Questo è uno di quegli articoli che sono costati a BUTAC una querela per diffamazione. Articolo che per oltre un anno è stato rimosso dal sito. Già a fine 2017 era stata disposta l’archiviazione della querela con queste considerazioni:

Dal punto di vista contenutistico, inoltre, l’articolo, a parere di chi scrive, non ha contenuto diffamatorio, ma contiene una libera critica, ampiamente motivata e non gratuita, a quanto affermato e pubblicato sull’argomento dal querelante.
Le espressioni di cui ci si duole sono forse graffianti nello stile, ancorché contenute nei toni, ma rientrano certamente nei limiti del diritto di critica.

Per un anno ho atteso pensando a cosa fare dimenticandomi per un po’ dell’articolo, ma già da subito avrei dovuto ripubblicarlo, il lavoro di Lola lo meritava. Felici delle conclusioni a cui si è giunti, un po’ meno felici per la parcella del legale, ma si va avanti, cercando di fare del nostro meglio.

maicolengel


Nell’ inverno del 1976 il governo Andreotti incaricò il prof. Clementel, a capo del CNEN, di testare l’efficacia di una misteriosa macchina che emetteva un fascio di raggi che avrebbe dovuto annichilire la materia, producendo grandi quantità di energia.

Cosa c’era di vero in questa intricata storia?

Premessa


Questa non è la solita storiella di fanta-scienza pubblicata dal solito sito di fanta-fuffa che magari erge Tesla a eroe e martire censurato dalla speculazione energetica. Di questo abbiamo già ampiamente parlato, anche in questo recente articolo.

Questa vicenda non ha però nemmeno i connotati della classica bufala come la intendiamo oggi. Se di bufala vogliamo proprio parlare, semmai è la distorsione prodotta in seguito (come al solito) da chi ne ha amplificato in maniera errata i contorni, sino ad urlare al (solito) complotto perpetrato dai (soliti) potenti, con la complicità non solo dei (soliti) siti-fuffa ma anche delle (solite) trasmissioni TV-fuffa e l’appoggio di nomi famosi del giornalismo italiano.

Ho trovato questa storia molto avvincente, al contrario non ho trovato (come al solito) nessuna corrispondenza tecnica sebbene gli autori della macchina abbiano pubblicato quelli che loro chiamano “piani”: nessuna prova tecnicamente conclamata, nessun progetto e nessun calcolo e/o equazione esibiti. Al contrario molte, troppe contraddizioni e aria fritta.

Infine un suggerimento: avremmo potuto accorciarvi la lettura omettendo le citazioni riportate, ma avremmo anche reso difficile la comprensione delle dinamiche dei fatti, degne quasi di un thriller. Le abbiamo quindi lasciate praticamente integrali e organizzate in sotto-capitoli evidenziati in blu per meglio facilitarvi la lettura. Tuttavia per rendervela ancora più agevole vi anticipiamo i capitoli in modo che possiate deciderne le modalità di lettura. Noi ovviamente vi consigliamo di leggerlo tutto, perché onestamente la storia merita la lettura.

1 – LA VICENDA
  • I fatti secondo LaRepubblica.it
  • Ettore Majorana (La Stampa)
  • Integrazione (Rino Di Stefano)
2 – RIFLESSIONI
3 – I PRESUNTI PROGETTI DELLA MACCHINA
4 – CONCLUSIONI

***

 1 – La vicenda


  • I fatti secondo LaRepubblica.it

Un primo riassunto ce lo fa LaRepubblica.it in un articolo del 1984:

Chiari (BS): la guerra è appena finita quando un soldato tornato a casa dice di essere riuscito, chissà come, a impadronirsi di un’arma segreta nazista, un apparecchio che distrugge la materia, un “raggio della morte”. Il soldato viene preso per matto e per anni nei bar e nelle osterie del paese si continua a parlare e a sorridere del “raggio della morte”. Poi, la gente se ne dimentica.

Fino ai primi anni Settanta, quando a Chiari gira la voce che il vecchio soldato ha regalato la sua “macchina” ad un giovane compaesano tal Rolando Pelizza, fama di spendaccione e di fantasioso traffichino di provincia. Nel 1973 Pelizza incontra Massimo Pugliese un ex colonnello del Sifar e del Sid e gli rivela di far parte di “un gruppo di ricercatori europei che ha realizzato un sistema capace di produrre un’ energia sconosciuta a costo zero“.

Sono gli anni della crisi petrolifera e Pugliese ascolta interessatissimo il Pelizza che gli offre una macchinetta dimostrativa, con foto e documenti. L’ex colonnello dei servizi segreti superando qualche perplessità iniziale parte in quarta offrendo a Pelizza la sua collaborazione. Da quel giorno terrà diligentemente la cronistoria dell’ “operazione raggio”. Una cronistoria che è ora [nel 1984 – ndr] agli atti dell’ inchiesta (insieme a lettere e documenti del governo Usa) condotta dal giudice Carlo Palermo che sta indagamdo su un traffico di armi.

Dal diario di Massimo Pugliese leggiamo: “Dicembre 1973: con il consenso del Sig. Pelizza, il dr. Pugliese fa un accenno sull’argomento all’on. Flaminio Piccoli ed al generale Santovito [ex capo dei servizi segreti – ndr]”.

Nel gennaio ‘ 76, Rolando Pelizza coinvolto in un sequestro di persona, finisce in prigione. Tre mesi dopo, scarcerato, assieme ad un gruppo di amici e con lo stesso Pugliese, danno il via ad una serie di riunioni dove Pugliese propone di contattare Piccoli, Andreotti, Mancini e Leone. Si legge ancora nel diario: “1976 – giugno. Il gruppo dei ricercatori decide di effettuare una prova all’aperto, teletrasmessa in diretta per video”.

Quindi, l’ex colonnello (monarchico di ferro) parte per Ginevra e spinge Vittorio Emanuele di Savoia ad aiutare il gruppo, ormai deciso ad agganciare il governo Usa. Nel mese di agosto del ‘ 76, l’ ambasciata Usa di Roma annuncia ufficialmente di voler trattare l’ acquisto del “raggio” ma chiedono prove. Pugliese invia loro un nastro registrato ed un mese dopo gli americani fanno sapere che, secondo loro, la scoperta vale almeno un miliardo di dollari, stanziandone 250.000 per gli esperimenti e chiedendo un nuovo test.

Pugliese nicchia e il 18 settembre arriva a Roma Matthew Tutino inviato del presidente Ford. Gli americani rivelano che il presidente segue personalmente gli sviluppi e come prova dell’ efficacia della macchina, chiedono di utilizzarla per abbattere un loro satellite. Gli italiani chiedono una caparra di 5 milioni di dollari e le trattative sembrano arenarsi, fino a quando, il 22 settembre da Washington, Tutino comunica che “non occorre più buttare giù satelliti”.

