FEMMINISTAABORTO

Titola così Leggo.it, come fosse lo scoop del secolo.

“NON VOGLIO DARE LA VITA A UN MOSTRO”,
FEMMINISTA ABORTISCE PERCHÉ IN ATTESA DI UN MASCHIETTO

femministabortista

La storia è di quelle drammatiche. Una ragazza di professione blogger scopre di aspettare un bambino, ma decide di abortire perché il nascituro non sarà una femminuccia, bensì un maschietto. Secondo la ricostruzione del quotidiano gratuito,

[l]a donna ha premesso di aver sempre avuto brutte relazioni con il sesso maschile, si è definita una femminista e non avrebbe tollerato la costante presenza di un maschio nella sua vita. [H]a ammesso, come riporta la stampa inglese: «Ero sotto choc, ho pianto e ho maledetto il mondo per quanto mi era accaduto». La donna era terrorizzata dall’idea di portare in grembo un mostro, un uomo, così ha interrotto la gravidanza.

Nonostante lo shock, pare che la donna in questione voglia provarci una seconda volta ad avere un bambino, ma questo episodio non sembra averle insegnato alcunché: se dovesse ripetersi, sarà pronta ad abortire. Tutto, pur non di non avere un altro maschio. La stessa storia è stata ripubblicata da Today.it e Quotidiano.net. Quest’ultimo, addirittura, avanza l’ipotesi che in realtà non si tratti di una femminista, bensì di una misandra.

Da quello che scrive, però, più che femminista pare misandra, pervasa com’è da un odio profondo e quasi scientifico nei confronti del genere maschile. “Quello che ho visto in questi posti (quando lottava per il Movimento femminista), è che gli uomini di solito ci guardano dall’alto al basso, rifiutano di aiutarci e a malapena ci ascoltano”.

Tutto molto bello e interessante, non c’è che dire… ma la storia è fondata? Ovviamente no. E come capita col nostro bellissimo giornalismo, si costruiscono opinioni sul nulla.

Come già accaduto nel caso dell’uomo a cui restano 100 orgasmiLeggo ci linka la presunta fonte di questa orribile notizia, ovvero la versione inglese di Metrosbagliando clamorosamente. Metro infatti scrive chiaramente che l’articolo è in realtà basato su un altro sito, tale Injustice Stories. Al momento il sito non è raggiungibile, ma è possibile recuperare la copia archivio grazie a Waybackmachine. Si scopre così che il sito non è mai esistito prima: è stato creato il 17 Gennaio, come si evince dalla data di pubblicazione del post. Insomma una storia vecchia che è rimbalzata in Italia. E sappiamo bene che cosa comporta…

Nello stesso giorno, la blogger pubblica due post. Escludendo la storia dell’aborto, il secondo di questi raccoglie il perché di quel sito.

I will keep this short and simple. I created this site as a way to showcase some of the most blatant instances of social injustice. One of the best ways of doing this is to give people a dedicated space to share their stories. By increasing awareness of social injustice, we can help to reduce it.

Social injustice (ingiustizia sociale) è un termine caldo per un tipo di attivisti: lotta contro l’omofobia, forte antirazzismo e riduzione della disparità fra i generi. Col tempo ha subito però un cambio semantico in negativo e ha introdotto l’immagine del guerriero da tastiera. È il cosiddetto social justice warrior, ovvero “an individual who repeatedly and vehemently engages in arguments on social justice on the Internet, often in a shallow or not well-thought-out way, for the purpose of raising their own personal reputation” (Urban Dictionary). Nel post si ripete più volte la parola social injustice e si pone l’accento sulla volontà di incrementare la consapevolezza della stessa “affinché possa sparire del tutto”. Nell’originale inglese, è evidente l’intento tongue-in-cheek – se vi state chiedendo in quale modo l’aborto possa essere considerato una forma di ingiustizia sociale, congratulazioni! State sviluppando senso criticoPerché infatti non c’entra una mazza.

