risultati possono variare, come possono anche non accadere. Ecco perché è sempre meglio l’opinione di un esperto in materia. E parlo di veri esperti, non di chi promette cure miracolose senza uno straccio di prova della loro efficacia. E intendo proprio chiunque, cari miei. Se una cosa non funziona, è inutile cincischiare — è fuffa.
Immagino abbiamo incontrato tutti, almeno una volta nella vita, un amico o un bambino che si vantava di avere tutto ma che, curiosamente, non poteva mostrare. Parlo di cose così: “ho il Pikappa Zero Barra Quattro con la copertina olografica, però adesso ce l’ha mio cugino”; “certo che ho il Super Nintendo, ma il mio cane se l’è mangiato”; “ho tutti i film di Nightmare e ho pure il sette che non è mai uscito in Italia, ma me l’ha sequestrato mia zia che è ipercattolica”…
 
bambino pacioccoso
Che ci crediate o meno, chi vanta grandi risultati senza mostrare prove né dati a sostegno si comporta esattamente come quel bambino lì.

“La mia cura è davvero miracolosa! L’ho già testata su tante persone e stanno bene!”
“Che bello! Posso vedere come funziona?”
“Eh no, non posso, è tutto segretato! Non vorrai mica che mi rubino l’idea.”
“Non hai tutti i torti… volevo solo avere la prova, tutto qui!”
“Ma come! Non ti bastano tutte queste persone felici e sorridenti che glorificano il mio nome manco fossi nato a Nazareth? Non ti soddisfa sapere che ci sono orde di persone che decantano le mie lodi in modo del tutto interessato e sicuramente senza doppi fini?”
“Sì, ma vorrei sapere un po’ di più. Sai, quali esperimenti hai fatto, come hai condotto il tutto…”
“…”
“Che c’è?”
“Ecco… vorrei ma non posso… sai, la Scienza Cattiva™ non mi permette di pubblicare i risultati. Sai che scandalo, se saltasse fuori che ho ragione?”

In conclusione, l’aneddoto è una forma di pigrizia mentale. Inaridisce la capacità analitica, il che porta a una incapacità di comprendere il mondo attraverso dati più complessi. Soprattutto, esso spegne la nostra obiettività in due modi. Da ascoltatori, dormiamo sugli allori di una (falsa) prova concreta, un po’ come volere solo la pappa pronta. Da interlocutori, è come se volessimo negare l’autorevolezza di una fonte spacciandoci per affidabili a priori.
È la scusa più ovvia per non voler ammettere di avere torto!
Il Ninth