Il limite a 16 anni per i social media

In Australia i social media saranno interdetti ai minori di 16 anni. E noi, cosa ne pensiamo?

maicolengel butac 23 Set 2025
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In Australia si è deciso che, da dicembre, i ragazzi sotto ai 16 anni non potranno più avere account sui social media. Si tratta di una legge nata con l’intento di proteggere circa un milione di adolescenti dai possibili effetti negativi delle piattaforme social.

Si tratta di una delle prime leggi al mondo che fissano un’età minima per l’uso dei social, e ovviamente sta facendo discutere molto. Ci sono altri Paesi che stanno esaminando la possibilità di introdurre provvedimenti simili. L’Italia al momento non sembra essere tra quelli, ma le criticità della normativa forse non sono chiare a tutti.

Perché parlo di criticità?

I problemi per una legge del genere sono purtroppo svariati; cerchiamo di vederli insieme.

Il primo è basilare: come si decide cosa è social media e cosa no? Perché che Facebook sia un social network/media è chiaro a tutti, lo stesso dicasi per TikTok o YouTube, ma servizi come Whatsapp e Telegram? Tanti li ritengono solo piattaforme di messagistica, ma è riduttivo, visto che permettono canali, gruppi, trasmissioni live e condivisione di audio, video e immagini. Quindi andrebbero vietate? Obblighiamo i ragazzi solo agli SMS? Ma anche quelli si sono evoluti, anche lì è possibile condividere più formati rispetto a quando sono nati. E quindi: cosa definisce un social media come tale? La legge australiana per ora non fa chiarezza su questo punto.

Poi passiamo a quello che ritengo il punto più rischioso e dolente: come si pensa di verificare l’età degli utenti? Voi mi direte: tramite l’uso dei documenti di chi vuole accedere. Quindi ci troveremo costretti a caricare sulle piattaforme social i nostri documenti, perdendo a quel punto qualsivoglia anonimato. Qualcuno dirà: vabbè ma che te ne frega dell’anonimato? A me nulla, su BUTAC ci metto la faccia da oltre un decennio. Ma online ci sono persone che magari esprimono sé stesse come non possono fare nella vita reale. Ad esempio giovani che a casa devono comportarsi secondo il proprio genere, ma che nella realtà si sentono diversi, e che per motivi diversi (e dalle conseguenze diverse a seconda del Paese in cui vivono) sono costretti a nascondere la propria identità sessuale. O ancora chi subisce bullismo e cerca di denunciarlo, mantenendo l’anonimato per evitare di subirne ancora di più e così via. I casi per cui l’anonimato in rete è utile a tanti sono infiniti, non sta a me elencarli tutti, ma starebbe al governo australiano spiegare come pensa di fare quelle verifiche, cosa che ad oggi non ci risulta sia stata fatta.

Cosa andrebbe fatto?

Noi non pretendiamo di avere la ricetta in tasca. Ma è difficile credere che un divieto risolva il problema. Quello che serve è più educazione digitale, materia che nelle scuole del mondo ancora si fatica a insegnare. Andrebbero introdotti nuovi percorsi formativi per i ragazzi e andrebbero formati gli insegnanti su materie che oggi è evidente che conoscono poco. Invece si preferisce vietare, posticipando. Ma non è che se vieto ai ragazzi di accedere ai social media allora automaticamente quando avranno sedici anni saranno così maturi da non subirne gli “effetti negativi”. Effetti che, come ben sappiamo, subiscono anche i laureati over 50, figuriamoci se non li subirebbe un sedicenne in preda all’ormone.

Concludendo

Quello che serve davvero non è alzare muri, ma costruire ponti, no scusate volevo dire costruire strumenti: educazione digitale, capacità critica, consapevolezza. I social e i loro effetti negativi non spariranno con una legge, e togliere l’accesso ai ragazzi non li trasformerà magicamente in soggetti più pronti quando compiranno un magico numero di anni.

maicolengel at butac punto it

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