Il sito in questione è nato nello stesso giorno in cui è stata pubblicata questa storia. Nessuno ne ha mai sentito parlare, ma è sulla bocca di tutti. Stando a quanto descritto dal sito antibufala snopes.com, è probabile che il proprietario del blog abbia usato uno stratagemma acchiappavisite: i visitatori erano costretti a condividere l’articolo per poter continuare a leggere, intasando così le bacheche degli amici con quella singolare storia. Un largo numero di condivisioni equivale a un aumento nel numero di visite e di “occhi attenti”, con conseguente interesse da parte dei media tradizionali. Ai quali, spesso, non interessa sapere se la storia è vera o meno…

[I]n order to read the entirety of the article, site visitors were forced to share the page on social media (which in turn boosted its visibility incrementally before it caught the eye of larger news sources).

I toni della storia stessa sono esagerati e paradossali. Anzitutto, la protagonista – di nome Lana, nonché proprietaria del sito in questione – è un’accozzaglia di stereotipi femministi: riferimenti costanti al Patriarcato, simbolo del sopruso maschile nei confronti delle donne indifese, ma qui inquadrato come una succursale del NWO; storie di presunti soprusi perpetrati da uomini – chissà perché – violenti e irrazionali verso la donna (tutti lei li trova?); disgusto totale verso il genere maschile, anche se “non tutti, ma solo quelli che danno vita al Patriarcato”; idea del pieno controllo del proprio corpo e sua punizione per non aver seguito i desideri di donna 100% femminista; repulsione nei confronti di un bambino solo perché maschio ed elogio della bambina femmina. Una caricatura vivente, non tanto diversa dalle storie gonfiate di immigrati raccontate dai vigliacchi di Tutti i crimini degli immigratiVoxNews.

E l’aborto? Stando a quanto raccontato, la ragazza avrebbe accettato di interrompere una gravidanza che aveva già superato la ventesima settimana. Lo racconterebbe anche con una certa strafottenza che suona davvero esagerata.

A few days later, I went in for the procedure, as it was fairly later in my pregnancy, I was aware there were certain risks, but it went off without a hitch. My body’s betrayal was no more, I was free, and for the first time […] I felt strong.

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Un aborto compiuto tardi nella gravidanza che si risolve con uno schiocco di dita? Ma per favore. L’argomento è piuttosto crudo e di sicuro non è safe for work, perciò vi rimando a questo sito, alla voce Dilation and Evacuation (D&E) e Dilation and Extraction (D&X) (partial-birth abortion). Se avete difficoltà con l’inglese, buttatevi quiSi tratta di procedure molto più complesse e rischiose, proprio perché il feto è troppo grande per essere aspirato con una semplice cannula. Dalla Wiki italiana:

[i]l rischio aumenta esponenzialmente al progredire della gestazione. Le complicanze più frequenti sono perforazioni all’utero, alla vescica o all’addome, causate da imperizia o dagli eventuali bruschi movimenti imprevisti della paziente.

Un aborto non propriamente eseguito può portare a shock settico se rimangono residui nella cavità uterina. Allo stesso modo può generarsi infertilità e nei casi più gravi la morte, che è in massima parte connessa ai rischi della eventuale, e quindi sconsigliata, anestesia totale.

Ricapitolando: sito sconosciuto che di colpo ottiene visibilità e notorietà; storia implausibile con protagonista un personaggio stereotipato; evidenti toni surreali e tongue-in-cheek; un aborto pericoloso e complesso che incredibilmente va a buon fine senza rimorsi né effetti collaterali. Con contorno di giornalisti che, pur di riempire un buco, pubblicano ciò che passa la rete perché “se lo dicono in tanti, dev’essere sicuramente vero”. Se fosse l’ennesima peripezia di Ermes Maiolica, ci sarebbe da ridere. E invece c’è solo da vergognarsi.

Qui non c’entra niente essere femminist* o antifemminist* o qualsiasi altro termine da guerra su Facebook. Per quel che mi riguarda, stiamo parlando di un coglione (a prescindere dal sesso) inventore di una storia falsa con la quale, non contento, avrà anche deciso di guadagnarci qualcosina con la condivisione selvaggia dai click indignati. Una cosa semplicemente disgustosa e criminale.

Come questi “giornalisti” che non controllano le fonti e che, con le visite e le condivisioni, portano a casa la pagnotta alla testata, e solo a quella.

#giornalistaribellati

Il Ninth

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