La Rivoluzione ungherese del 1956 – parte II
La seconda parte del nostro approfondimento sulla Rivoluzione ungherese, per comprendere insieme come una narrativa può modificare la percezione dei fatti

Riprendiamo qui la trattazione della Rivoluzione Ungherese del 1956 iniziata nel precedente articolo, e in particolare di come essa venne riportata da alcune testate italiane.
La foto in copertina è stata scattata da Erich Lessing. Potete trovare altre sue foto in questo articolo.
Nella prima parte ci siamo soffermati su ciascuna delle fonti prese in considerazione (trasmissioni radio ungheresi e articoli dell’Unità e dell’Avanti!) una alla volta, ma in questo articolo, a causa del susseguirsi repentino e dell’intrecciarsi degli eventi, adotteremo una scansione per tematiche nel rispetto, per quanto possibile, della cronologia degli eventi. Precisiamo, inoltre, che il grassetto nelle citazioni è nostro e non è presente nell’originale.
Lo scopo rimane infine lo stesso: far emergere gli elementi utili a comprendere le criticità dietro alla documentazione, narrazione e interpretazione dei fatti per aiutare a fare luce su quelle odierne. Buona lettura.
Dal 28 al 31 ottobre – Gli obiettivi del nuovo governo Nagy

Erika Kornelia Szeles, 15 anni, nella foto del reporter danese Vagn Hansen che la rese famosa in tutto il mondo.
Il 28 ottobre Imre Nagy pronuncia il seguente discorso in qualità di capo del governo:
Radio Budapest, Servizio per l’interno. Ore 18 – Parla Imre Nagy: «Il governo respinge la pretesa che questo formidabile movimento popolare sia una controrivoluzione. […] è anche indiscutibile che nel seno di questo movimento si è sviluppato un grande moto nazionale e democratico, che abbraccia ed unisce tutto il nostro popolo […] Elaboreremo un vasto programma… per soddisfare le giuste e vecchie richieste dei lavoratori: revisione delle norme di produzione e dei salari […] Per contribuire a risolvere la crisi degli alloggi, il governo appoggerà ogni iniziativa edilizia statale, cooperativa e privata. Il governo saluta con gioia l’iniziativa assunta dai lavoratori per affermare la democrazia nelle fabbriche […] Il governo porrà fermamente fine alle gravi illegalità commesse nel campo dell’agricoltura collettivizzata e nella divisione della terra […]
Il governo ungherese ha raggiunto con quello sovietico un accordo in base al quale le forze sovietiche si ritireranno immediatamente da Budapest […] Tutto questo si svolge nello spirito dell’amicizia ungaro-sovietica […] Dopo il ristabilimento dell’ordine organizzeremo un’unica, nuova forza di polizia, e scioglieremo gli organi della polizia politica».
Come fa notare l’Avanti! nel numero del 30 ottobre:
(Dal nostro corrispondente) VIENNA, 29 – Il programma di Nagy tende a soddisfare quelle fra le richieste degli insorti sulle quali si è potuto facilmente realizzare un accordo fra i comunisti e le altre tendenze politiche rappresentate in seno al governo […] Ad eccezione del ritiro delle truppe sovietiche, si tratta di misure che Nagy aveva chiesto prima ancora della insurrezione.
Questa osservazione, che a prima vista può risultare una mera precisazione, è invece estremamente significativa. Nagy verrà infatti accusato di cedevolezza nei confronti dei “controrivoluzionari”, in quanto aperto a richieste che sembrano distanziarsi eccessivamente dalla linea comunista. Scrive il corrispondente da Praga dell’Unità il 31 ottobre:
Emerge il quadro di uno Stato che non ha più lo stesso volto che aveva all’inizio della rivolta. […] In che misura e in quale modo esistono e operano queste correnti? Posseggono esse un centro di direzione e di organizzazione, oppure sono sorte dalle rotture dell’equilibrio prodottosi nei giorni scorsi o, ancora, dall’inserirsi nel movimento insurrezionale di spinte reazionarie latenti nel paese e costituite dai resti della vecchia borghesia hortista?
Eppure, l’interpretazione di uno spostamento a destra di Nagy dovuto alle pressioni degli esponenti definiti “controrivoluzionari”, “reazionari” e “fascisti” può, a fronte della lucida osservazione dell’inviato dell’Avanti!, essere ribaltata. Si può infatti sostenere che il nuovo governo ungherese stia facendo confluire le istanze fondamentali di ogni parte politica del Paese in quelle originariamente espresse dallo stesso Nagy, in qualità di esponente del Partito Ungherese dei Lavoratori (cioè del partito comunista ungherese) e ben prima dell’inizio della rivoluzione.