Il 30 settembre, Robert Parker, del Dipartimento di Stato, invita Tutino a stringere i tempi e il 5 ottobre 1976, Tutino incontra gli italiani all’ Hotel Excelsior di Roma. Parla di “monumentale” scoperta, e dopo avere appreso che la macchina produce “anti atomi”, rivolgendosi così al portavoce degli italiani conclude: “La ringrazio e mi consenta di abbracciarla come desiderano tutti gli scienziati del mio paese”.

Quattro giorni dopo, Pugliese va da Piccoli e gli mostra un video-tape. “Il parlamentare – annota Pugliese sul suo diario – rimane profondamente colpito”. Pare che Piccoli commenti: “Fantastico, è l’ ultimo sogno dell’ uomo”. Scrive Pugliese: “Piccoli si dichiara pronto a partire subito per Washington”. Quindi, Flaminio Piccoli invita Pugliese ad andare a trovare il fisico Ezio Clementel, allora presidente del Cnen.

Gli Usa, però, tornano alla carica perchè gli italiani abbattano un satellite. Ma Pugliese fa sapere che proprio non si può. “Nella zona nevica”, dice. Frattanto, da dietro le quinte, Rolando Pelizza batte cassa: in due anni, scriverà più tardi Pugliese, Pelizza è riuscito a farsi dare 6 miliardi da un uomo d’affari sardo, Beppe Piras, coinvolto nell’ impresa. Nel mese di ottobre, le trattative con la Casa Bianca sembrano congelate. Gli amici di Pelizza decidono così di bussare anche alla porta di Loris Fortuna, allora presidente della Commissione Industria della Camera, che accetta di preparare un “pacchetto” da sottoporre “alla firma del presidente del Consiglio”. E, a questo punto, nella “raggio della morte story”, compare una misteriosa società con sede in Liechtenstein, la Traspraesa.

La società, fondata nel 1947, con presidente il marchese Federico Pallavicino, consiglieri il conte Josef Meran e un avvocato belga, tal Le Roy, ad un tratto risulta essere la proprietaria del “raggio della morte”. Pugliese, che ne diventa procuratore, firma ricevute per oltre 13 miliardi di lire ottenuti dalla Traspraesa. Fortuna ne assume la tutela legale. Il “padre” socialista della legge sul divorzio [Loris Fortuna – ndr] difende anche Pelizza, nuovamente inguaiato. Il 4 dicembre 1976, comunque, Pugliese annota: “Esperimento in laboratorio per il governo italiano”. Il guaio è che, ogni volta che all’orizzonte si presenta un possibile acquirente per la “macchina”, Pelizza trova cento scuse per scantonare gli esperimenti dimostrativi che gli vengono richiesti. Il 17 maggio 1979, Massimo Pugliese ha anche un colloquio con Mancini, console italiano a Nizza, incaricato dal nostro governo di seguire gli sviluppi. Mancini dice di aver assistito personalmente ad una prova: la macchina puntata contro una roccia distante 600 metri, ha provocato – secondo Mancini – un buco di notevoli dimensioni. “Sono sicuro che nell’esperimento non c’era ne poteva esserci frode”, dichiara il console a Pugliese.

  • Ettore Majorana – LaStampa.it

Entra ora in ballo nientepopodimeno che Ettore Majorana: per i pochi che non lo sapessero Majorana, prodigio di quella fisica italiana che portò alla prima pila atomica, era parte del cosiddetto gruppo dei “Ragazzi di via Panisperna” capitanati da Enrico Fermi. Sparì misteriosamente sul traghetto Napoli-Palermo la notte tra il 25 e il 26 marzo del 1938. Ancora oggi non c’è chiarezza sulla sua scomparsa e questo ha contribuito a una ridda di ipotesi. Di cui molti complotti, ovviamente.

Questo è quanto integra LaStampa.it il 20 aprile 2015.

Un libro appena pubblicato [Il dito di Dio” di Alfredo Ravelli  (2014) dove Rolando Pelizza – di nuovo lui – racconta di aver conosciuto il “maestro” in un convento e di aver collaborato con lui nella realizzazione di alcuni esperimenti – ndr] riporta una dozzina di lettere autografe di Majorana che si snodano dagli anni 60 fino all’ultima del 2001.

In quelle degli anni 60 si parla di una “macchina”, forse un’arma, che a quanto si intuisce avrebbe dovuto generare energia pressoché illimitata annichilendo materia e antimateria. Le lettere sarebbero state indirizzate a tale Rolando Pelizza che si spaccia per “allievo” di Majorana: ne avrebbe seguito le lezioni in un convento su territorio italiano dove il grande fisico catanese si sarebbe rifugiato dopo aver simulato il suicidio e avrebbe poi lavorato alla costruzione della “macchina”. Una perizia grafologica di Sala Chantal, professionista di Pavia abilitata in campo giudiziario, dichiara che la calligrafia delle lettere corrisponde a quella di Majorana.

Non è necessario essere attivisti del Cicap per associare questa struttura narrativa a quella di episodi come i “raggi N” di Blondlot (1903), il “raggio della morte” attribuito a Guglielmo Marconi, la “memoria dell’acqua” di Benveniste o la “fusione fredda” annunciata da Pons e Fleischman nel 1989. Ma prendiamo ugualmente in esame i dati a disposizione.  

Il ritiro in un monastero non meglio identificato era anche la tesi narrativa di Leonardo Sciascia nel romanzo-inchiesta del 1975 “La scomparsa di Majorana”, testo che tanto dissenso suscitò in Edoardo Amaldi, uno dei “ragazzi” cresciuti, come Majorana, Segré, Rasetti, Pontecorvo e altri, alla scuola romana di Enrico Fermi in via Panisperna. Sciascia adombrò pure che Majorana fosse “scomparso” per non farsi coinvolgere nella progettazione dell’arma atomica: uno scenario nel 1938 difficilmente immaginabile, ma forse non per il suo genio.

Bisogna ricordare che Rolando Pelizza, che oggi ha 77 anni, non è un nome nuovo alle cronache. Nella sua tortuosa biografia c’è una “collaborazione” datata 1976 con il fisico nucleare Ezio Clementel (1918-1979, all’epoca professore all’Università di Bologna e presidente del Cnen, Consiglio nazionale energia nucleare, poi sciolto e dal 1982 trasformato nell’Enea) per la verifica di un presunto esperimento finalizzato – confusamente – alla produzione di energia concentrata in un “fascio” tipo laser. Insomma, ancora una volta il “raggio della morte” che trae dal nulla – e ovviamente gratis – una formidabile energia. Giulio Andreotti, la cui principale qualità fu lo scetticismo, era allora presidente del Consiglio ma, pur essendone a conoscenza, si tenne alla larga da questa storia così bizzarra e irrituale dal punto di vista del metodo scientifico.

