CROCEFISSO-GAY

L’ex giornale del Movimento Sociale Italiano Secolo D’Italia, poi di Alleanza Nazionale, e per un po’ in odore di centrodestra, ci racconta la (sua) versione dei fatti su un caso ad alto contenuto polemico: un docente omosessuale ha tolto il crocefisso dall’aula. Perché? Vediamo come ce la racconta.

A detta dell’articolista, l’insegnante omosessuale avrebbe tolto il crocifisso per un motivo estremamente puerile, per fare un “dispetto” alla Chiesa. Il tutto condito da una forte spinta sull’acceleratore emotivo nel panegirico del crocefisso. Guai a ribellarsi o ad andare contro la “morale cristiana”, quindi: si viene derisi, additati come “estremisti laici”; il proprio gesto considerato solo “squallido” nel wishful thinking di una certa corrente politica.

È sempre il crocifisso nel mirino, il simbolo più diffuso del Cristianesimo, la rappresentazione fisica del sacrificio, l’immagine di Gesù, il capo reclinato sulla spalla, la corona di spine, le mani inchiodate. È il crocifisso che viene preso a pretesto per creare polemiche, trattato come un oggetto qualunque, da offendere, utile solo a far notizia. Ancora una volta il fattaccio avviene a scuola, il luogo dove dovrebbe essere insegnato il rispetto:  un insegnante omosessuale del liceo Dante-Carducci di Trieste ha tolto il crocifisso dall’aula per un dispetto alla Chiesa. […] Resta solo un gesto squallido, quello di liberarsi del crocifisso, che la dice lunga sulla tolleranza e sul rispetto che l’estremismo laico ha nei confronti dei cattolici.

C’è una fortissima contraddizione nel testo. Nel primo paragrafo, una struttura sintattica studiata a tavolino paragona il gesto dell’insegnate a quella di un bambino capriccioso, sul quale torreggia pesante la figura di Cristo. Nel secondo, invece, ecco che il vero motivo sorge: l’insegnante ha rimosso il crocifisso non “per odio” o “per dispetto”, ma perché “simbolo” usato dalla Chiesa cattolica per “calpestare la [sua] dignità di persona”. Non è un vezzo né un gesto mostruoso: si tratta di un forte grido d’aiuto che adopera quel “simbolo” di “sacrificio” e di “amore incondizionato” talvolta dimenticato dalla stessa religione. Per contrastare questo motivo, l’articolista castra il tutto definendolo un semplice “gesto squallido”. La protesta di un uomo viene dunque ridicolizzata e paragonata a quella di un capriccio da sculacciare.

È una versione particolare della sindrome del penultimo paragrafo: un atteggiamento tipico di certi giornalacci pronti a scatenare il panico su una questione morale per eclissarne un’altra, forse più importante. Succede, quando non si hanno argomenti solidi a difesa delle proprie idee e si vuole solo “guadagnare la pagnotta” sulla pelle altrui. “Che male vuoi che faccia? Sono omosessuali, mica esseri umani!” 

Un gesto di ribellione nei confronti di un simbolo viene completamente “cassato” da uno stile violento, intimidatorio e denigratorio. Un atteggiamento tipico del “leone da tastiera”, per intenderci. Solo che qui stiamo parlando di un giornalista – anzi, presunto tale.

Il Secolo d’Italia manipola bellamente la notizia strangolando il discorso del signor Zotti. Ve lo riporto qui, integralmente, grazie all’articolo di Today.it [AGGIORNAMENTO] come riportato da Cobas-scuola.it (grazie Isamar!).

Questa mattina sono entrato nella mia classe e ho tolto dal muro il crocifisso. E ho poi spiegato ai miei studenti perché l’ho fatto.

Perché ieri per l’ennesima volta un importante esponente della gerarchia cattolica, sul Corriere della Sera, ha ribadito le posizioni omofobiche della Chiesa, affermando che l’omosessualità non è conforme alla realtà dell’essere umano. Nulla di nuovo ma non per questo meno grave. Come docente e omosessuale non posso più accettare di svolgere il mio lavoro in un luogo, l’aula, segnato dal simbolo principale della Chiesa cattolica, che continua a calpestare la mia dignità di persona omosessuale. Non intendo più insegnare sotto un simbolo che rappresenta un’istituzione che continua a delegittimare la mia persona e quindi il mio stesso ruolo educativo.

Ho scelto la disobbedienza civile, con tutte le conseguenze che ne deriveranno, in quanto il nostro Stato non ci tutela da chi ci discrimina, anzi garantisce, in un ambito che dovrebbe essere laico, come la scuola pubblica, la presenza simbolica e di fatto di una Chiesa che non perde giorno per insultarci, in quanto persone che rivendicano diritti individuali e sociali. Mentre pagherò di persona le conseguenze del mio gesto, i rappresentanti delle più alte gerarchie della Chiesa cattolica potranno continuare indisturbate a fare dichiarazioni discriminatorie e lesive della nostra dignità. È un atto tutto politico di disobbedienza civile di fronte a uno Stato che non difende una parte dei suoi cittadini ma garantisce invece chi quei cittadini li discrimina.

