La bambina cacciata perché spaventava i clienti…

kfcpub

Fanpage.it ci dona una perla dell’imprecisione giornalistica che dà adito al facile sentimentalismo acchiappalike.
bambina
La storia è purtroppo vera – guardate a vostra discrezione, immagini forti. È la storia di Victoria, bambina di 3 anni del Mississippi sfregiata in volto da un pitbull. Oltre al volto deturpato, la bambina ha perso l’uso dell’occhio sinistro ed è tuttora sotto cure antibiotiche in attesa di interventi plastico-facciali.
L’articolista di Fanpage sgarra la notizia condendola di imprecisioni.

 […] qualche giorno fa la bambina si è trovata vittima anche di un brutto gesto di emarginazione da parte dei gestori di un pub della nota catena KFC, che di fatto hanno chiesto ai genitori di portarla fuori dalla struttura perché, a causa del suo aspetto, turbava e spaventava il resto della clientela.

Okay… e da quando la Kentucky Fried Chickennota catena di fast food a base di pollo fritto, ha deciso di aprire un pub? Certo, un errore del genere potrebbe anche essere perdonabile. In fondo la KFC non è conosciuta così tanto in Italia quanto, a titolo d’esempio, la catena McDonald’s. Sarebbe bastata una piccola ricerca, anche in italiano, per evitare una magistrale brutta figura.

Fra l’altro comunque inevitabile, visto e considerato che le cose non sono andate proprio così.
Secondo Buzzfeed, la bambina era in compagnia della nonna ed entrambe avevano ordinato qualcosa. Questo il resoconto della nonna:

“I ordered a large sweet tea and her some mashed potatoes and gravy because she was hungry. She was on a feeding tube at the time, but I figured she could just swallow [the potatoes],” […] “They said, ‘We have to ask you to leave because her face is disrupting our customers.”
“Ho ordinato un té freddo e per lei un po’ di puré di patate con l’intingolo, perché aveva fame. Allora si nutriva attraverso un tubo, ma ho pensato che sarebbe stata capace di ingoiare [la purea.] Loro mi dissero, ‘Le dobbiamo chiedere di uscire, perché la faccia [della bimba NdNinth] sta inquietando i nostri clienti.”

Lungi da me difendere l’azione in sé, ma in nessun punto dell’articolo vengono citati gestori. Con ogni probabilità si è trattato di qualcuno che lavora per quel fast food – due, se contiamo che la nonna ha detto “loro” – la cui vista della bambina ha dato enormemente fastidio. Approfittando della “autorità” dato dall’essere parte della KFC, avranno costretto la nonna di Victoria a uscire dal negozio. In nessun caso, comunque, il comportamento adottato è giustificabile.
La cosa è stata denunciata dalla famiglia su Facebook. Potete trovare qui la pagina dedicata, con tanto di aggiornamenti a riguardo. La storia è diventata virale e, logicamente, la risposta della KFC non si è fatta attendere. Prima di tutto ha avviato un’inchiesta tra i dipendenti del KFC in questione. Subito dopo, pur non avendo ancora trovato il responsabile, il portavoce del gruppo, Rick Maynard, ha confermato il pieno supporto della famiglia di Victoria. È notizia di ieri, 15 giugno 2014, che la famiglia riceverà trentamila dollari per coprire le spese mediche.
Insomma, calmiamo i bollenti spiriti indignati: la storia è di quelle brutte, ma non è detto che il lieto fine sia escluso.
E adesso, una piccola nota personale.
Molti di voi si staranno chiedendo perché io abbia scritto questo pezzo. La notizia non è falsa, gli svarioni sono tutt’al più classificabili come macchie su un articolo altrimenti valido. Questo non dona comunque alcun motivo di “chiudere un occhio”.
Qualsiasi testata americana, perfino la nonna intervistata, sono stati chiari: non c’è stato alcun intento discriminatorio da parte della direzione, se è accaduto è stato per colpa degli employees – chi lavora dietro il bancone o pulisce il locale. E no, non si tratta della classica scusa per salvare capra e cavoli di un’azienda multinazionale, con un nome da difendere sulla pelle dei “poveri” lavoratori. Siamo così oberati dalla voglia di dare la colpa facile a un “sistema” che dimentichiamo il lato umano delle dispute. Non quello di pietosa commiserazione, autentica o forzata che sia, che si genera di fronte a un “caso”, bensì ciò che rende imperfetto l’uomo: la capacità di sbagliare. Siamo capaci di operare per concetti astratti – “la multinazionale”, “gli scienziati”, “i medici”, “i vaccini”; spesso ci riempiamo di cose astratte al punto da addurre loro colpe perfettamente umane.
La crisi ci sta uccidendo? È colpa del Governo, delle Banche! I palloni sono stati cuciti da bambini schiavi? È sicuramente colpa della Multinazionale sanguisuga, ed è sicuramente complice perché deve aver sempre saputo.
Siamo tutti bravi a gridare giustizia per l’assassino, ma i nostri occhi sono ancora fissi sulla pistola. Il motivo per cui non riusciamo a distaccarci da questa mentalità è dovuto, a mio avviso, anche a questa forma errata e incompleta di informazione.
Una notizia va data in maniera corretta, completa e il più precisa possibile alla fonte originale, qualora i mezzi lo permettono. Dev’essere scevra di qualsiasi fattore influenzante: né credo politico, né pregiudizio sessuale, niente “nessuno pensa ai bambini”. Solo il fatto, il nudo fatto.
Non importa chi scrive. Può trattarsi di un giornalista professionista, come anche un articolista sottopagato o pro bono. L’informazione corretta è una responsabilità pesante, ma il suo valore è inestimabile. Se persiste ancora la disinformazione, persiste questo vizio nel pensare, che appiattisce l’uomo nei suoi pregiudizi. Non esistono scuse: una notizia imprecisa è comunque disinformazione. È anche colpa di chi non si prende la briga di controllare e lascia tutto così com’è.
Smentire non costa nulla, come anche fare del buon giornalismo: dimostrerebbe un’umiltà persa nel tempo. Bisogna avere il coraggio di andare controcorrente e ammettere di aver sbagliato.
Noi possiamo chiedere di più. Se non ci ascoltano, se non dimostrano di aver capito, abbiamo un’arma importantissima: smettere di seguire. Meno click vuol dire meno visite, meno visite uguale meno pubblicità, meno pubblicità equivale a meno introiti. Questo vale per tutti, dal sito amatoriale al giornale quotato in borsa. Non vogliamo che si ripeta l’immagine di una Stampa che pensa solo ai soldi, non è vero?
Lo ammetto: la mia è un’utopia. Eppure sono convinto che sia realizzabile. Bastano piccoli gesti, anche pochi alla volta. Fra questi, essere lettori attivi è già un inizio.
Il Ninth