La pratica passò quindi al ministro socialista Loris Fortuna, che tenne i contatti con il Cnen. Clementel esaminò nei laboratori del Cnen lastre di metallo che sarebbero state perforate dal fascio della misteriosa “macchina”, calcolò l’energia richiesta per la perforazione e concluse che non poteva trattarsi di annichilazione materia/antimateria prodotta da un fascio di antiatomi. Escluse anche getti di plasma, neutroni e altre particelle. Il diniego di altri dati impedì un responso più preciso.

Del fantomatico esperimento si occuparono i servizi segreti italiani, americani e belgi. Gli americani pragmaticamente chiesero prove che non ebbero, il che li convinse della fumosità della cosa, peraltro facilmente sospettabile. Diverso fu il comportamento del nostro paese, i cui servizi di intelligence spesso hanno brillato per l’abuso di entrambe le parole, servizio e intelligenza: due carabinieri si infiltrarono nelle faccende di Pelizza, mentre il settimanale “OP” – contiguo ai servizi segreti e alla P2, chiuso nel 1979 – cercava di avvalorare la “macchina” alimentando il polverone.

Pelizza passerà poi per aule giudiziarie e mandati di cattura internazionali, uscendo indenne. Ora, tanti anni dopo, ha deciso di parlare, e svela le “carte” in quanto – dice – liberato dal vincolo di segretezza impostogli dal grande scienziato suo maestro.

Il tutto è raccontato nel libro fresco d’inchiostro di Alfredo Ravelli [ancora lui! – ndr], “Il segreto di Majorana, due uomini, una macchina” (Print Service, Pavia). Un articolo firmato Rino Di Stefano lo ha ampiamente anticipato su “Il Giornale”, lo stesso quotidiano che, per un’incauta soffiata di Antonino Zichichi ad Alessandro Sallusti, fece lo “scoop” dei presunti neutrini più veloci della luce (donde il penoso “incidente” in cui incorse il ministro della ricerca Maria Stella Gelmini – noi l’abbiamo quasi dimenticato, ma il mondo ancora ne ride).

A introdurre il libro di Ravelli c’è una stringata prefazione di Erasmo Recami, professore di Fisica all’Università di Bergamo, associato all’Istituto nazionale di fisica nucleare, studioso e biografo riconosciuto di Majorana, da sempre molto vicino alla famiglia.

Eccone alcuni passi salienti: “In questo libro ci sono svariate informazioni a priori incredibili: 1) sulle vicende di Rolando Pelizza (…); 2) sulla macchina di Rolando Pelizza (…). 3) sul fatto che la macchina sia stata inventata da un Ettore Majorana, vissuto a lungo in ritiro (…). Vengono riprodotte anastaticamente in questo libro numerose lettere apparentemente scritte da Ettore Majorana a partire dal 1964, ovvero molto dopo la sua scomparsa di fine marzo 1938. Una prima lettura di esse non mi convinse, non riconoscendovi io lo stile a me familiare del Majorana (…). La calligrafia sembra proprio quella del Majorana ante-scomparsa, a me notissima dal 1970 (…). Mi è stata richiesta una opinione. La mia opinione è che il materiale contenuto in questo libro, nonostante le iniziali incredulità che suscita, meriti di essere esaminato con attenzione”.

Responso prudente. O sibillino? Non così furono con me i “ragazzi di via Panisperna” che ebbi l’opportunità di intervistare sulla vicenda Majorana: Edoardo Amaldi, Emilio Segré, Bruno Pontecorvo e Gian Carlo Wick. Tutti mi dissero, in vario modo, di essere certi che Majorana cercò la morte quella notte sul traghetto Palermo-Napoli, e la trovò.

Si è detto della perizia grafologica. E’ strano che in sessant’anni una calligrafia non dia segni di evoluzione, se non altro per senilità, ma qui la parola spetta ai tecnici. Sui contenuti delle lettere però viene spontanea una semplice analisi stilistica. Majorana faceva della parola un uso sottile, colto, elegante, allusivo. “Non mi prendere per una ragazza ibseniana”, “il mare mi ha rifiutato”, scrive all’amico Carrelli poche ore prima di scomparire. Nelle lettere ora pubblicate troviamo invece una scrittura banale e incongrua, degna di un fumetto scadente: “Caro Rolando, ti ricordi il nostro primo incontro, avvenuto il 1° maggio 1958? Ne è passato di tempo.”. A proposito della “macchina”: “Disegni e dati non sono tanto importanti; la formula, invece, va ben custodita. Per nessun motivo deve cadere in mano di altre persone, sarebbe la fine, di sicuro.” E poi queste parole di congedo: “In attesa della tua decisione, Tuo amico e maestro, Ettore”. Chiunque sappia scrivere in modo raffinato non sarebbe caduto nella frusta domanda retorica sul primo incontro con un Majorana “scomparso”. La formula scientifica “segreta” è tipica dell’immaginario popolare ed estranea alla comunità scientifica. “Tuo amico e maestro” suona, dato il contesto, come un’espressione pacchiana.  [E Butac conferma per esperienza – ndr]

Il racconto non sarebbe completo senza aggiungere che lo stesso Recami, si apprende adesso, avrebbe ricevuto lettere dal presunto Majorana, rimanendo dapprima incredulo, poi un po’ meno, e questo è l’aspetto più sconcertante

Mettendo da parte il groviglio inestricabile e inquietante Pelizza-Clementel-servizi segreti- “macchina” e carteggio, o meglio dandogli un taglio deciso con il sempre prezioso “rasoio di Occam”, tornano alla mente i pensieri che Leonardo Sciascia nel primo capitolo de “La scomparsa di Majorana” attribuisce ad Arturo Bocchini, capo della polizia, al quale Salvatore, fratello di Ettore, si rivolge con la mediazione del senatore Giovanni Gentile per sollecitare le ricerche.