Adesso rileggete l’articolo del Secolo d’Italia e ditemi se non manca qualcosa. Prima però leggete il saggio di Thoreau sulla “Disobbedienza Civile” per comprendere il gesto.

Secondo alcune fonti, il motivo di questa forma di disobbedienza sta nell’operato del monsignor Gianpaolo Crepaldi (fonte: ASCA).

L’arcivescovo mons. Gianpaolo Crepaldi, vescovo di Trieste, ha diffuso oggi un documento, insieme ai capi delle diocesi di udine e Concordia-Pordenone contro la trascrizione delle nozze gay celebrate all’estero nelle anagrafi comunali e per reazione un insegnante del liceo Dante-Carducci, Daviide Zotti, ha staccato il crocifisso dall’aula. Zotti e’ dell’Arcigay scuola e davanti agli studenti ha criticato le posizioni omofobiche, come le ha definite, di Crepaldi, aggiungendo che la Chiesa “continua a calpestare” la dignita’ delle persone omosessuali.

Altre fonti, come il Corriere della Sera, alludono invece a una domanda posta al cardinale Camillo Ruini – qui l’intervista in questione.

In Italia pare vicina l’intesa sulle unioni civili, con il consenso di Berlusconi. È un errore?
«Su questo punto mi sono espresso al tempo dei Dico, e non ho cambiato parere. È giusto tutelare i diritti di tutti; ma i veri diritti, non i diritti immaginari. Se c’è qualche diritto attualmente non tutelato che è giusto tutelare, e ne dubito, per farlo non c’è bisogno di riconoscere le coppie come tali; basta affermare i diritti dei singoli. Mi pare l’unico modo per non imboccare la strada che porta al matrimonio tra coppie dello stesso sesso».

Qualunque siano i motivi dietro la rabbia dell’insegnante, personalmente trovo inaccettabile soffocarli. È vero, stiamo parlando di un simbolo per molti importante, ma il gesto non deve essere visto come un semplice “dispetto”. Ragionate un attimo: il crocifisso è un simbolo universale di sacrificio per amore. Stiamo parlando di un amore di tipo agapé, cioè smisurato come quello di Dio per l’umanità.
Davide Zotti non ha gettato il crocifisso, né lo ha rotto o vandalizzato: lo ha solo tolto in segno di protesta verso quella che lui vede come ipocrisia in certi esponenti della Chiesa cattolica. Esponenti che, appunto, non praticano né predicano questa forma di agapé. Rimuovendo un crocifisso divenuto arma nei suoi confronti, Zotti vuole esplicitare la volontà di appartenere a una comunità priva d’odio – la razza umana, senza discriminazioni.

Non dovrebbe essere un crocifisso rimosso a darvi fastidio, quanto l’uso sprezzante che ne fanno i suoi difensori per dimostrare una presunta superiorità morale – inesistente – fra una via “giusta” e una “sbagliata”. Si tratta di un segnale molto forte, sacrilego e per qualcuno arrogante, ma non è un mero dispetto o “un gesto squallido”, come il taglio omofobo del Secolo d’Italia vuole dare in pasto ai lettori. È un gesto disperato di affermazione, un grido con forza la volontà di esistere e di amare al di là della delegittimazione. Guardate sempre la luna, non il dito che la punta: rileggete attentamente le motivazioni del signor Zotti.

Per farvi capire la clamorosa figuraccia dell’articolista del Secolo d’Italia, lascio qui un solo esempio. Sì, proprio così: perfino ImolaOggi ha fatto un lavoro migliore del suo. ImolaOggi, gente. Cioè. Fatevi due conti. Con tutto che è un ricettacolo di xenofobi, è riuscito comunque a dare in pasto ai suoi lettori una versione “neutra” dell’accaduto.

Diamo un nome alle cose: se è vero che il crocifisso è un simbolo di amore fraterno, come chiamare la censura adoperata dal Secolo d’Italia nei confronti delle motivazioni della protesta? Se è vero che “l’estremismo laico” è irrispettoso e intollerante, allora come dovremmo definire questo articolista? Infine: se per una certa frangia politica questo gesto è denigrato come “squallido”, come dovremmo definire la linea editoriale di un giornale, il Secolo d’Italia, che rincorre i suoi votanti con il fiatone di chi è in perenne debito d’ossigeno e il terrore di non possedere una propria identità?

Ancora una volta, l’ennesimo caso di disinformazione omofoba e discriminatoria nell’intento di rassicurare l’elettorato sulla “rettitudine virile” del partito scelto. Una rettitudine che si nasconde ipocritamente dietro l’egida di “casa, famiglia e Chiesa” per nascondere i suoi pregiudizi e le sue lacune. Qui non ci si deve riempire inutilmente di parole decontestualizzate come “cristianofobia”: qui si parla di irresponsabilità mediatica nel trattare un argomento sempre più emergente, c’è la volontà di schiacciare un “nemico” (inesistente) per valorizzare una (presunta) rettitudine morale.

Chi è dunque più intollerante: chi toglie un crocifisso per protestare contro alcune posizioni omofobe, o chi manipola la notizia per screditare una voce fuori dal coro, negandogli la libertà di parola?

Per me, questo articolo dovrebbe finire nella spazzatura assieme all’omofobia. E per voi?

Il Ninth