Alzheimer, vaccini e pseudoinformazione
Uno studio osservazionale di anni fa presentato come notizia nonostante non abbia portato a nulla di nuovo...

Quando andiamo a tenere lezioni nelle scuole e nelle università, tra i consigli che diamo su come difendersi dalla disinformazione ce n’è uno che ripetiamo sempre: controllare le date. Capire quando qualcosa è stato detto o pubblicato è fondamentale per evitare di prendere per nuovo ciò che nuovo non è.
Il 17 marzo 2026, su alcuni siti non nuovi alla diffusione di teorie pseudoscientifiche ha cominciato a circolare un articolo de Il Giornale d’Italia, testata giornalistica registrata, pubblicato nella stessa data. Il titolo è:
Vaccini, tra gli effetti avversi possibili “+38% demenza e +50% Alzheimer” anche dopo 10 anni da inoculazione – STUDIO inglese
Voi vi domanderete: ma perché hai aperto parlando di date da verificare se l’articolo è di pochi giorni fa? Beh, perché leggendo l’articolo si arriva allo studio citato dal titolo:
Common Vaccines and the Risk of Incident Dementia: A Population-based Cohort Study
Studio che è stato pubblicato nel 2023, tre anni fa. E qui la prima domanda sensata che dovremmo farci non è la solita: è vero?, ma perché tirarlo fuori adesso?
Non siamo davanti a una nuova evidenza scientifica, ma al recupero di uno studio osservazionale già noto, che in questi anni non ha prodotto alcuna rivoluzione nella letteratura scientifica né cambiamenti nelle raccomandazioni sanitarie. In altre parole: nulla di nuovo, se non il modo in cui viene raccontato.
Il meccanismo è sempre lo stesso: prendere un dato complesso, decontestualizzarlo, rilanciarlo con un titolo allarmistico. Lo scopo è avvelenare il pozzo: insinuare il dubbio, perché certi messaggi ripetuti abbastanza a lungo finiscono per sembrare plausibili anche in assenza di qualsiasi dimostrazione.
Ma cosa dice davvero quello studio? Rileva un’associazione statistica tra alcune vaccinazioni e una maggiore incidenza di demenza in un certo gruppo di persone. Gli stessi autori, però, mettono in guardia dai limiti metodologici: si tratta di uno studio osservazionale, non di un esperimento controllato. Non dimostra che i vaccini causino la demenza. Dimostra solo che due fenomeni compaiono insieme più spesso e tra compaiono insieme e uno causa l’altro c’è una differenza enorme, che nell’articolo sparisce.
Come sparisce il contesto. Sì, perché vedete, le persone che si vaccinano di più sono spesso più anziane, più fragili e – facilmente – con più patologie. E questi sono tutti fattori che aumentano il rischio demenza.
Presentare quei risultati come prova di un effetto causale è scorretto. Purtroppo però è una scorrettezza utile per chi disinforma: serve a rafforzare la narrativa già esistente, quella della pericolosità dei vaccini.
Sarebbe opportuno che l’Ordine dei Giornalisti valutasse se testate registrate possano continuare a prestare la propria credibilità a questo genere di operazioni. Ma nel frattempo, la difesa più efficace resta quella che proviamo a insegnare ogni volta che possiamo: leggere con attenzione, controllare le date, e chiedersi sempre: perché lo ritirano fuori proprio adesso?
maicolengel at butac punto it
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