Eccoli: “La scienza, come la poesia, si sa che sta ad un passo dalla follia: e il giovane professore quel passo lo aveva fatto, buttandosi in mare o nel Vesuvio o scegliendo un più elucubrato genere di morte. E i familiari, come sempre accade nei casi in cui non si trova il cadavere, o si trova casualmente più tardi e irriconoscibile, ecco che entrano nella follia di crederlo ancora vivo. E finirebbe con lo spegnersi, questa loro follia, se continuamente non l’alimentassero quei folli che vengono fuori a dire di avere incontrato lo scomparso, di averlo riconosciuto per contrassegni certi”

Difficile trovare una conclusione migliore. In effetti, per certi versi, Majorana non è morto. Vive nelle idee che ha lasciato, negli esperimenti che tuttora sono in corso su sua ispirazione. E vive nella follia di chi ancora lo cerca.

  • Un’integrazione – RinoDiStefano.com

Aggiungiamo infine questa versione del giornalista Rino Di Stefano, collaboratore de “Il Giornale”, che alla storia ha dato risvolti molto complottistici (vedi anche: “Il mistero dell’energia gratuita che ci tengono nascosta” e “Majorana visse in un convento del sud Italia, ecco le prove“).

Il 26 novembre 1976 il prof. Ezio Clementel, presidente dell’allora Comitato Nazionale per l’Energia Atomica inviò all’on. Loris Fortuna una relazione su 5 prove richieste da protocollo inerenti la macchina che produceva un fascio energetico descritto come distruttivo. Loris Fortuna era un avvocato e deputato socialista Presidente della Commissione Industria alla Camera dei Deputati, incaricato dal Presidente del Consiglio Andreotti per seguire il lavoro di Clementel.

La relazione è composta da cinque facciate. Nella seconda, quella che segue la lettera di accompagnamento, c’è l’elenco delle cinque prove richieste dal protocollo, con i relativi dettagli. In sostanza, si trattava di far forare al fascio di raggi emesso dalla macchina, lastre di acciaio inox e alluminio poste a diverse distanze dall’obiettivo della macchina stessa.

Nelle tre facciate successive, viene calcolata la potenza del raggio e in un altro documento di due facciate, il professor Clementel scrive di suo pugno, siglandole in calce, le sue conclusioni relative alla valutazione delle prove effettuate, all’energia, alla potenza e alla natura del fascio stesso.

Scrive il professor Clementel: “L’energia del fascio impiegato è stimabile tra i 150.000 e i 4 milioni di Joule (il joule è l’unità di misura dell’energia n.d.r.); i numeri dati corrispondono all’energia necessaria per fondere rispettivamente vaporizzare 144 grammi di acciaio inox. Una valutazione più precisa sarà forse possibile al termine delle analisi metallurgiche in corso per uno dei campioni di acciaio inox. Poiché, come risulta dalle prove, il fascio è quasi certamente di tipo impulsato, con durata degli impulsi minore di 0,1 secondi, occorrerebbe una esatta conoscenza di tale durata per poter determinare la potenza del fascio. Si può comunque dare una stima del limite inferiore della potenza in gioco, assumendo una durata dell’impulso pari a 0,1 secondi. Con tale valore, si ha una potenza totale del fascio di 1500 Kw/cmq nel caso della fusione del metallo; nel caso della vaporizzazione del metallo la potenza totale del fascio salirebbe a 40.000 Kw e la densità di potenza a 4000 Kw/cmq”.

E poi conclude: “Circa la natura, del fascio, le semplici prove effettuate non consentono una risposta sufficientemente precisa, anche se vi è qualche indicazione che porterebbe ad escludere alcune fra le sorgenti più comuni, quali ad esempio getto di plasma, fasci di particelle cariche accelerate, fasci di neutroni, eccetera. In ogni caso, anche nell’ipotesi non ancora escludibile di fascio laser, le energie e soprattutto le potenze in gioco, si porrebbero al di là dei limiti dell’attuale tecnologia. Si può in ogni caso escludere che si tratti di fasci di anti-particelle o di anti-atomi”.

Il professor Clementel fece fare delle riprese di quelle prove sulla misteriosa macchina e i filmati, insieme alla relazione, sono giunti integri fino a noi. Nelle scene in bianco e nero si vedono distintamente la macchina e la lastra di acciaio inox verso cui è diretto il fascio di raggi. Un attimo e un grande bagliore avvolge l’acciaio; quando le fiamme si diradano, appare il grosso foro sulla lastra.

Il ritrovamento di questa documentazione a 34 anni di distanza, prova due cose. La prima è che nel 1976 la macchina che produce energia con un fascio di raggi, esisteva. La seconda è che quegli esperimenti, autorizzati dal governo, conferiscono un primo grado di attendibilità al dossier della Fondazione Internazionale Pace e Crescita di Vaduz, nel Liechtenstein, l’organizzazione che si proclamava proprietaria della fantastica tecnologia. Ma è proprio così? La Fondazione era realmente il soggetto che disponeva di questo macchinario? Non proprio.

Per saperne di più, abbiamo cercato la risposta a Civitella d’Agliano, un caratteristico borgo medioevale tra le colline di Lazio e Umbria, in provincia di Viterbo, dove si trova il villino dell’ingegner Aristide Saleppichi, uno dei primi tecnici a occuparsi della costruzione e dello sviluppo della misteriosa macchina. Saleppichi, ex direttore dello stabilimento Montedison di Terni, ha due lauree: una in ingegneria industriale meccanica e una in fisica. Ma non solo. L’ingegnere, che oggi ha 91 anni e mantiene una invidiabile e lucidissima mente, fa parte del gruppo che da quarant’anni gestisce la macchina. Secondo lui, il fatto che proprio adesso si cominci a parlare del misterioso macchinario, non è casuale.

“Vede, io ho un concetto un po’ teologico degli avvenimenti – spiega – La fisica cammina. Ad un certo punto il Signore ci dice quando dobbiamo scoprire alcune cose. E’ come se qualcuno ci desse da mangiare un poco per volta. Questo dunque, potrebbe essere il momento giusto per affrontare l’argomento”.

Ed è proprio per fornire un chiarimento sulla vicenda, che l’ingegnere ha organizzato una riunione in casa sua tra lo staff di questo gruppo e il cronista che vi parla. “Quella tecnologia appartiene solo a noi. E, per essere più precisi, a Rolando Pelizza, colui che ha materialmente costruito la macchina a Chiari, in provincia di Brescia. – esordisce Pietro Panetta, ex imprenditore di Roma e portavoce di Pelizza –

La Fondazione Internazionale Pace e Crescita, che si vantava di disporre di questa tecnologia, è stata costituita da un nostro conoscente, il professor Nereo Bolognani. Lo abbiamo avvertito a più riprese che, senza il nostro consenso, non poteva continuare su quella strada. Alla fine, lo abbiamo minacciato di azioni legali e allora lui, nel 2002, ha messo in liquidazione la Fondazione” .