Questo aspetto merita di essere posto in evidenza, poiché è in grado di mostrarci come soffermandosi su alcuni elementi si arrivi ad una certa interpretazione degli eventi, mentre aggiungendone di altri si arrivi a una molto differente. Come vedremo, questo fenomeno continuerà a riproporsi.
Intanto si era acceso il dibattito tra testate giornalistiche e tra partiti politici. Un estratto del numero del 26 ottobre dell’Avanti! ci fornisce uno scorcio dell’informazione nel Paese:
Le più attese erano naturalmente le decisioni della direzione del PCI […] La direzione del PCI ha corretto notevolmente l’atteggiamento assunto ieri mattina da “L’Unità”, che aveva sposato senza mezzi termini la tesi che a Budapest si fosse svolto “un putsch controrivoluzionario” […] (sono gli “avvenimenti” che sono culminati nella “sommossa controrivoluzionaria” e non quindi la sommossa che ha provocato i tragici avvenimenti) […]
Su “La Voce repubblicana” Pacciardi […] polemizza anche contro il tentativo di presentare gli avvenimenti ungheresi solo come il frutto di agenti provocatori […] Identica è la recriminazione del “Popolo” , che, unico quasi fra la stampa di partito, afferma esplicitamente la validità dell’esperienza socialista […] Inutile invece, è parlare dell’atteggiamento della stampa di destra e di estrema destra che vede nelle tragiche giornate di Budapest solo l’occasione buona per ripetere i suoi soliti “slogans” antisocialisti
Quello stesso giorno la tensione sale in Parlamento e il 27 ottobre l’Unità scrive a pagina 7:
Il ministro degli Esteri si lanciava in una vera e propria filippica contro le democrazie popolari, raccogliendo a più riprese gli applausi, anzi le vere e proprie ovazioni dei fascisti e del centro. […] R. LOMBARDI (psi) ha espresso la solidarietà del suo gruppo ai lavoratori ungheresi, ricordando che […] non sono insorte certo per ripotare al potere il regime di Horty e dei colonnelli.
Infine, si può cogliere il livello di tensione sociale raggiunto dai brevi secondi di questo servizio girato sotto l’Altare della Patria a Roma.
È in questo clima che si inserisce la Crisi di Suez, con la quale ci eravamo lasciati al termine del precedente articolo.
Dal 29 ottobre al 1° novembre – L’inizio della crisi di Suez
Essa ha inizio il 29 ottobre con l’invasione dell’Egitto da parte di Israele. Francia e Inghilterra, in accordo con gli israeliani, il 31 ottobre iniziano a bombardare il Paese. Il primo novembre l’Unità pubblica un appello del Partito comunista italiano:
Il P.C.I. chiama alla lotta per la pace
L’appello del P.C.I. – L’intervento armato degli imperialisti per schiacciare l’indipendenza del popolo egiziano contiene una grave e immediata minaccia alla sicurezza e alla pace di tutta l’umanità. Il pericolo di un conflitto che si allarghi sempre più è un pericolo grave, imminente. […] Gli stessi avvenimenti di Ungheria si vedono oggi, che si conosce ciò che gli imperialisti stavano tramando per far scoppiare la guerra nel Medio Oriente, in una luce particolare: ogni indebolimento del campo socialista, ogni atto diretto contro l’Unione sovietica indeboliscono il campo della pace, accrescono i pericoli di guerra. […] Via dall’Egitto le forze imperialiste! Libertà e indipendenza ai popoli arabi! Pace all’Italia e a tutti i popoli! Roma, 31 ottobre 1956.

La folla brucia testi sovietici. Foto scattata dal fotografo inglese di origini ceche John Sadovy.
Con queste parole il PCI va a collegare a filo diretto gli eventi in corso in Ungheria e in Egitto: essi vengono infatti presentati come la “minaccia alla sicurezza e alla pace” posta a “tutta l’umanità” dagli “imperialisti”. Significativamente, nelle righe finali si legge l’appello alla “libertà” e all’ “indipendenza” dei soli “popoli arabi”, mentre all’Italia e a “tutti i popoli” – tra cui a rigore dovrebbe essere compreso anche quello ungherese – l’appello è rivolto esclusivamente alla “pace”.
