dolore

No oggi non parliamo di bufale, o meglio non di quelle a cui siete abituati, oggi parliamo di storie, storie vere, storie che mi fanno venire i brividi, ma che ritengo sia giusto riportare anche su BUTAC. Questa settimana i giornali ci hanno dato la notizia che DJ Fabo è andato in Svizzera a morire, perché qui in Italia non poteva farlo e la sua era una decisione presa da tempo.

Fabiano Antoniani non c’è più, e ha sicuramente lasciato un vuoto incolmabile in quelli che l’amavano, ma quel vuoto si era già creato dopo l’incidente che l’aveva costretto in un mondo fatto di oscurità e sedia a rotelle.

A seguito dell’ultimo viaggio di DJ Fabo su alcune testate sono apparsi articoli dove altre persone con malattie e disabilità immense spiegavano perché per loro quell’ultimo viaggio è sbagliato, perché in Italia non si deve cedere all’eutanasia. Gli attacchi erano tutti molto diretti, le interviste apparse su queste testate erano tutte strappalacrime.

Perché ne parlo su BUTAC?

Ma perché di tutti gli articoli che mi sono passati sotto mano tanti sono manipolazione dell’opinione pubblica. Mi spiego meglio, siamo tutti bravi a dichiararci contro l’eutanasia se stiamo bene, diverso è quando a farlo sono persone malate che ovviamente fanno più “effetto”, leggere del tetraplegico che dice che sta bene e non vorrebbe mai morire ci dà da pensare, ci fa riflettere, ci porta a dargli quasi ragione. Ed è esattamente su questo che fanno leva testate come L’Avvenire o Il Giornale. Sia chiaro, la libertà di stampa e di espressione permette a tutti di dire come la pensano, e non c’è nulla di sbagliato nel voler trasmettere la propria opinione agli altri.

Sarebbe meglio però farlo in maniera corretta. Se io parlo del desiderio di andare a morire di un ragazzo che per tutta la vita precedente all’incidente ha vissuto di musica e luce, e che dal giorno dopo il tragico incidente si è trovato in un mondo fatto di buio e immobilità, dall’altra parte dovrei trovare qualcuno nella stessa situazione, o per lo meno molto simile.

E invece di chi riporto le parole?

Di un diciannovenne che da quando è piccolo è bloccato su una sedia a rotelle e che può ancora vedere e riesce a muovere le mani quel tanto che basta per scrivere su una tastiera speciale. Un ragazzo davvero speciale, che ha un blog molto bello, pieno di pensieri positivi. Ma ripeto, la sua situazione è quella dalla nascita, non ha modo di sentire la mancanza di qualcosa che non ha mai avuto, non nella stessa maniera in cui qualcuno che fino a ieri correva, ballava, e faceva musica può sentirla.

Che senso ha mettere in contrapposizione i due?

Faccio un esempio stupido, ma a me piace ridurre le cose ai minimi termini. A me piace la Nutella, ma se non l’avessi mai assaggiata e domani mi dicessero che viene bandita dai supermercati italiani non mi strapperei le vesti. Ecco qui siamo di fronte ad un giornale che sceglie di usare due casi completamenti diversi come se invece fossero la stessa identica cosa. Per convincervi che l’Italia deve continuare a dire alla morte dolce si usa uno stratagemma giornalistico, si fa parlare qualcuno che è comunque in una situazione di disagio molto grande, qualcuno che sicuramente ci commuoverà con le sue parole, qualcuno che vuole vivere. Ma è un qualcuno che non conosce altra vita se non quella che sta vivendo, è conscio che non è come gli altri, ma vede, comunica col mondo a modo suo e lotta per vivere.

Io ammiro questo ragazzo, mi sono commosso a leggere il suo blog, dove ho trovato frasi come questa:

Scrivere mi ha salvato dalla paura di vivere in un corpo che non può fare niente e non posso più pensare di essere solo, sono con tutti quelli che mi vogliono bene.

Ma tutto questo non era applicabile a DJ Fabo, la voglia di vivere di uno non deve corrispondere alla voglia di vivere di tutti. Fabo quella voglia non l’aveva più, era stato strappato a quella che era stata la sua vita per tanti anni, e dinvece che continuare a respirare costretto in un corpo che non riconosceva più come suo, in un’oscurità che non gli apparteneva Fabo ha scelto di andarsene, per stare meglio, per non soffrire più.

Io non ce l’ho con la religione, se credi e scegli che la vita vada difesa a ogni costo fai pure, anche quando “vita” forse non è la parola più adatta per quello che stai difendendo. Ma il rispetto dovrebbe far parte della stessa religione, rispetto per chi sceglie un’altra via, rispetto verso chi non crede nella stessa religione, rispetto per chi preferisce un’altra strada. E invece viviamo in un paese che vorrebbe decidere per tutti, sia per chi crede che per chi non crede, sulla base di tabù legati solo ed unicamente alla fede.

Sulla mia bacheca Facebook un’amica a cui tengo moltissimo ha pubblicato proprio pochi minuti fa questo status:

Ma, possibile che io sia l’unica ad accorgermi di certe strumentalizzazioni?
Mi riferisco a due casi:
“matteo, 19 anni, non parla, non cammina, sfiorando una tastiera dice: Fabo, non andare a morire”
“Andrea Turnu, DJ, malato di sla, fa ballare le piazze muovendo gli occhi: non mi arrendo”
A questa gente sfugge un piccolissimo piccolissimo dettaglio: queste due persone, semplicemente, CI VEDONO. Quindi, la tecnologia può venire loro incontro, cosa che se hai una disabilità visiva oltre che una tetraplegia completa, e ti manca la parola… non ti supporterebbe più niente.

L’amica in questione è non vedente, ma senza nessun altra disabilità (a parte l’esser una matta, ma credo sia nata così). Sa bene cosa significa stare al buio 24 ore su 24, lo stesso buio in cui era sprofondato DJ Fabo.

Lo so, tanti di voi non sono arrivati fin qui, è un argomento complesso e forse avulso per BUTAC, ma questa strumentalizzazione che ha notato l’amica Elena l’avevo notata anche io, pur non essendo cieco, pur non essendo tetraplegico. Sfruttare questi sistemi per cercare di portare l’opinione del lettore dalla propria parte lo ritengo contrario ai valori della religione che si sta difendendo. Il rispetto per gli altri dovrebbe essere sempre al primo posto, e invece con articoli come quello sul povero Matteo o su Andrea Turnu si passa il messaggio che poco importa cosa pensano gli altri, non siamo contrari all’eutanasia e così deve essere per tutti credenti o meno che siano.

Ciao DJ Fabo, grazie a Marco Cappato per averti aiutato nel tuo viaggio, grazie a chi ti è stato vicino, a chi ti ha accompagnato, a chi ha lottato e sta lottando perché le cose cambino nel nostro paese.

Per chi volesse approfondire il tema vi rimando alle pagine dell’associazione Luca Coscioni.

maicolengel at butac punto it

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