Risolto il mistero della Fondazione, resta quello di chiarire chi sono coloro che adesso si attribuiscono la proprietà della tecnologia in questione. Di certo, il nome di Rolando Pelizza non è estraneo alla cronaca. Infatti fu proprio lui a finire sul banco degli imputati, insieme all’ex colonnello del Sid Massimo Pugliese, al processo di Venezia voluto dal giudice Carlo Palermo per traffico internazionale di armi. Pelizza venne subito assolto, Pugliese si beccò 2 anni e 8 mesi. Ricorse in appello e fu a sua volta assolto perché “il fatto non costituisce reato”.

Sempre per la cronaca, il colonnello Pugliese trascorse il resto della sua vita intentando cause contro il giudice Palermo, l’allora Presidente del Consiglio De Mita e gli ex ministri Colombo (Finanze) e Zanone (Difesa) chiedendo 9 miliardi di lire di risarcimento. Inascoltato in Italia, si rivolse persino alla Corte di Strasburgo. Ciò premesso, vediamo adesso chi sono e cosa pretendono gli amici di Pelizza.

2 – Riflessioni


  1. La prima considerazione (tecnica) è che 150.000 Joule sono pari a 41 Wh, ovvero l’energia termica che il vostro asciugacapelli da 1000 W vi dà in soli due minuti e mezzo, mentre quattro milioni di Joule sono pari a 1.1 KWh, ovvero l’energia termica che lo stesso asciugacapelli vi dà in poco più di un’ora. Va precisato però che queste quantità di energia sarebbero rilevate in base alle fusioni/vaporizzazioni fatte sulle lastre del test. In tal caso si tratterebbe di alte potenze in quanto un puntatore laser portatile (tipo laser-pen) dei giorni nostri (quello che possiedo personalmente è da 200 mW) accende una sigaretta a 1 mm di distanza in circa 5 secondi, pari a un’energia di circa 0,3 mWh ovvero 3,6 milioni di volte minore. Teniamo presente che non entrando nello specifico delle classi dei laser, questi dati devono essere presi solo come termine puramente indicativo.
  2. Alcuni dati letti cozzano tra loro e non rispecchiano un linguaggio tecnico appropriato: “Assumendo una durata dell’impulso pari a 0,1 secondi, si ha una potenza totale del fascio di 1500 Kw/cmq nel caso della fusione del metallo; nel caso della vaporizzazione del metallo la potenza totale del fascio salirebbe a 40.000 Kw e la densità di potenza a 4000 Kw/cmq”. Riguardo alla fusione del metallo (quale? L’inox si comporta molto diversamente dall’alluminio) si confonde la densità di potenza (che si esprime in KW/cmq) con la potenza totale (che si esprime in KW), che comunque viene omessa. Inoltre 4 MJ ovvero 1.1 KWh, pari a 0.3 Wsec, non possono reggere 40 MW per 0.1 sec, cioè 400 MWsec, tranne nel caso che potentissimi condensatori si scarichino per generare tale e breve impulso. Ma in questo caso i tempi di ricarica potrebbero essere molto lunghi, oppure dovrebbero servire dei condensatori molto potenti e quindi ingombranti. Però dalla foto della presunta macchina (sotto), sembra esserci un solo condensatore visibile. E teniamo anche conto che nel 1976 il rapporto capacità/dimensione di un condensatore non era così alto come lo è oggi per cui essi, a parità di capacità, erano molto più grandi.
  3. La mia personalissima opinione riguardo alla foto sopra è che possa verosimilmente trattarsi di un dispositivo complementare a un laser da spettacolo degli anni 70-80, atto a deviare il raggio per comporre figure grafiche. I due “cilindri” montati ortogonalmente sul lato destro potrebbero essere i due motori utilizzati per deviare il fascio nelle quattro direzioni (destra-sinistra e alto-basso) e detto fascio potrebbe presumibilmente uscire dalla lente rettangolare posta in prossimità del motore superiore. Il pettine con i cavetti  saldati potrebbe essere il collegamento al controller. Il piccolo diametro dei cavi fa pensare a piccole correnti circolanti. Se tutto ciò fosse vero questa foto spacciata come la macchina in questione sarebbe una bufala colossale, tuttavia ribadisco che questa mia è solo un’ipotesi, per quanto verosimile.
  4. Che ci sia un po’ di fuffa in gioco è anche avvalorato da un servizio della trasmissione “Mistero” che fu trasmesso il 15 settembre 2013 su Italia 1 e che parlava, oltre che di detta macchina, anche di Adam Kadmon (!), di scie chimiche (!!) e, dulcis in fundo, di  Illuminati e NWO (bingo!!!). Naturalmente chi si intervista? Rino Di Stefano e non un fisico (vedi la puntata di Mistero – spezzone #1).
  5. In tale servizio, compare una roboante dichiarazione di intenti che, però, diventa assai meno ruggente nello spazio di poche battute: nel video l’autore asserisce che non fu Pelizza a costruire la macchina ma Majorana (LaRepubblica sostiene invece che fu ereditata dal soldato di Chiari) mentre in questo video (della stessa puntata di Mistero – spezzone #2) dice che il costruttore fu Pelizza: la contraddizione quindi è palese. Poi gli attribuisce una imputazione penale per avere costruito la macchina quale arma, mentre invece Pelizza fu condannato per rapimento. Infine sul suo sito scrive che il giudice Palermo scagionò Pelizza dal traffico d’armi ma anche qua dimentica l’incriminazione per rapimento del 1973 citata da Repubblica nel 1984. Nel tentativo di gettare luce sul presunto raggio della morte di Majorana, il raggio della verità di Rino Di Stefano manca clamorosamente il bersaglio, deviato da evidenti dimenticanze e contraddizioni.
  6. Anche Pietro Panetta, il portavoce di Pelizza, cade in qualche contraddizione quando dichiara che fu appunto Pelizza a costruire la macchina per Chiari. Evidentemente tra Di Stefano e Panetta c’è stata complicità a fasi alterne: ereditò la macchina dal soldato di Chiari, la costruì lui per Chiari oppure lo fece Majorana in convento e in gran segreto? E se fu Pelizza il costruttore perché non ha mai esibito progetti, calcoli e dettagli del funzionamento? E il brevetto? Dov’è?
  7. Teniamo conto che un laboratorio di fisica non è una cantina per scienziati fai-da-te: se Majorana conduceva esperimenti in segreto in un convento avrà avuto necessità di grandi strumentazioni e soprattutto di materiali altamente tecnologici. Ve lo immaginate voi cosa potrebbe pensare chi fornisce o trasporta in un convento boro, berillio, radon, azoto liquido, trasformatori ad alta tensione o bobine per induzione?
  8. Ancora Di Stefano, nello spezzone #2 di Mistero, dichiara che Clementel subì un arresto. Ma dalla biografia a lui dedicata questo non risulta. Come in nessuna pagina internet eccetto questa: peccato che non faccia altro che riprendere la puntata di Mistero. Maluccio direi, sopratutto per un prestigioso giornalista con decenni di carriera alle spalle, compreso Il Giornale di cui sostiene di essere tuttora collaboratore.