D’altra parte va detto che dall’Unione Sovietica stavano arrivando alcuni segnali di collaborazione con l’Ungheria. Sul numero del 31 ottobre l’Unità riportava il comunicato ufficiale del governo sovietico trasmesso da Radio Mosca:
il governo sovietico ha dato al suo comando militare indicazioni di ritirare le truppe sovietiche dalla città di Budapest non appena ciò sarà ritenuto necessario dal governo ungherese. […] Il governo sovietico esprime la certezza che i popoli dei paesi socialisti […] rafforzeranno la fraterna unità ed il reciproco aiuto […] per il consolidamento della grande causa della pace e del socialismo.
In breve, proprio mentre Francia e Inghilterra aggrediscono l’Egitto, l’URSS apre al dialogo col governo ungherese. Questo stato delle cose va inevitabilmente a supporto della retorica del P.C.I. e dell’Unità, che in quello stesso primo novembre pubblica l’articolo “La lezione dei fatti”, scrivendo:
Se oggi a Suez incombono dal cielo le truppe paracadutate dell’Inghilterra e della Francia, non vi sono state truppe paracadutate sovietiche sull’Ungheria. […] Oggi più ancora che ieri noi comunisti italiani siamo e dobbiamo essere i più avanzati e conseguenti difensori della pace, rispondere a tutti i nostri avversari e calunniatori non da accusati, ma da accusatori.
Queste righe, però, sono precedute da poche, evasive e significative parole:
l’intervento delle truppe sovietiche […] significava un aiuto chiesto dai dirigenti, quali essi fossero allora
Perché non scrivere direttamente il nome di Nagy? La prima mattina della rivoluzione, infatti, Radio Budapest aveva diffuso la notizia secondo cui fosse stato lui ad averle chiamate subito dopo il ritorno al governo, e tutti avevano preso per buona quell’informazione. In realtà, però, le cose erano andate diversamente, troppo diversamente per liquidare la questione con un banale “quali essi fossero allora”.
Dal 30 ottobre al 1° novembre – Rivelazioni sull’intervento sovietico e “terrore bianco”

Civili ungheresi sventolano la bandiera nazionale sopra un carro armato sovietico. Sullo sfondo è riconoscibile il Parlamento.
Il 30 ottobre Radio Budapest informa i suoi ascoltatori che il suo nuovo nome sarà Radio Kossuth e che tutti coloro che usarono la radio per diffondere “menzogne” persino “nell’ora della rinascita nazionale” sono stati allontanati:
Servizio per l’interno. ore 11.01 – […] è stato un errore la notizia trasmessa da Radio Europa Libera secondo cui era stato Imre Nagy a chiamare le truppe sovietiche. Le truppe sovietiche in realtà furono chiamate da Andras Hegedus martedì sera. […] Imre Nagy fu dunque ingannato e truffato dalla cricca traditrice di Gero che diramava ordini in suo nome ed alle sue spalle… […] Mercoledì mattina alle 5, rappresentanti dell’Unione degli Scrittori telefonarono ad Imre Nagy per sapere da lui quali misure intendesse prendere. Fu solo allora che Imre Nagy seppe di essere Primo Ministro; solo allora, quando tutta la città era già stata informata. […] La radio continuò a diramare a nome suo ordini dei quali egli nulla sapeva… Siamo stati tutti ingannati.
Il giorno dopo Nagy conferma questa versione (l’estratto dell’intervista viene riportato in nota a p. 182):
Alle 19.45 del 31 ottobre Radio Vienna trasmise un’intervista con il Presidente del Consiglio Imre Nagy […]
Non so: a quell’epoca non facevo parte della direzione del partito né di quella del governo. Può darsi che sia andata così: dapprima si disse che a chiamare i sovietici era stato il governo e poi, passati due giorni o tre giorni, io fui nominato primo ministro; ora, come Lei sa, le masse non vanno tanto per il sottile. Per loro 48 ore prima o dopo, non fa molta differenza.
La conferma arriva anche dall’inviato Luigi Fossati, presente a Budapest quella notte, il cui diario viene pubblicato sul numero del 31 ottobre dell’Avanti!:
Budapest, mercoledì 24. – Alle ore 7 di mattino la Radio annuncia che Imre Nagy è stato nominato nuovo Presidente del Consiglio. […] Alle 8 è stata data notizia dei mutamenti avvenuti nella direzione del partito […] secondo le decisioni prese nella riunione notturna del Comitato centrale […]
Solo alle nove la radio conferma ufficialmente l’intervento dell’Armata sovietica. Già dalle prime ore del mattino i carri armati avevano aperto il fuoco, dando inizio a una azione di repressione violenta, pattugliando strada per strada, colpendo gli edifici ove si supponeva fossero installate le postazioni degli insorti.
