A quando una sanzione per l’Espresso?

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Gentile Lorenzin, a quando una sanzione per l’Espresso? Ieri ce la raccontava così:

Virus Ebola, è caccia ai passeggeri scomparsi: I funzionari dell’Oms devono trovare quei 39 passeggeri che hanno volato con il funzionario americano Patrick Sawyer, morto 25 luglio in un ospedale della capitale nigeriana. Quando l’uomo prese l’aereo Asky mostrava già i sintomi della malattia.

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Ieri era il 13 Agosto. I tempi d’incubazione di Ebola sono circa di 3 settimane (anche se più comunemente 8/10 giorni). L’aereo su cui volava Sawyer è atterrato il 20 Luglio. Siamo al 14 Agosto: mi sembra che abbiamo superato il periodo critico da un bel pezzo! Se ci fossero stati altri infetti su quel volo, questi sarebbero già allo stadio avanzato della malattia (o morti), quindi già ricoverati da qualche parte! Invece, nessuno dei 39 a bordo del volo sembra essersi presentato alle autorità sanitarie.

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La cosa peggiore è che da nessuna parte trovo un comunicato dell’OMS a riguardo. Da nessuna parte vedo allarmi in merito. E dire che la lista dei passeggeri è pubblica, non dovrebbe esser difficile rintracciarli! Se fossero stati su quel volo, come sostiene l’Espresso basandosi sulle parole di un bioinformatico inglese – fonte? DailyMail? – rintracciarli dall’aeroporto di Lagos non dovrebbe esser così difficile. Specialmente se da lì (sempre come sostiene l’Espresso) si fossero spostati verso UK e USA. Che sia l’ennesimo caso di “cavalca la notizia anche se non hai un ca**o da dire”? Ho tristemente paura di sì: anche cercando informazioni sui siti dell’OMS e sulle interviste rilasciate dal Dr. Gatherer, non trovo l’allarmismo che permea l’articolo dell’Espresso:

È scattata la caccia all’uomo, per evitare la diffusione globale di Ebola. È una corsa contro il tempo quella che stanno conducendo i funzionari dell’Organizzazione mondiale della sanità. Hanno un solo obiettivo: scovare i 39 passeggeri ancora non identificati dei voli Asky Airlines tra Liberia, Ghana, Togo e Lagos, dove era imbarcato Patrick Sawyer, il 40 funzionario americano morto di Ebola il 25 luglio in un ospedale della capitale nigeriana.

Sul sito dell’OMS, di questa caccia all’uomo non c’è traccia. Nel comunicato del 12 Agosto si spiega bene perché è necessario annullare i voli e i rapporti fra paesi, ma nulla di più. Il volo dell’Asky Airlines non viene mai nominato. In compenso proprio ieri è uscita una lunga intervista alla moglie di Patrick Sawyer, che racconta:

It has been reported that Patrick avoided physical contact with everyone he came across during his trip from Liberia to Nigeria. When he got to Nigeria, he turned himself in letting them know that he had just flown in from Liberia. “Patrick went to Nigeria for help so that he can get properly diagnosed, and not misdiagnosed in Liberia. And if it came back that he did have Ebola, he trusted the Nigerian healthcare system a lot more than he trusted the Liberian’s. His action, as off as it was, was a desperate plea for help. Patrick didn’t want to die, and he thought his life would be saved in Nigeria.

Le cronache riportano che Patrick ha evitato il contatto fisico con tutti quelli con cui  si è imbattuto durante il suo viaggio dalla Liberia alla Nigeria. Quando è arrivato in Nigeria, si è subito consegnato alle autorità facendo loro sapere che era appena arrivato dalla Liberia. Patrick è andato in Nigeria per avere  una corretta diagnosi, e non farsi diagnosticare malamente in Liberia. E quando il responso è stato positivo su Ebola si è fidato del sistema sanitario nigeriano molto più di quanto si fidava del liberiano. Le sua azioni sono state una disperata richiesta di aiuto. Patrick non voleva morire, e lui pensava che la sua vita sarebbe stata salvata in Nigeria.

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Insisto con la mia personalissima campagna mediatica contro questo tipo di disinformazione. È sbagliata, crea allarme inutile e può portare ad episodi poco piacevoli nei confronti di chi non è italiano. Cavalcarla è sciocco. È sintomo di caccia al lettore, non all’informazione!

Come già riportato in un altro pezzo di oggi, riporto qui l’hashtag con cui vorrei fosse condivisa la storia: #giornalistaribellati. Perché questo non è fare giornalismo, e voi lo sapete bene!