La tassa sui telefonini: facciamo chiarezza

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Il mio articolo di oggi è lunghetto e probabilmente di difficile comprensione. Prestatemi attenzione: vi prometto grandi soddisfazioni.

Quando si parla di tasse prende il via una gara piuttosto strana, alla quale prendono tutti parte. È una gara che non richiede doti particolari né prestanza fisica: basta semplicemente prendere la mira e sparare la vaccata più grossa possibile. Al più abile viene conferito l’ambito premio del click in più nelle visite. I vincitori di questa nota disciplina internettiana sono coloro che si affidano al mal di pancia e all’ignoranza di una nazione sempre più rabbiosa e incapace di esprimere tale rabbia.

Di recente c’è qualcuno che sbandiera l’arrivo di una nuova tassa sui telefonini.

Gli ingredienti per una notizia inesatta ci sono. C’è il titolo gridato a effetto e l’immagine con una mano con l’indice in avanti, come a sbeffeggiare il lettore mentre raccoglie un telefonino di ultima generazione; c’è il velo di disprezzo verso le Istituzioni racchiuso nella brevità dell’incipit e un linguaggio in bilico tra inesattezza e precisione. Toh, guardate, c’è anche la storiella dell’epidemia di Ebola, con tanto di foto che già conosciamo.

Purtroppo, prima di fare il punto su questa storia, occorre partire da una certezza.

È vero, la tassa in questione esiste.

È vero, è da pagare.

Ma come al solito, si fa tanta confusione. E si cavalca un argomento caldo per il solo scopo di aumentare visite e numero di click.

Questa famigerata tassa sui telefonini risponde al nome di “tassa di concessione governativa”. È un importo dovuto allo Stato italiano nel caso in cui si è beneficiari (tradotto: chi usufruisce) di autorizzazioni, licenze e, appunto, concessioni. Trova base in un Decreto del presidente della Repubblica (DPR) datato 26 ottobre 1972, numero 641, ed entrato in vigore il 1° gennaio 1973.

Per “concessione governativa” si intende tutto ciò che necessita l’autorizzazione del governo. Qualche esempio – ognuno col rispettivo tariffario – include la produzione e commercio di medicinali, il rinnovo della pubblica sicurezza per gli orafi, l’apertura di cinema o teatri e la licenza per gli istituti investigativi privati. Dulcis in fundo, il Titolo XV regola le concessioni riguardanti la radiodiffusione. Gli articoli elencati includono, in particolare, le trasmissioni radio e televisive “sulle autovetture o sugli autoscafi” dagli appositi dispositivi. Al momento dell’acquisto era necessario dimostrare il pagamento del canone RAI prima di acquistare l’apparecchio.

La tassa quindi si applica in presenza di un canone, ovvero un pagamento con scadenza regolare. Vi sembrerà ovvio detto così, ma tenetelo a mente. Fidatevi.

Il pagamento della concessione governativa è stato esteso ai telefonini nel 1995, facendo leva sulla loro caratteristica di filodiffusione. Chiunque possieda un abbonamento (di nuovo: canone) con qualsiasi operatore mobile, paga questa tassa alla società telefonica, che a sua volta paga il mantenimento delle frequenze. La tariffa – ricordate bene queste cifre! – è di 5,16 € per il privato, ovvero una persona qualsiasi, e 12,91 € per la persona giuridica. Quest’ultima definizione include chi lavora per una società per azioni o un’azienda, ma soprattutto identifica chi lavora per enti locali come la Regione o il Comune.

In sintesi, se non lavorate per un azienda, dovreste pagare la tariffa da privato; in caso contrario, da persona giuridica.

Alcuni di voi li vedranno come soldi in più da sborsare, per giunta su una tassa di cui non conoscevate l’esistenza. Sapete perché non ne avete mai sentito parlare finora? Perché è sempre inclusa nel canone mensile dell’abbonamento telefonico, ma NON della ricaricabile! Il contratto di una ricaricabile prevede un importo variabile che viene immesso dall’utente, ovvero la ricarica; l’abbonamento, al contrario, prevede un pagamento fisso (detto canone) per poter parlare senza timore di esaurire il credito.

Come ho già scritto: si paga la tassa in presenza di un canone mensile che prevede il mantenimento delle frequenze. Questo perché il cellulare, all’epoca della modifica al DPR, era considerato un bene di lusso.

