In tantissimi negli ultimi giorni ci avete segnalato lo studio del Dott. Pasquale Mario Bacco della società per azioni Meleam. Ci siamo letti lo studio, o meglio ci siamo letti il documento di 21 pagine pubblicato ieri sera alle 18 sul sito della Meleam. Pagine pubblicate probabilmente in fretta e furia, visti alcuni refusi in fase di editing e pochissimi riferimenti alle affermazioni che vengono fatte. Sia chiaro, non stiamo dicendo che molte cose non trovino alcun riscontro, stiamo dicendo che quanto pubblicato non è uno studio scientifico, non ne ha l’aspetto e non ne ha le qualifiche.

Premetto

Io non sono un ricercatore, non sono un medico, sono solo un blogger che si occupa di verifica dei fatti, pertanto vi riporterò solo quanto è possibile verificare e quelle che sono le incongruenze che mi saltano agli occhi. Nulla di così approfondito quanto potrebbe approfondire un vero divulgatore, quindi qualsiasi contributo specialistico è ben accetto.

Dopo un’introduzione dove ci vengono raccontati i criteri con cui si è scelto il campione di soggetti analizzato, il documento arriva al punto più importante del testo, una serie di 14 elementi che secondo gli autori del documento sarebbero comprovati dai dati riportati.

Partiamo dall’inizio:

I – la reale presenza del COVID-19 sul territorio nazionale.
Oltre il 30% della popolazione è entrata in contatto con il COVID19 sviluppando gli
anticorpi;

Nessun link, nessuna spiegazione. Ma da quanto si evince dalle tante interviste rilasciate in giro sull’argomento, il dato si basa sul campione di 7038 persone che hanno fatto il test sierologico. I test sono stati fatti solo in determinate zone sparse su tutto il territorio nazionale, ma ben precise: in Emilia-Romagna ad esempio solo Modena e Piacenza sono state prese in considerazione. Quindi abbiamo un primo punto che andrebbe sviluppato meglio. Se esistono altri documenti che approfondiscono la questione sarebbe il caso di metterli a disposizione: un’affermazione messa così sembra solo una statistica un tanto al chilo.

Detto ciò, per arrivare a una qualche “immunità di gregge” dobbiamo raggiungere una copertura del 98%, se anche fossimo già al 30% la strada sarebbe ancora lunga. Con tutte le conseguenze del caso (senza parlar del fatto che questa immunizzazione non è ancora comprovata).

II – l’incidenza del clima nello sviluppo e nella selezione del COVID19.
Il COVID19 come tutti i coronavirus è condizionato in maniera determinante dal clima. Quindi scomparirà in estate per poi riapparire con lo scendere delle temperature;

La prima cosa che vorrei sottolineare è che la frase “il COVID19 come tutti i coronavirus” è scientificamente sbagliata, e questo mi disturba assai. COVID19 è il nome della malattia, il virus si chiama Sars-Cov-2. Quindi dire che “il Covid19 è un coronavirus” è errore sia scientifico che grammaticale. La frase corretta sarebbe: “Il SarsCov-2 che causa la Covid19 è un virus condizionato dal clima”.

Ma aspettate un secondo, lo è per davvero?

Al momento le ricerche in corso non sembrano dare certezze in merito, esiste anzi una pubblicazione degli scienziati di una facoltà dedicata alla salute pubblica dell’Università di Harvard, che sostiene che in realtà possa essere come il raffreddore, e non perdere forza, ma anzi continuare a contagiare senza particolari problemi anche durante la stagione calda. Ma esiste anche la tesi opposta, di cui parlava il Sole 24 Ore, che sosteneva (a inizio aprile) che col caldo e l’umidità il virus sarebbe stato meno contagioso e aggressivo. A quale corrente affidarsi? Io non lo so con sicurezza, la comunità scientifica mondiale nemmeno, e sarebbe interessante che gli autori dello studio ci spiegassero su quali dati hanno basato le loro certezze. Perché scientificamente non è affatto provato che i coronavirus d’estate siano tutti meno potenti. Se la Meleam ha dati in mano che lo dimostrano credo sia il caso di pubblicarli, la ricerca mondiale ne trarrebbe giovamento.

