Cani

 

In università, mi è stato insegnato che la parte più importante di un articolo è il titolo. Se il titolo non è interessante, nessuno leggerà l’articolo. Per questo bisogna sempre usare titoli pertinenti e d’effetto, che spronino la lettura. Come facciamo qui su Butac. Capita, però, che molti seguano erroneamente questa regola. Pur di avere più visite, vengono usati titoli d’effetto totalmente scollegati dal contenuto testo. Pratica scorretta nei confronti del lettore e che incontriamo in un articolo segnalatoci.

Pochi giorni fa, Geapress ha pubblicato un articolo -che potete leggere qui– intitolato: I cani della “vivisezione” – San Bernardo e Pastore Irlandese potranno essere sperimentati.

Titolo d’effetto che attirerà sicuramente tutti gli animalisti e gli amanti dei cani in generale. Leggendolo, ci si aspetta che il testo parli a riguardo, e a difesa, di queste due specie e del perché bisogna essere contrari alla vivisezione. Invece no.  In verità, parla delle disposizioni sulle dimensioni delle gabbie destinate ai cani soggetti a sperimentazione, disposizioni contenute nella direttiva 2010/63/UE.

A parte le prime righe, queste due specie non vengono più menzionate per tutto il resto del lungo articolo. Il titolo è semplicemente un esca: spaccia una notizia vecchia per nuova, dato che la direttiva 2010/63/UE risale al 2010, usando una specie famosa come il San Bernardo per fare ancora più effetto.

Già a questo punto, bollerei questo articolo come trucco attira visite, ma, come se non bastasse, è pure un esempio di disinformazione pura.

In breve, l’articolo sostiene tre punti:

  1. La direttiva non impone recinti all’aperto.
  2. Gli spazi minimi son troppo piccoli
  3. Gli attuali spazi sono ancor più piccoli e le nuove direttive verranno applicate troppo in là nel tempo.

Premetto già una cosa: l’articolo è un immenso calembour disinformativo, prende spezzoni della direttiva qua e là e li rimischia, senza contesto, finché non sembra che diano ragione a loro.

Partiamo dal primo punto, al paragrafo 4 dell’Allegato III la direttiva dice: “I cani devono disporre, se possibile, di recinti esterni“. Quelli di Geapress l’hanno interpretata come: “I recinti esterni sono totalmente opzionali”. Cosa estremamente sbagliata, dato che al punto 2.1.c dello stesso allegato, la direttiva dice chiaramente: “Gli animali non devono essere confinati in zone all’aria aperta in condizioni climatiche che possono causare loro angoscia.”. Ovvero, i cani possono, e devono, avere un recinto all’aperto solo nel caso che le condizioni climatiche del luogo non causino problemi psicofisici ad essi.

Il secondo punto gioca molto sulla parola “costretti”, usata più volte nella direttiva. Il burocratese è una lingua difficile, che spesso ha poco a che fare con la parlata comune. Normalmente, “costretti” ha un’accezione negativa: obbligare con la forza o la suggestione. Nel burocratese viene usata nel senso etimologico: obbligare a stare in un determinato luogo. Viene travisato anche il senso della frase: “per le razze diverse dai beagle utilizzati in laboratorio, lo spazio deve essere determinato in consultazione con il personale veterinario“. Geapress l’interpreta come un’opzione, anche se viene detto chiaramente che si deve (obbligatorietà) consultare il personale veterinario. Per non parlare di come travisano il senso di madre + figliata. La direttiva dice che le madri con le figliate hanno bisogno di uno spazio pari a quello di una femmina equivalente, ovvero peso della madre + peso della figliata. Indovinate un po’ come l’hanno interpretato nell’articolo? Esatto, come solo il peso della madre.

Infine, giungiamo al terzo punto. Cari articolisti della Geapress, se vi mettete a fare i grossi analizzando direttive europee, dovete essere certi di sapere lo stato delle leggi attuali e precedenti. Dite che gli spazi minimi descritti nella direttiva sono solo un impercettibile miglioramento rispetto agli spazi attuali, e che la data d’applicazione, 1/01/2017, è fin troppo lontana. Peccato che, nella legge italiana, nel decreto legislativo n.116 del 27/01/1992, in vigore dal 4 marzo 1992, gli spazi minimi dedicati ai cani erano già della stessa misura imposta dalla direttiva 2010/63/UE, la quale è stata integrata nella legislatura col decreto legislativo n.96 del 6/08/2013. In parole povere, in Italia eravamo già a norma 8 anni prima della direttiva.

In realtà, questi sono solo alcuni dei molteplici errori (volontari? involontari?) contenuti nell’articolo. Ma, il prossimo che vi spiegherò è -probabilmente- il più grave di tutti, soprattutto se fatto da un sito che dice di fare dell’animalismo la sua filosofia.

Come detto inizialmente, le due specie esca usate nel titolo sono il San Bernardo e il Pastore Irlandese. Due specie che vengono menzionate come esempio di cani di grossa taglia nel testo italiano della direttiva. Peccato che il pastore irlandese non esista. Fra i cani pastore, nessuno è chiamato Pastore Irlandese. Nel testo originale in inglese, in realtà, si parla del Irish wolfhound, in italiano Levriero irlandese. Quasi sicuramente, si è trattato di un errore in fase di traduzione, errore ripetuto da Geapress, sito che ama talmente tanto gli animali da non sapere che una specie non esiste. E per aggravare il tutto, le foto che girano, come accompagnamento all’articolo, contengono un Setter irlandese, ovviamente ribattezzato Pastore Irlandese.

pastore

Le ipotesi sono due: o l’articolo è stato scritto tramite una miscela 50/50 di ignoranza e poca professionalità, o è stato scritto col chiaro intento di raggirare il lettore. E non so qual è la peggio tra le due.

Si ringrazia Chiara per la segnalazione.