La Statale di Milano e il grande ritorno del gender

Dire "studenti" è sessista?

Normalmente non staremmo qui a parlare di una circolare interna di una università statale. Non ci stupiremmo nemmeno di sapere che all’interno di una istituzione, facciamo un esempio, in RAI, ci sia qualcuno che discute di quali siano le formule più corrette, o quelle magari da svecchiare, da adottare o meno quando ci si rivolge a una platea di qualunque tipo o quando bisogna redigere un documento ufficiale. Giusto? Saranno fatti loro.

Eppure da ieri sera gira un meme, condiviso da moltissimi utenti compreso il profilo Twitter di Fratelli d’Italia, che rimanda all’articolo di una giornalista del Secolo d’Italia dal titolo:

Siamo al delirio, dire “studenti” è sessista: la Statale di Milano si piega al gender più grottesco

Con una breve ricerca si può trovare anche l’articolo (praticamente identico, ma ci torniamo dopo) di una giornalista del Primato Nazionale, in cui si discute con grande indignazione di un vademecum dell’Università degli Studi di Milano.

Adriana De Conto, dalle colonne del Secolo d’Italia, si scatena tirando in ballo niente meno che la tragedia in Ucraina, con questi toni:

Mentre la guerra infuria e le famiglie piangono, l’ateneo distribuisce linee guida addirittura ai professori; suggerendo loro come meglio rivolgersi ai loro studenti, per non offenderli. Mentre nei luoghi bombardati in Ucraina distribuiscono il vademecum di sopravvivenza per evitare la morte; a Milano la Statale, d’intesa con il sindaco Sala, pensa a introdurre il vademecum sul linguaggio di genere. Con l’ obiettivo di  «garantire l’equa rappresentazione della donna». (…) Siamo alla follia e non da oggi.

Traduco: “Ma come? C’è gente che muore sotto alle bombe e voi pensate a queste stupidaggini?”. Al di là di questa retorica che, applicata a qualunque ambito, resta e resterà ugualmente stupida (ma come? C’è la guerra e tu lavi i piatti? Ma sei scemo?) la domanda è: e chi sta parlando di queste cose? Ne stai parlando proprio tu in questo articolo, Adriana. Quindi stiamo parlando di qualcosa – e questo è interessante – su cui con tutta probabilità avremmo potuto tacere. Ma ne parliamo perché, e anche questo è interessante, questa vicenda, una volta che la si porta all’attenzione, è un’esca perfetta per polarizzare il proprio pubblico. E un pubblico polarizzato, si sa, torna sempre volentieri da chi stuzzica la propria polarizzazione.

In un immaginario conflitto ideologico tra un’immaginaria “ideologia gender” (di cui si torna a parlare con una certa frequenza) e un altrettanto nebuloso fronte dei – come li vogliamo chiamare? – indignati oppositori del politicamente corretto? – ecco, in questo assiepamento su due fronti opposti, vi si chiede – anche se non ne avevate alcuna intenzione – come prima cosa vi si chiede di schierarvi.

Sei a favore dell’”ideologia gender”? O sei contro? Sei pro-schwa? O sei contro? Insomma, deciditi, perché o sei di qui oppure sei di lì. Non è concesso, o quantomeno non è semplicissimo, alzare le spalle e dire: francamente non me ne frega niente.

Fate caso all’aggressività dei toni: “delirio gender”, “libretto grottesco”, l’indignatissima autrice si scaglia contro “il decalogo universitario che pretende di insegnare ai docenti come parlare”.

Su Primato Nazionale, Cristina Gauri a sua volta non ci va leggerissima:

…da alcuni mesi è entrata in vigore la lex sul corretto linguaggio da adottare per non far piangere le femministe.

Poi arriva una stoccatina al sindaco Sala, elegantissima, sul fatto che le studentesse a Milano rischiano soprattutto altro:

Ora sì che le studentesse milanesi e non possono dormire tranquille: sono equamente rappresentate. Certo, non venga loro in mente di passare il Capodanno in Piazza Duomo, perché ad accoglierle, come accaduto due mesi e mezzo fa, troverebbero decine di ragazzetti magrebini ai quali non sembra importare granché della sottorappresentazione della donna nelle categorie di linguaggio.

Il sindaco Sala che, tornando all’articolo di Adriana De Conto:

piange miseria con Roma per i 200 milioni di buco di bilancio; ma non ha ritegno di investire risorse in materia di formazione e sostegno sui temi del linguaggio di genere.

Ecco, partiamo da qui. Parliamo di soldi, e poi vediamo il resto (sono un pochino schifato, ma non dovrei nemmeno dirlo, perché è esattamente la reazione che mi si chiede).

Cosa è il GEP?

Leggiamo sul sito della Statale di Milano, quello che qualsiasi giornalista – se il suo scopo fosse informare il pubblico – potrebbe consultare prima di scrivere un articolo:

Il Gender Equality Plan, abbreviato in GEP, è il documento strategico e operativo a favore dei processi di uguaglianza di genere nelle organizzazioni richiesto dal programma Horizon Europe per poter accedere ai finanziamenti alla ricerca e si pone in piena continuità con altri documenti già adottati dall’Ateneo come il Bilancio di genere e il Piano delle Azioni positive.