  9. Il filmato che fece Clementel nel 1976 appare verosimilmente come un raggio laser, ma il conduttore di Mistero Marco Berry si ostina nel chiamarlo “energia illimitata e gratuita” che equivale a dire “aria fritta” o se preferite “fuffa totale”, sottolineata dalle solite frasi “una scoperta che non avrebbe fatto piacere alle grandi multinazionali dell’energia”. Ora sappiamo chi alimenta la stupidità complottista! Per produrre un raggio laser serve energia, e se questo incide o fonde acciaio tale energia deve essere davvero molta!
  10. Sempre nello spezzone #2 Andrea Rampado, ricercatore di “nuove energie” (aiuto!), dichiara che la lastra perforata nel test è spessa almeno 4-5 cm, ma dalle immagini è evidentissimo che essa non superi i 2 cm. Questo è confermato anche da come l’operatore maneggia la lastra. Se fosse stata di 4-5 cm sarebbe stata notevolmente più pesante. Evidentemente si vuole pompare i toni dell’esperimento!
  11. Chi è Andrea Rampado? Parlano per lui le pubblicazioni sul suo sito: qua un bell’articolo sul reattore pioezonucleare (giudicato privo di riscontri dal mondo scientifico) del sedicente prof. Fabio Cardone. Qua un’opinione di OggiScienza su ciò che scrive Rampado e che cito testualmente,poiché è bellissimo, credetemi: “Dal prestigioso blog che aggiorna di solito sui progressi della Fusione Fredda, si apprende che in Kazakistan è stato scoperto il moto perpetuo alimentato dall’energia infinita e viceversa(!!!). Su OggiScienza lo si prende in giro come tra alunni di prima media più che tra ricercatori scientifici (cosa che Rampado non è, infatti ricerca “nuove energie”). Qua sempre per la rubrica Parco delle bufale “Alieni, energia piezonucleare e fusione fredda” e infine (infine solo per brevità) qua si parla di un articolo di Di Stefano (se le fanno e se le dicono in famiglia) sull’energia gratis. Peccato che se fosse vero sarebbe degno di un bel Nobel. Altri commenti sono superflui!
  12. La macchina che si vede nel filmato #2 non sembra uguale a quella vista nella foto sopra, l’unica foto esistente in rete: si fa una macchina rivoluzionaria e si pubblica una sola foto? Quanti casi simili conoscete?
  13. E del rumore di fondo aggiunto nel filmato, sincronizzato con l’emissione del lampo e conseguente esplosione, ne vogliamo parlare? Nell’articolo di Di Stefano non si parla di rumori, boati, ronzii e suoni spaziali ma solo di ciò che si vede, lasciando intendere che probabilmente il filmato era senza audio. Perché quindi aggiungere suoni degni più di Obi Wan Kenobi che non di un laboratorio di fisica?
  14. Ridicola è inoltre la pseudospiegazione di Rampado a 3:52-4:20: secondo lui la macchina potrebbe essere programmata per distruggere precisi materiali posti dietro ad altri diversi, i quali non verrebbero colpiti. Qua veramente siamo alle Guerre Stellari. Si mostra la scena commentandola con questa assurdità ma si vede benissimo che la lastra colpita è al di sopra di quella anteriore, e il raggio per colpire la lastra posta dietro passa quindi sopra a quella davanti.
  15. Ovviamente il video non poteva astenersi dal citare… Tesla (!) alludendo alla sua celeberrima energia gratuita, e infine ci fa anche vedere come ottenere ossidrogeno dall’acqua per alimentare una fiamma da 120°C. Senza dire però che l’energia spesa per l’elettrolisi è maggiore di quella ottenuta per combustione. Il che equivale a dire che voi lavorate guadagnando 1500 €/mese ma ne spendete 1800 in viaggi casa-lavoro. Mio padre li avrebbe chiamati gli interessi di Cazzetta.
  16. Si è parlato di annichilire materia e antimateria ma lo stesso Clementel non convalidò mai tale tesi, dichiarando: “Circa la natura del fascio, le semplici prove effettuate non consentono una risposta sufficientemente precisa, anche se vi è qualche indicazione che porterebbe a escludere alcune fra le sorgenti più comuni, quali ad esempio getto di plasma, fasci di particelle cariche accelerate, fasci di neutroni, eccetera. In ogni caso, anche nell’ipotesi non ancora escludibile di fascio laser, le energie e soprattutto le potenze in gioco si porrebbero al di là dei limiti dell’attuale tecnologia. Si può in ogni caso escludere che si tratti di fasci di anti-particelle o di anti-atomi”.
  17. Della grafologa Chantal Sala abbiamo trovato facilmente traccia in rete, così come del suo curriculum. Quello che però ci fa specie è l’ampio risalto che dal suo sito ha dato a questa vicenda, come se su ciò puntasse tutta, o almeno grandissima parte, della sua immagine professionale. Noi sosteniamo che più una faccenda è urlata e sbandierata ai quattro venti e più aumenta la probabilità di fuffa. Guardate le foto sopra, con cui la calligrafa, per avvalorare la sua perizia, vorrebbe dimostrare che Ettore Majorana (nato nel 1909) fosse vivo sino agli anni Novanta. Non ci trovate nulla di strano? Le prime tre foto divergono chiaramente dalle altre cinque: le arcate sopraccigliari, la bocca e il taglio degli occhi sono diversi. Ma soprattutto com’è possibile che l’immagine del 1958 sia di un cinquantenne e quella del 1996 di un novantenne? Majorana si faceva il botulino? Possibile che la nostra esperta grafologa non si sia posta questa banale domanda? Ci saremmo aspettati che avesse esibito le prove calligrafiche, prettamente inerenti la sua materia: perché invece ostenta queste foto-fuffa? La somiglianza della persona nelle ultime cinque foto  è molto forte anche a distanza di quarant’anni (dal 1958 al 1996) ma non verso i precedenti venti, (ovvero dalla fine anni Trenta al 1958). È chiaro quindi che non si tratta di Majorana ma di un’altra persona! Questo si chiama falso!
  18. Sembra che Alfredo Ravelli sia particolarmente incline a rivelare i presunti segreti di Majorana addirittura pubblicando due libri: “Il dito di Dio” e “Il segreto di Majorana” (a destra) dove addirittura sulla copertina compare il sosia nelle foto sopra! Presagio di fuffa o magro tentativo di spaccio fotografico?
  19. Erasmo Recami, esperto conoscitore della vita dello scienziato tanto da pubblicare nel 1987 un suo libro, “Il caso Majorana”, in questa intervista si dice scettico sulla teoria cospirativa. Inoltre nella stringata prefazione de “Il segreto di Majorana” di Ravelli non dice nulla che avvalli ciò che si vuol teorizzare: “Mi è stata richiesta una opinione: essa è che il materiale contenuto in questo libro, nonostante le iniziali incredulità che suscita, meriti di essere esaminato con attenzione”. Dopotutto pure noi di Butac stiamo esaminando la vicenda.
  20. Vicenda invece sbandierata ai quattro venti dal sito ilpuntosulmistero (da oggi inserito nella nostra Black List) che sfrutta il sosia di Majorana per urlare puro sensazionalismo.
  21. E infine anche Di Stefano non poteva non denunciare il suo complotto al mondo italiota: “L’energia gratuita che ci tengono nascosta”. Potete leggere qua l’articolo integrale.