La radio, insomma, fornisce aggiornamenti degli eventi senza rispettarne l’ordine cronologico. Quello corretto risulta essere, in un arco di tempo che va dalla sera del 23 alla mattina del 24 ottobre: 1) i dirigenti, cioè Gero (segretario del partito ungherese dei lavoratori) e Hegedus (capo del governo), richiedono l’intervento delle truppe sovietiche; 2) i carri sovietici arrivano a Budapest e aprono il fuoco sulla popolazione; 3) Imre Nagy diviene nuovo capo del governo.
A fronte di questa situazione risulta evidente che chi, quando e come prese quella decisione risulta essere dirimente ed eludere questi elementi riferendosi ai dirigenti comunisti con un evasivo “quali essi fossero allora” significa assumente un atteggiamento intellettualmente disonesto.
Aggiungiamo a margine un’altra annotazione. Nel corso di eventi particolarmente caotici è inevitabile imbattersi in situazioni come quella appena descritta, nella quale un’informazione viene ad essere corretta o smentita a distanza di pochi giorni, comportando una necessaria rivalutazione non solamente di quegli specifici fatti, ma anche delle interpretazioni basate su di essi. Questo è un punto da tenere sempre a mente sia quando si parla di eventi ancora in corso, che, in particolar modo, quando si emettono sentenze sugli stessi.
Luigi Fossati aveva correttamente previsto tale scenario:
24 ottobre. […] Le interpretazioni sui fatti di Budapest si accavalleranno, nei prossimi giorni. Assisteremo certo a deformazioni e interpretazioni di comodo, a speculazioni e a tentativi di minimizzare, ma […] sentiamo il dovere morale di sottolineare che i soldati sovietici hanno sparato su manifestanti che nella loro maggioranza – operai e studenti – non erano nemici del socialismo.
Il problema del ritiro delle truppe sovietiche diventa così la prima delle preoccupazioni del governo Nagy e, come vedremo, continuerà ad esserlo fino alla fine. Eppure, va sottolineato come vi siano stati molteplici episodi di fraternizzazione con gli insorti ungheresi. Riportiamo qui di nuovo, sia per brevità che perché sufficiente a mostrare che il pubblico italiano ne era stato informato, il diario di Fossati:
25 ottobre – Alle ore 10.30 sono stato testimone di questa scena: un colonnello sovietico ha ordinato al suo reparto corazzato di mettere le coperte sulle bocche da fuoco, […] la gente ha offerto bandiere tricolori magiare e sigarette. Sui carri è stata issata la bandiera ungherese. […] Ho da altre parti conferma che reparti sovietici si sono astenuti dai combattimenti, fraternizzando anzi con i dimostranti e innalzando il tricolore ungherese sui carri.

Corpo di un agente AVH appeso e colpito dalla folla a Budapest. L’immagine è stata oscurata per non urtare la sensibilità dei lettori, ma è di facile reperimento su internet.
Sull’Unità non appaiono parole dedicate a questi episodi, ma a colpire è un’assenza ben più grande. Il 1° novembre la testata riporta in prima pagina un articolo intitolato “I controrivoluzionari impiccano centotrenta comunisti che avevano difeso fino all’ultimo la sede del Partito”, nel quale illustra i molteplici episodi di quello che viene ad essere definito “terrore bianco”. L’espressione ha origine dai massacri dei bolscevichi compiuti dagli ufficiali rimasti fedeli allo zar – e per questo categorizzabili come “reazionari” o “controrivoluzionari” – dal 1917 al 1923 nell’ex Impero russo, sconvolto dalla guerra civile. Essi sono appunto ricordati come Terrore Bianco. Il 2 novembre l’Unità inserisce l’espressione direttamente nel titolo di un articolo in prima pagina:
A Budapest infuria il terrore bianco. Barbari episodi di ferocia anticomunista
Bande armate di estremisti di destra, in gran parte capeggiate da ex ufficiali hortisti […] danno sistematicamente la caccia ai comunisti, ai sindacalisti, ai funzionari e agli ufficiali della polizia e dell’esercito rimasti fedeli al regime popolare. […] E’ in questo quadro […] che vanno collocate le notizie […] secondo cui truppe sovietiche si starebbero nuovamente dirigendo verso la capitale […] Un fatto è indubbio: il governo, praticamente dominato, ricattato, prigioniero dei gruppi contro-rivoluzionari più accesi, è incapace di porre un argine al dilagare degli eccidi.
