Pheme: il software anti-bufale

Paolo Costa 2 Mar 2014
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Le bufale sono tante, milioni di milioni…
Le bufale nella rete (e non solo) sono tante, tantissime, troppe. Ed è per questo che i siti di debunking, come Butac, esistono. Siamo una specie di personificazione del karma dell’informazione: per ogni articolo bufala, si cerca di scrivere un articolo sbufalante. Peccato che la realtà non sia così perfetta. Ci saranno sempre più articoli bufala che articoli d’informazione vera, per un semplice motivo: nonostante Twain dicesse che “la vita è più strana della finzione” (life is stranger than fiction), per molte persone non è così. La notizia bufala, la notizia inventata, si diffonde perché piace, perché è strana, curiosa. In breve, è più interessante la notizia della scoperta di un nuovo stato della materia, o l’avvistamento di un mostro marino?
Ed è difficile stare dietro a tutte le storie che vengono fuori. Da una parte, perché ne inventano una nuova ogni secondo, dall’altra, perché ci vuole tempo a debunkerare una notizia. Non è che noi leggiamo una news e diciamo “alè, bufala. Cosa fatta, capo ha”. Anche con le cazzate bufale più palesi, c’è un lungo lavoro di fact checking: estrapolare i dati principali della bufala, cercare siti certificati dove confrontare i dati, confrontare i dati, ri-confrontare i dati, stabilire i motivi sul perché la notizia è una bufala, scrivere l’articolo sbufalante. Non è un processo breve, né facile. Nel mio caso, mediamente, mi servono dai 30 ai 60 minuti solo per la raccolta e il confronto dei dati. 30/60 minuti per bufala. Capite che, nonostante tutto l’impegno che ci mettiamo, c’è un limite fisico e fisiologico alla quantità di sbufalate che possiamo produrre.
Ma, presto arriverà un nuovo strumento in grado di aiutare sia noi debunkers che voi utenti.
Sto parlando di Pheme, un nuovo progetto lanciato da un consorzio di università ed enti europei, in particolar modo dall’Università di Sheffield. Pheme, che prende il nome dalla personificazione della voce pubblica nella mitologia greco-romana (Fama), si pone come obbiettivo lo sviluppo di un software in grado non solo di riconoscere le bufale condivise sui social network, ma anche di tracciare tutta la rete di collegamenti dietro di esse. Ovvero, il software analizzerà anche come e a chi vengono inviate le bufale. Oddio, detto così fa molto 1984, ma in realtà servirà a scoprire tutti gli account creati unicamente per diffondere notizie false.
Pheme ricorda molto un altro progetto europeo, per la precisione italiano: Fact Checking, portato avanti dalla fondazione Ahref. Ma c’è una sostanziale differenza: Fact Checking è una piattaforma web dove sono gli utenti a stabilire la veridicità delle informazioni e degli autori. Pheme, invece, sarà un software totalmente autonomo, che confronterà da solo i dati con i più grandi database scientifici.
Indiscutibilmente, gli obiettivi di Pheme sono, a dir poco, ambiziosi. I software lessico-semantici, quelli che analizzano le parole ed il loro significato, sono estremamente difficili da sviluppare, dato che il linguaggio è pieno di mille sfumature. Per esempio, riuscirà a capire il sarcasmo? Sembra una cosa stupida, ma il sarcasmo è la bestia nera dei software semantici. Anche Michele Kettmaier, direttore generale della Fondazione Ahref, ha espresso i suoi dubbi:

“Tutto quello che può aiutare è benvenuto, dunque se si riesce è sicuramente un bene. Ma non siamo certi che la matematica degli algoritmi possa processare questo tipo di dati”.

D’altronde, il progetto Pheme è partito lo scorso gennaio, e durerà per tre anni. C’è tempo per svilupparlo e testarlo. Vedendo i passi da gigante che han fatto i software semantici negli ultimi anni, non mi meraviglierei più di tanto se, nel 2017, Pheme sarà il programma che userò per rintracciare le bufale per Butac!
(Però, detto tra noi, mi viene un po’ da gridare: “Ci rubano il lavoro!”)

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