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E’ di qualche tempo fa la notizia, riportata da diversi siti (ad esempio qui e qui) che in Marocco il Consiglio Superiore degli Ulema, una istituzione ufficiale dello Stato con a capo il re, abbia ribadito il divieto di libertà di fede e affermato che il musulmano che cambia fede meriti la pena di morte.

La questione religiosa nei paesi islamici è di solito spinosa e spesso incompatibile o, come minimo, in contrasto con la sensibilità del mondo occidentale. In questo caso, però, la notizia è stata letta dai suddetti siti in modo capzioso, e non mancano le informazioni incomplete o inesatte, anche perché il Marocco è uno dei paesi più liberali in questo senso, e all’avanguardia in molte questioni dibattute nel mondo arabo.

Innanzitutto, il Consiglio Superiore degli Ulema, ovvero i dotti di scienze religiose musulmane, non è un’istituzione ufficiale dello Stato.  E’ composto da esperti nell’interpretazione della Volontà di Dio espressa nelle scritture, e questi sono considerati spesso più autorevoli delle istituzioni giuridiche nelle questioni religiose; possono emettere fatwa, ovvero opinioni religiose con valore legale, ma come specificato in questo interessante articolo questa opinione non può concernere una materia già regolata dalla legge. Inoltre il re, ad oggi Mohammed VI, non è al vertice del Consiglio Superiore degli Ulema. Il sovrano è definito “comandante dei credenti”, ma questa definizione non comporta cariche effettive.

Come si legge in altri siti, in articoli più approfonditi e analisi meno semplicistiche, le cose non sono andate esattamente come riportato.
In realtà, il Ministero della Giustizia marocchino ha richiesto un parere religioso al Consiglio Superiore degli Ulema in merito alla questione dei musulmani che vorrebbero convertirsi ad altre religioni. Gli Ulema hanno risposto pubblicamente con una fatwa sul quotidiano indipendente Lakome, sottolineando che per un musulmano è inaccettabile poter cambiare religione, e che, da un punto di vista religioso, sarebbe un reato da punire con la pena di morte. Da un punto di vista legale, invece, i reati che prevedono la pena di morte in Marocco sono ben definiti e non includono reati contro la religione (come succede invece nei paesi più estremisti), come si legge in questo rapporto di Nessuno Tocchi Caino, la nota Onlus che si occupa della sensibilizzazione contro la pena di morte nel mondo. E nonostante non sia stata ancora ufficialmente abolita, come invece promesso da alcuni anni dal re, è dal lontano 1993 che non si ricorre all’esecuzione capitale sul suolo marocchino; anzi Mohammed VI è particolarmente sensibile alla questione e attento alle esigenze più moderate ed europeiste della popolazione, e si è ritrovato in grave imbarazzo quando la fatwa è stata resa pubblica; ricordiamo infatti che dal 2011 con la nuova Costituzione la religione musulmana è definita semplicemente “preponderante” e che viene lasciata ampia libertà di coscienza e di culto.

Gli articoli titolati “Pena di morte in Marocco per chi lascia l’Islam” sono quindi in gran parte inesatti e riportano le informazioni in maniera capziosa.