3 – I presunti progetti della macchina


Sempre Rino Di Stefano pubblica qua quelli che dovrebbero essere i “piani” di costruzione della macchina, ricevuti personalmente da Pelizza. Notiamo però subito una terminologia che cigola: piani di costruzione pare far parte più di un frasario degno di un film di 007 che non della realtà ingegneristico-progettuale. Una presunta simile macchina dovrebbe avere un progetto delle parti elettroniche (con componenti e tecnologie degli anni Settanta) e certamente anche delle parti parti elettrotecniche/elettromeccaniche, nonché di quelle prettamente meccaniche. E magari pure un complessivo. Ma soprattutto dovrebbe contenere informazioni o dettagli che spieghino come si produrrebbe questo raggio che “annichilisce” la materia.

Un altra stranezza è che sia lo stesso Rino Di Stefano a dire “ci sarà poi il problema di usare la formulazione giusta” facendo intendere che la macchina non fosse ancora pronta. Ma se è ancora incompleta, quella che fece funzionare Clementel nel 1976, come si vede nel filmato, che macchina era? Forse un’altra?

Quasi certamente sì, poiché questa foto, presa dal sito di Di Stefano, fa vedere una macchina apparentemente diversa da quella mostrata sopra.

Inoltre una formulazione si mette a punto in ambiti chimici (formule o composizioni chimiche), non elettronici, elettrotecnici o meccanici dove si parla di progettazione (elettronica/meccanica). Se ne deduce che dovremo aspettarci anche delle formule chimiche, pur se provvisorie o da aggiustare?

Il 20 aprile 2016 (un anno fa) Di Stefano riceve da Pelizza, testualmente,

il materiale che aggiorna i piani di costruzione della macchina. Resta una parte terminale che provvederò a pubblicare, non appena la riceverò.

Mentre l’ 11 luglio 2016

aggiungo l’intera parte terminale riguardante la gestione delle rotazioni dei motori e dell’impulso alla bobina. Unitamente ai disegni, si trova un software che completa la divulgazione della documentazione.

Sempre nella pagina c’è anche la lettera d’accompagnamento firmata da Pelizza e datata 15 febbraio 2017 (abbiamo messo lo sfondo giallo per meglio evidenziarla):

Pelizza sostiene di aver voluto donare la macchina allo Stato italiano, ma nei dettagli della vicenda risulterebbe l’esatto contrario: Repubblica, nel suo articolo del 1984, parla di “6 miliardi di lire” e sembrerebbe che si siano cercati potenziali clienti persino negli Stati Uniti, cercando di coinvolgere i servizi segreti. Perché coinvolgerli se si vuole fare una donazione?

A fondo pagina vengono pubblicati i progetti così organizzati per il download:

Un file pdf in cui Pelizza dice che è solo il costruttore della macchina, mentre il progetto è di Majorana. Inoltre asserisce che la macchina può annichilire, riscaldare e addirittura trasmutare la materia. Se fosse possibile, si trasformerebbe il ferro in oro. E se Pelizza avesse incontrato Majorana nel 1958 perché non pubblicare una foto successiva alla scomparsa dello scienziato? Sarebbe stato probante! Inoltre Pelizza promette che:

Questa macchina, della quale oggi pubblichiamo i disegni, è in grado di espellere particelle di antimateria, selettive, che, a contatto con analoga materia, si distruggono provocando l’emissione di grande energia. L’attuale macchina è rivestita da un cubo di alluminio di circa 55 cm per lato e ll meccanismo della struttura è alimentato da una piccola batteria d’automobile che serve ad azionare il sistema interno. Quest’ultimo genera le antiparticelle che poi vengono espulse da un condotto, la cui estremità termina con un foro a quadrifoglio sul frontale della macchina. Dall’esterno, dunque, la macchina appare come un” perfetto cubo, senza alcuna estremità. Le antiparticelle hanno una vita di 5 millesimi di secondo e fuoriescono per moto proprio alla velocità della luce, fino ad una distanza massima di circa 1500 km.  Per essere più precisi, la macchina è in grado di gestire tutti gli elementi della Tavola periodica di Mendeleev e può emettere antiparticelle per ogni singolo elemento, graduandone la distanza e le dimensioni, da un centimetro cubo fino ad un volume di 20 metri per lato, pari a 8000 metri cubi. L’emissione ‘è controllabile anche nel’intensità, andando dal solo riscaldamento della materia colpita (rallentando il flusso delle particelle) fino al completo annichilimento della stessa. Ponendo quindi l’oggetto che si vuole annichilire o riscaldare ad una certa distanza dalla macchina, l’uscita delle antiparticelle si esaurirà nel rispetto dei comandi impartiti.

Perché alimentare una simile potente macchina con… una batteria da auto? Ci saremmo aspettati una tensione di 230 volt, o ancora meglio una trifase a 400 volt. Se serve molta energia, l’alimentazione non può essere una batteria da auto.

Inoltre la descrizione fatta qua è diversa sia dalla macchina provata da Clementel, sia da quella vista nelle foto precedenti… e poi, ovviamente, non si specifica come trasmutare la materia.