III – quali sono le zone d’Italia più esposte.
Essendo sensibile al clima, il COVID19 si manifesterà sempre in maniera più incisiva nelle zone più fredde d’Italia. Quindi anche ad uguale “concentrazione”, la patogenicità del virus sarà sempre maggiore al nord, rispetto al sud Italia/Europa;

In generale il nord del mondo sembra maggiormente colpito del sud, ma siamo sicuri sia a causa del clima? Quale studio lo certifica con sufficiente certezza? Perché in Brasile vedo comunque al 12 maggio 2020 oltre 160mila casi, con la conta delle vittime che ha superato gli 11mila. Siamo sicuri che nei Paesi del sud del mondo stiano facendo controlli a tappeto come da noi? Che il sistema sanitario lo permetta? Non è che c’è qualche altro elemento che sarebbe il caso di considerare, oltre a temperatura e umidità?

Non vi sto dicendo che quanto riporta Meleam sia errato, non lo posso sapere, sono loro che lo affermano con certezza senza portare nuove evidenze a supporto. Senza dati è impossibile valutarne l’affidabilità. Detto ciò, i dati in Italia ci dicono che in Valle d’Aosta e in Friuli Venezia Giulia i numeri sono stati decisamente contenuti, pur essendo due regioni a nord d’Italia con un clima più freddo che altre più colpite. Ma ripeto, questa è solo una mia osservazione. Il dato importante è quello dell’OMS poco sopra.

IV – indicazioni concrete dello spostamento del virus sul territorio nazionale. Il COVID19 si è spostato verso il sud già da fine 2019 ed ad inizio 2020 era già presente (risultato evidenziato dall’incidenza delle IGG tra i positivi). Concentrazioni inferiori e minore capacità aggressiva per via del clima, hanno reso la maggior parte delle infezioni, soprattutto le prime, quasi asintomatiche;

Anche questo punto ammetto che mi lascia un attimo basito. Chi ha accertato quanto viene affermato? È vero che già a marzo si sosteneva la possibilità che il virus fosse in Italia da prima, non è una scoperta nuova. Ne aveva parlato persino Reuters basandosi sulle affermazioni di uno studioso italiano. Non sto dicendo che non sia possibile, ma occorre pubblicare i dati in maniera che dimostrino quanto si sta affermando. Quello che viene mostrato nelle 21 pagine di documento purtroppo non è sufficiente.

Il quinto punto lo ritengo in linea di base corretto, sono osservazioni già fatte da tanti.

VI – il vero tasso di mortalità.
la mortalità diretta da COVID19 non è superiore all’2%. Se non si considera la
fascia d’età superiore a 55 anni, l’incidenza scende al di sotto dell’1%;

Qui non si tratta di dati errati, ma di come vengono percepiti dal pubblico. L’1% della popolazione italiana sono 600mila persone. Non quattro gatti. Oltretutto gli over 55 sono tanti: solo gli over 65 a gennaio 2019 erano quasi 14 milioni. E nel 2019 secondo l’ISTAT abbiamo avuto poco più di 600mila decessi. Tanti quanti ne può causare la Covid-19. A puro scopo di curiosità ho preso il totale degli italiani tra i 55 e i 75 anni dal sito dell’ISTAT, sono poco più di 15milioni e mezzo. Ripeto, tra i 55 e i 75 anni, quelli per cui la percentuale è vicina al 2%. Sarebbero circa 300mila morti. Sia chiaro, sono tutti numeri “suppergiù”, un tanto al chilo. Ma credo che quello che conta deve essere il concetto. 300mila morti in più per un contagio non sono pochi.

I punti 7, 8 e 9 sono sempre senza alcun approfondimento, ma non presentano particolari criticità da evidenziare: si tratta di cose già riscontrate in svariati studi, non novità scoperte da questo documento.