Di una possibile rimozione di questa tassa se ne ventilava l’ipotesi da tempo. È del 2013 la promulgazione del Decreto del Fare, ma esso abbozza un semplice “indirizzo”, ovvero non obbliga alcuna rimozione. Tuttavia si è tentato, nel frattempo, di ottenere la possibilità di rimborso. Citando Wikipedia, due sentenze della Commissione Tributaria del Veneto, la n. 4/11 del 17 gennaio 2011 e la n. 5/11 depositata il 10 gennaio 2011, ha stabilito che gli enti locali non sono tenuti al pagamento della tassa di concessione governativa. È probabile che questa pagina non sia stata aggiornata, perché è di pochi giorni fa una sentenza della Cassazione che ribalta le precedenti decisioni.

Ed è qui che entra in scena la disinformazione.

La tassa di concessione governativa sui telefoni cellulari, pari a 12.91 euro mensili, diventa un obbligo: è quanto stabilito dalle sezioni unite civili della Corte di cassazione.

Scusate, ma qui c’è da fare le pulci. Non ho mai letto niente di più errato in vita mia.

Abbiamo letto che la tassa di concessione governativa esisteva dal 1972 e aggiornata nel 1995, ma non è pari a 12,91 € mensili per tutti. Ciò detto, non “diventa” un obbligo, anzi: la sentenza della Cassazione (qui potete leggere la motivazione completa) conferma la validità della legge in un ambito ben specifico, che la stessa fonte riferisce in forma lacunosa.

Tutto è nato dalla richiesta di rimborso della stessa tassa da parte dei comuni di Campodarsego, Piombino e Loreggia, che sostenevano l’abolizione di quest’imposta nel 2003, quando entrò in vigore il nuovo Codice delle comunicazioni elettroniche. Questa normativa liberalizzava il settore delle radiocomunicazioni, ma tale disposizione non prescinde dall’importo delle tassa di concessione governativa, che va comunque versata.

Quello che non viene specificato è che la richiesta non parte mai da “semplici” comuni, ma dai lavoratori che lavorano per quell’ente regionale – persone giuridiche. Ciò spiega l’importo mostrato e sbandierato erroneamente come universale, senza discriminazione.

Altro grosso problema: l’articolo parla di “possibilità di esenzione” per gli enti locali.

Le precisazioni che riguardano la conclusione della sentenza depositata 4 giorni fa riguardano la possibilità di esenzione dalla tassa per gli enti locali: dubbio al quale la Corte ha risposto con un chiaro rifiuto. Inoltre, nonostante in primo appello sia stato accordato il rimborso della tassa di concessione governativa sui telefoni cellulari per i comuni che ne hanno fatta richiesta, questa possibilità è esclusa in futuro.

I tre comuni avevano richiesto esplicitamente un rimborso, ovvero la restituzione dell’importo pagato (in altre parole, “riavere i soldi indietro”). Il rifiuto della Cassazione è la risposta alle due sentenze della Corte Tributaria del Veneto, che ha invece operato in disaccordo con la legge per creare un precedente di illegittimità. Poiché l’esenzione è infatti esclusa dal DPR dell’ottobre 1972, il ricorso dei comuni coinvolti nella controversia non è stato accolto – e solo il loro. Il respingimento della Corte di Cassazione, però, non incide spesso su altre proposte di illegittimità, a patto che presentino nuovi dubbi sulla legge stessa. Perciò, per assurdo, la strada è ancora aperta.

Sebbene non sia possibile la restituzione dei soldi, le aziende possono comunque ricorrere alla detrazione. Il balzello dei 12,90 € può, infatti, essere denunciato nella dichiarazione fiscale e subire fino all’ottanta per cento di sconto. Questa detrazione è valida per tutte le aziende che usufruiscono un contratto telefonico mensile. Di nuovo: un canone.

Come se non bastasse, alcuni operatori di telefonia mobile scontano questa tassa al momento della firma del contratto, sobbarcandosi la spesa per un determinato periodo di tempo.

In sintesi: la tassa esiste da un bel pezzo, ma la paga chi ha sottoscritto un abbonamento con il proprio operatore di telefonia mobile. Non c’è nessuna nuova tassa, al massimo hanno confermato come costituzionale quella già esistente.

Chi ve la propina come nuova sta mentendo o non conosce affatto ciò di cui sta parlando.

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Il Ninth

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