Il braccialetto anti squali



Appena ho saputo dell’esistenza di un braccialetto che terrebbe lontani gli squali da chi lo indossa, devo ammettere che ho subito pensato alla vecchia barzelletta della pietra che tiene lontana le tigri.

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Troppa la diffidenza verso i rimedi “definitivi” di questo tipo per non sollevare un sopracciglio.

Gli squali, come qualsiasi rubrica delle curiosità di un periodico di enigmistica potrà confermarvi, esistono da quasi mezzo miliardo di anni – il che li rende più vecchi, da un punto di vista evolutivo, non solo dei vertebrati terrestri ma anche di molte piante che non avevano ancora colonizzato le terre emerse a quei tempi – e sono sostanzialmente immutati da un centinaio di milioni di anni: ciò non significa però che siano stati superati da noi mammiferi, ma semplicemente che per ciò di cui ha bisogno uno squalo è già ottimizzato al meglio. Difficile infatti pensare ad una macchina da guerra acquatica meglio strutturata: cinque sensi per individuare la preda – di cui due, olfatto e udito, sviluppati a livelli inimmaginabili per un essere umano – più la capacità di riconoscere le vibrazioni nell’acqua detta linea laterale e, come scoperto di recente, la sensibilità a campi magnetici ed elettrici dovuta a dei recettori situati nel muso, che lo squalo utilizzerebbe quando, giunto nei pressi della preda, l’acqua si facesse torbida e servisse una localizzazione migliore per serrare le mascelle.



Proprio su questa scoperta si basa il principio dei braccialetti di cui sopra: attraverso magneti particolarmente potenti sconvolgerebbero i sensi degli squali quanto basta per disorientarli e dare il tempo per fuggire ai bagnanti presi di mira. Il sistema però, indipendentemente da quello che racconta ogni casa produttrice, è ben lungi dall’essere sicuro. Come racconta Greenreport:

Nel 2012, il governo australiano aveva testato alcuni dissuasori elettronici applicandoli alle foche – una delle prede preferite degli squali bianchi – ed è venuto fuori che a volte funzionavano e a volte no, e in un test del 2008 uno squalo si era addirittura mangiato quello che avrebbe dovuto essere un dispositivo repellente.

Sul sito di questi produttori in particolare, negli studi scientifici portati come prova del funzionamento del dispositivo, si parla sempre di “magnets to reduce encounter”, quindi ridurre il numero degli incontri tra uomini e squali, non evitarli del tutto, poiché visti i dati qua sopra non si può assicurare tale risultato.

Oltre a queste poco rassicuranti statistiche, inoltre, c’è una considerazione più naturalistica da fare: nella maggior parte delle zone balneabili mondiali gli squali non sono una minaccia – ad esempio nel Mediterraneo – e in Italia l’ultima vittima dell’attacco di uno squalo risale addirittura al 1989, vicino a Piombino; la politica di caccia degli squali per la loro carne o, seguendo una famosissima bufala, per la loro cartilagine che alcuni ciarlatani sostenevano essere in grado di curare ed addirittura di prevenire la formazione di ogni tipo di patologia neoplastica, ha portato questa specie quasi all’estinzione e non è difficile prevedere un ulteriore calo del numero degli attacchi nei prossimi anni. Il fatto che su un avvenimento con una così bassa probabilità statistica di avverarsi si spendano ancora così tante parole è intellettualmente inspiegabile, non fosse solo una delle molteplici credenze anti-intuitive che ci condizionano la vita: spendere tempo per informarsi sulle reali caratteristiche di questi predatori del mare potrebbe sicuramente essere più proficuo della ricerca del braccialetto repellente migliore.

Jasper W. Hanner

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