Il problema, si diceva, è l’assenza di un’importante specifica: le vittime di quella ferocia erano sì comunisti e ufficiali della polizia, ma di quella politica. Sul diario di Fossati pubblicato su l’Avanti! il 1° novembre:
Domenica 28 ottobre – […] Alle 17.30 […] Nagy dà un annuncio che viene accolto dagli ungheresi con applausi: la polizia politica […] che provocò nei giorni scorsi incidenti e che la popolazione ritiene il simbolo delle violenze staliniste è sciolta con effetto immediato. […]
Martedì 30 ottobre – La situazione nella capitale ungherese è stata, sino alle prime ore di martedì sera, caotica . Gruppi armati girano per le strade e procedono a controlli disordinati […] Il risentimento per l’intervento sovietico dei giorni scorsi ha raggiunto il punto più acceso. Nelle vie che furono teatro di scontri cruenti, ci sono ora grandi scritte: «I russi subito a casa». […]
Vi sono stati, anche oggi, scontri armati, soprattutto contro la polizia politica «AVH». In piazza della Repubblica, alcuni ufficiali e militi, che asserragliati in un edificio resistevano al fuoco degli insorti, sono stati fatti prigionieri e linciati dalla folla inferocita. […]
Si hanno così due ricostruzioni e interpretazioni degli eventi quasi opposte l’una all’altra: da una parte l’Unità parla di “estremisti di destra” che danno la caccia ai “comunisti” portando il “terrore bianco” a Budapest e costringendo le truppe sovietiche, già chiamate dai “dirigenti, quali essi fossero allora”, a intervenire di nuovo; dall’altra l’Avanti! parla del “risentimento” della popolazione verso “la polizia politica” e per l’intervento sovietico richiesto con l’inganno dalla “cricca di Rakosi”, da cui i “gruppi armati” e la “folla inferocita” che assalgono non i comunisti, ma quei comunisti. D’altronde, parlare di terrore bianco quando a capo del governo siede un comunista è a dir poco forzato.
Ecco che si ripresenta la stessa abissale distanza tra interpretazioni degli eventi che si è già vista sopra: la differenza sostanziale tra le due sta nel fatto che una minimizza e tace su alcuni elementi, configurandosi appieno come malinformazione, mentre l’altra riesce a dare una più completa, complessa e razionale spiegazione di quanto sta accadendo.
Dal 1° al 3 novembre – Verso l’epilogo
Nelle prime tre giornate di novembre Nagy cerca di fare dell’Ungheria un Paese nuovo:
- Annuncia il ritiro dell’Ungheria dal Patto di Varsavia e proclama la neutralità del Paese;
- Chiede alle Nazioni Unite di mettere all’ordine del giorno la questione ungherese;
- Abolito il partito unico, forma un nuovo governo di coalizione nazionale all’interno del quale sono rappresentati il partito socialista degli operai ungheresi (nuova denominazione dei comunisti antistalinisti) e gli appena ricostituiti partito dei piccoli proprietari, partito Petoefi e partito socialdemocratico.
Intanto, nonostante le rassicurazioni sovietiche, un numero sempre maggiore di truppe e di mezzi segnalati dalle radio libere ungheresi continua ad entrare in Ungheria, prendendo posizione presso le vie principali di ingresso e uscita dal Paese, le stazioni ferroviarie e gli aeroporti. Ufficialmente, ciò serve ad assicurarsi che il ritiro delle proprie truppe avvenga senza incidenti.
Il 2 novembre, accanto al “terrore bianco”, sulla prima pagina dell’Unità compare un appello della CGIL:
MANIFESTATE solidarietà all’Egitto contro gli aggressori
La segreteria della C.G.I.L., fiduciosa di giungere ad un accordo con le altre organizzazioni sindacali per una azione comune su scala nazionale, invita i lavoratori a manifestare nei modi più opportuni la loro volontà di pace e la loro solidarietà al popolo egiziano che difende eroicamente la propria indipendenza nazionale.
La sera del 3 novembre una delegazione della quale facevano parte anche il Ministro della Difesa Pal Maleter e il Capo di Stato Maggiore Generale Istvan Kovacs viene inviata al quartier generale dell’esercito sovietico per concludere le trattative. Quella notte Imre Nagy invocherà inutilmente il loro ritorno: l’invasione era iniziata.
RC
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