Vorrei ricordare che, per far funzionare la macchina, è necessario adottare la formulazione che io ho depositato affinché venga consegnata al momento dell’esperimento, previa sottoscrizione ufficiale da parte degli interessati di un  protocollo molto dettagliato che garantisca l’uso della macchina esclusivamente per usi civili.  Aggiungo che la macchina dal 2008 è coperta da brevetto.  Per quanto riguarda la parte storica, questa macchina venne testata ufficialmente per la prima volta nel 1976 con un protocollo elaborato dal professor Ezio Clementel, presidente del CNEN, su mandato del governo italiano. L’esperimento più significativo è quello chìe avvenne, sempre nel 1976, a Forte Baremone (BS) alla presenza di numerose persone, tra cui l’allora colonnello belga della NATO, Jacques Leclerq.

Ma Di Stefano ha detto che “ci sarà poi il problema di usare la formulazione giusta” che è in contraddizione con quanto dichiarato da Pelizza; e nel 1976 quando si provò la macchina funzionante, come già detto, la macchina non corrispondeva a quanto detto ora.

Nello zip ci sono alcune cartelle: CONTROLLO –  CUORE –  GUIDA –  SCATOLE –  VISTE ASSIONOMETRICHE – MACCHINA COMPLETA. La prima è vuota, la seconda e la terza contengono alcune sottocartelle (presumibilmente con i file cad-cam, ma noi non abbiamo l’applicazione per aprirli) e le seguenti immagini .jpg (che non corrispondono a nulla di quanto visto sino a ora):

Le altre cartelle non contengono immagini ma solo presumibili disegni cad-cam. Peccato che non ci sia l’immagine .jpg della macchina completa.

Le cartelle contenute sono: ARDUINO –  FIRMWARE –  SCHEMA –  SOFTWARE INSTALLER. Arduino è una piattaforma hardware di origini italiane, molto utilizzata in tutto il mondo nell’ambito hobbistico ma anche didattico e professionale. Per fare un esempio, l’avevo proposta, in una delle sue configurazioni, a un amico ferromodellista per l’automatizzazione tramite pc di scambi nel suo plastico ferroviario.

Si pubblica lo schema della controller “Arduino uno” e le specifiche del suo microchip ATmega328P.

Ma questi sono prodotti commerciali che si comperano con pochi spiccioli. Inoltre la rete è strapiena di questo schema e per scaricarlo servono dieci secondi.

Sembra quasi una presa in giro!

Il Firmware contiene file installabili che, sinceramente, non ci va di testare. Ma ci fidiamo.

La cartella “schema” contiene lo schema di collegamento ai motori.

Un normale schema di collegamento che nulla ha a che vedere con le aspettative di antimateria. Inoltre mancano gli schemi dell’alimentazione a 12 volt.

Infine la cartella “software installer” contiene file installabili di cui anche in questo caso ci fidiamo sulla parola.

4 – Conclusioni


L’antimateria? La trasmutazione? L’annichilimento? Dove sono le documentazioni tecniche per ottenere tutto questo? 

Dov’è il numero di brevetto della macchina?

Se si cerca Rolando Pelizza sul motore di ricerca per i brevetti registrati, non compare proprio nulla!

Com’è possibile che scienziati di tutto il mondo, a partire dal Cern a finire dal Fermilab non siano ancora arrivati a maneggiare l’antimateria come qua dichiarato, mentre lo avrebbe fatto Rolando Pelizza? Senza portare documentazioni!

Abbiamo visto dei disegni meccanici, schemi elettrici per pilotare motori, schemi di interfacce scaricate da internet, ma la fisica dell’antimateria e della trasmutazione degli elementi non c’è?

Se Pelizza trasmutasse gli elementi, dapprima diverrebbe l’uomo più ricco del mondo, poi rischierebbe di far svalutare i metalli più preziosi quali oro, iridio, palladio e platino: uno dei motivi per cui essi sono preziosi è proprio la loro quantità: infatti un normale sasso di fiume non vale nulla.

Noi riteniamo che su una potente macchina di quarant’anni fa, presumibilmente laser, verosimilmente un’antesignana delle odierne tagliametalli, si sia ricavata una storia che all’epoca fu finalizzata al lucro, cercando il coinvolgimento di politici, servizi segreti e funzionari di Paesi stranieri.

Naturalmente oggi, che tutto fa brodo per condire pubblicazioni e/o programmi televisivi fuffa, si cavalca l’onda senza preoccuparsi (ovviamente) di consultare fisici e ingegneri. Su “Mistero” non c’è nulla da aggiungere perché i contenuti si commentano da soli, così come l’in-credibile storia di Rolando Pelizza che pubblica puro fumo negli occhi, ovvero disegni che non dicono assolutamente nulla. Idem per l’esperta calligrafica pavese che non pubblica le sue perizie, ma foto di sosia.

E di Rino Di Stefano che dire? Si fa portavoce di fatti inesistenti, dapprima urlando al complotto dell’energia gratis che ci nascondono e poi pubblicando articoli che nulla dicono, cercando tuttavia un salvacondotto del tipo “io sono un giornalista e non un ingegnere, per cui non posso commentare i contenuti dei progetti”; infine scrive per Il Giornale del raggio che dà energia gratis. Caro Di Stefano, sarai pure un giornalista, ma non è necessario essere ingegneri per capire che quelli pubblicati sono schemi elettronici di componenti commerciali. Anche le casalinghe di Voghera capiscono che non c’è nulla che spieghi la produzione di antimateria o la trasmutazione degli elementi.

Per quello ci provò pure Re Mida, ma morì di fame. Contrariamente alle casalinghe di Voghera.

Quello che più mi rammarica in tutta questa storia è vedere persone che dovrebbero essere autorevoli cavalcare idee completamente inconsistenti, tirando in ballo a sproposito geni del passato quali Tesla o Majorana. Si potrebbe contribuire alla memoria collettiva ricordando ciò che queste menti hanno dato al mondo, ma si preferisce in questi ambiti (ab)usare narrazioni ridicole piene di ciarlatanerie e fuffa, al solo fine di spaccio di cazzate per un po’ di audience e click.

Chi paga il conto più alto per tutto ciò? Ovviamente i più giovani, le menti meno difese da questa gente.

Questa è la disinformazione (o meglio, ignoranza) che impera oggi, una disinformazione che si ripercuoterà non tanto sul futuro di noi cinquantenni che in passato bene o male abbiamo imparato a scuola, sui libri, sui sussidiari, su manuali ed enciclopedie. Tutto ciò si ripercuoterà sul futuro dei giovani che hanno rimpiazzato le tradizionali didattiche con l'(ab)uso di internet, innescando così un pericoloso processo di devoluzione cerebrale verso una collettiva idiozia che tanto si ostenta orgogliosamente sui social.

Lola Fox

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