Al punto 10 una curiosità:

X – correlazione tra abitudine voluttuaria al fumo e infezione;
La percentuale di positivi tra i soggetti fumatori è leggermente più alta (+3%), ma non tale da poter determinare una conclusione valida; con un eccesso di zelo potremmo collegarla alla risposta immunitaria che nei fumatori generalmente è più lenta e meno efficace. Sicuramente sappiamo che il percorso clinico è fortemente influenzato dall’essere o meno fumatori per svariati motivi tra cui il più importante è una condizione infiammatoria basale che accentua i danni da malattia.

Pur partendo dal concetto che il fumo fa sempre male, e che aumenta a dismisura la possibilità di altre gravi malattie, esiste perfino una tesi francese che sostiene che la nicotina invece che incrementare la possibilità di essere contagiati la possa addirittura prevenire. Per fare un esempio di una delle tante ipotesi sulla correlazione tra fumo e COVID che attendono ancora di essere o meno confermate.

Punti 10, 11, 12, non presentano criticità. Gli ultimi due li trattiamo in una volata.

XIII – incidenza sui soggetti affetti da beta talassemia e quindi sull’utilità del farmaco antimalarico idrossiclorochina come profilassi. I beta talassemici sottoposti a test sono risultati, tranne 5, tutti negativi. Questo confermerebbe che l’alterazione/occupazione delle catene beta (effetto dell’idrossiclorochina) è una validissima profilassi per il covid19; molto più efficace che come terapia in fase avanzata.

XIV – incidenza di una bassa concentrazione di vitamina D.
Abbiamo riscontrato valori discordanti rispetto alla media nazionale. Su un campione di 422 persone abbiamo: una positività molto elevata rispetto alla media (49% contro il 34%); una incidenza elevatissima di IgM (81% rispetto al 75%). In termini tecnici si può ipotizzare un rallentamento della manifestazione di IgG e quindi un ritardo nella definizione dell’immunità.

Torno a ripetervi quanto detto in precedenza: l’affermazione suona come un dato di fatto verificato. Ma si tratta in realtà di osservazioni, che tutt’ora attendono una verifica certa. Può essere che l’idrossiclorochina sia una buona profilassi, come può essere che sia necessario approfondire il discorso vitamina D. Sono informazioni che però non sono state scoperte (e verificate) oggi con questo studio, ma che sono sotto analisi da mesi, in attesa di pubblicazioni scientifiche che le accertino in maniera incontrovertibile.

Fin qui i punti dello studio. Un solo ultimo appunto. Alla fine del documento viene riportato il paragrafo 8, che dice:

L’azione combinata di test sierologico e tampone permette di individuare soggetti che
si sono “immunizzati”, avendo lo stesso risultato di se avessero effettuato un vaccino.
Questo caso si verifica quando il soggetto è positivo alla ricerca degli anticorpi attraverso il test sierologico (quindi ha sviluppato una reazione immunitaria concreta
ed in caso di secondo contatto con il COVID-19, proteggerebbe efficacemente l’organismo) ed è negativo al tampone (quindi nel suo organismo non c’è più il COVID-19 e di conseguenza non può trasmetterlo).

Queste persone non possono ne infettare ne essere infettati. Si crea una situazione in cui tali soggetti possono essere riammessi nella società e riprendere una vita sociale e lavorativa normale.

Tutte cose sensate, possibili, ma a oggi ancora non provate. Mentre invece tutto lo studio, tutto il documento, alla fine pare dire: “massì, dai, va tutto bene”. Sembra quasi messo insieme per tranquillizzare chi legge. In tanti laboratori scientifici sparsi per il mondo si sta analizzando il Sars-Cov2 per comprendere come funziona, e si stanno tenendo monitorati moltissimi pazienti per verificare le supposte immunità. Se gli autori dello studio del Meleam hanno dati aggiuntivi che possano spiegare la sicurezza di certe affermazioni sarà un piacere per loro saperle e per noi leggerle e integrarle nel nostro articolo.

Non credo di poter aggiungere altro.

maicolengel at butac punto it

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