Quindi il GEP è un documento necessario per accedere ai finanziamenti di un programma che si chiama Horizon Europe. Ma come? Non era uno sperpero inutile di soldi?

Il programma Horizon Europe, come leggiamo ancora sul sito

ha una durata di sette anni – corrispondente al bilancio di lungo termine dell’UE – e una dotazione finanziaria complessiva di 95,5 miliardi (a prezzi correnti), cifra che include i 5,4 miliardi destinati al piano per la ripresa Next Generation EU. È il più vasto programma di ricerca e innovazione transnazionale al mondo.

Ma come? Non era una roba sul corretto linguaggio per non fare piangere le femministe?

Come si può leggere qui i piani per l’uguaglianza di genere, insieme a una serie di standard, o per meglio dire Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) sono obbligatori per accedere a questi bandi. Oltre alla parità di genere (SDG 5) compaiono anche, tra i requisiti per accedere al programma: SDG 4 (Istruzione di qualità), SDG 9 (Industria, innovazione e infrastrutture), SDG 17 (Partnership per gli obiettivi).

Leggiamo ora questo cattivissimo “codex” con il quale “l’agenda liberal-progressista” sta “occupando militarmente gli atenei universitari”:

Le strategie linguistiche proposte nel Vademecum non sono vincolanti e non ambiscono ad assumere un valore imperativo.

Ma come? Non era un codex? Regole tassative? Legge?

Inoltre, il vademecum non è rivolto solo ai docenti ma a tutta l’Università: segreteria, studenti, e tutti coloro che lavorano nell’universo della Statale. Ma come? Non era una arrogante imposizione per insegnare agli insegnanti a rivolgersi agli alunni per non offenderli? Leggiamo dal vademecum stesso:

Per la redazione di bandi, certificazioni, contratti, decreti, linee guida, manuali, moduli, regolamenti, verbali, avvisi, circolari, comunicazioni, email, locandine, programmi di incontri scientifici, iniziative di Terza missione (…) sui frontespizi delle tesi di Laurea triennale e magistrale (…), nonché di ogni altro documento di Ateneo, si suggerisce l’utilizzo di locuzioni che rendano visibili i generi.

Faccio un esempio semplicissimo: fino a poco tempo fa, alla proclamazione di laurea (uno dei momenti più importanti ed emozionanti nella vita di uno studente) ti si dichiarava, con una bella stretta di mano: “dottore in”. Ora, se sei donna, stessa stretta di mano ma  “dottoressa in”. Che scandalo, vero? Come dice il meme condiviso da Giorgia Meloni, “siamo al delirio”.

A chi fa comodo questa narrazione? Chi può trarre beneficio dall’estremizzazione, dalla polarizzazione su fronti opposti? Lascio a voi la risposta, ma vi invito a leggere questi due articoli e trovare i numerosissimi punti in comune: stessa struttura, stessa ironia, stessa conclusione che mira al nemico che sta dietro al “complotto gender”: Michela Murgia.

Dietro queta follia non possiamo non vedere la mano di Michela Murgia e la sua ossessione da salotto radical chic. Come sbagliarsi ?

La vestale del femminismo tutto facciata, niente sostanza, figura infatti nella biografia del già tanto delirante libretto diffuso dalla Statale. Il suo “Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire” è ormai praticamente una “religione” per certi circoli. Il delirio gender prosegue a grandi passi.

Manca solo la schwa di murgiana memoria, e poco ci manca: sì perché tra i testi elencati nella bibliografia del codex figura l’imprescindibile Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire, dell’onnipresente Michela Murgia. Citata anche come riferimento per la stesura dei codici di linguaggio, le si sarà gonfiata — ulteriormente — la pappagorgia.

A leggere i due articoli pare siano presi dallo stesso comunicato stampa, da quanto sono simili. Eppure questo mostro dietro al complotto gender compare semplicemente nella bibliografia, una lista di 14 testi che parlano di linguaggio inclusivo. Si sa, in università hanno questo difetto di inserire le bibliografie alla fine dei documenti. Tanto per intenderci: la bibliografia è una lista di testi a cui si fa riferimento nel testo e/o che sono inerenti al testo e/o che possono essere utili a chi volesse approfondire. Non è la lista degli autori del documento, ovviamente.

Ma torniamo al titolo, che è anche la frase a effetto del meme: “Dire studenti è sessista”.

Non compare niente di tutto ciò, nel documento. Cito:

In uso: “studenti”. Preferibile: “studenti e studentesse” oppure “il corpo studentesco”, oppure “chi, coloro, la persona che”, esempio: “chi intendesse fare domanda…”

Cari lettori e lettrici (non suona malissimo, dai), credo di potervi augurare una serena settimana. Non assiepatevi troppo!

anDREAM

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