Nessuna bufala oggi, solo qualche modesta considerazione. Nel weekend c’è stato il Festival di Dogliani, l’anno scorso con BUTAC ero ospite di FNOMCeO, quest’anno invece non sono stato presente. Ma l’argomento che su alcuni palchi del festival è stato trattato era molto delicato, peccato che non ci fossero debunker come ospiti.

Ansa ci riporta:

Big data e fake news, direttori testate ‘servono regole’

Il titolo l’avete letto bene, giusto? Ecco, nell’articolo riportato da ANSA la prima cosa che ci viene riportata è una citazione di Mario Calabresi, direttore di Repubblica:

“La sfida tra il legislatore e i big della tecnologia, come Facebook, Amazon, Apple, è impari. Dobbiamo preoccuparci che ci sia una legislazione che non può essere nazionale. Il congresso Usa e la Commissione Europea devono mettere regole a protezione del consumatore che non può diventare solo prodotto.”

Non sta parlando di fake news o bufale, ma solo di privacy e dati. Curioso, il titolo dell’evento non mi pare fosse relativo alla privacy, ma semmai ai big data che possono generare profilazioni che possono portare alle bufale. Il fatto che in un convegno siano invitati i direttori di alcuni dei giornali più importanti d’Italia a me faceva pensare che avrebbero parlato del problema (grosso) a livello di informazione. E invece mi pare di capire che al posto di fare un po’ di sana autocritica sul settore si sia arrivati a cercare dei colpevoli (Facebook, Apple, Amazon ecc. ecc.) a cui addossare colpe e per cui chiedere nuove leggi.

La prima cosa che vorrei dire è che in Italia le leggi sulla privacy esistono, applicate forse malamente al settore tecnologico, ma esistono. Purtroppo essere un Paese dannatamente indietro dal punto di vista dell’alfabetizzazione digitale significa che sono pochissimi i legislatori che sanno come applicare quelle leggi al web, ma esistono già, non credo onestamente ne servano di nuove. Non sto dicendo che non vada fatto nulla, sia chiaro, ma che mi sembra che questi direttori di giornale stiano gettando sabbia negli occhi del pubblico.

Andiamo oltre, interviene il direttore del Corriere della Sera:

Quando Obama usava o social era innovativo. Oggi, invece, se lo fa Trump è pericolo. Perché? Sicuramente dipende anche dal fatto che Obama ci piaceva di più. Ma sono anche cambiate le cose. Oggi le fake news viaggiano velocissime: quando le si riesce a smentire, sono state già lette e condivise da tutti. Se non troveremo delle regole, a rischio c’è la nostra stessa democrazia.

Me lo permettete? Ma che cavolata sta dicendo? Non è questione di simpatia, è questione di come viene usato il mezzo. Obama sapeva usare Twitter, sapeva comunicare informazioni, cercava di essere corretto. Trump sparge odio, usa il mezzo come l’ultimo dei troll, non fa alcuna attenzione alla forma. Il problema non è di simpatia ma di emulazione. Mentre un presidente in gamba che usa il mezzo nella maniera corretta può spingere chi lo segue ad agire nella stessa maniera, vedere un presidente analfabeta digitale che sparge odio e rabbia via social network può portare i suoi follower a operare nella stessa maniera.

Almeno qui si citano le fake news, anche se come già spiegato è una parola che andrebbe eliminata. Sì, è vero, le notizie false circolano velocissime, ma non servono nuove regole per bloccarle (come dimostra la chiusura di quattro giorni di BUTAC): se proprio si vuole zittire chi le diffonde le regole già esistono. Peccato che non si applichino alla stessa maniera ai giornali. Sì, perché succedesse ciò che è successo a BUTAC anche a testate blasonate come Corriere e Repubblica in breve ci troveremmo i giornali chiusi un giorno sì e uno no. Ma questo il direttore del Corriere non ce lo racconta.

Il parere del direttore dell’ANSA

Poi si passa al direttore dell’ANSA, Luigi Contu, che dice cose corrette e finalmente centra un po’ meglio il problema:

La rete non è un male “in sé”. Non possiamo però non accorgerci di quanto l’utilizzo dei dati abbia inciso e di quanto la democrazia sia a rischio. Usando questi dati si può generare ansia, odio, apprensione. Vedo a rischio lo stesso sistema democratico: servono delle regole, esattamente come furono fatte tempo fa per la radio e per la TV. Perché siamo sguarniti: molta gente quando legge le news sui social non applica alcun filtro.

Però siccome il problema sono le bufale e le notizie manipolate sarebbe stato interessante chiedere come mai ANSA non applica lo stesso filtro ad esempio di Wikipedia britannica, che ha bandito già da due anni dalle sue pagine articoli che abbiano come fonte il Daily Mail. Certo un’enciclopedia scritta dai lettori è diversa da un’agenzia giornalistica, ma il Daily Mail è riconosciuto universalmente come carta buona per il fish & chips. Perché i filtri a mio avviso non vanno applicati solo dalla gente che legge le news sui social, ma anche (e soprattutto) da chi quelle news le diffonde, prime fra tutti le agenzie di stampa. Sbaglio?

Cerasa del Foglio ribatte:

Trump non ha vinto per la propaganda russa, ma per il grande impatto delle due dicotomie della nostra società: la prima è quella che contrappone chi vede la società come destinata a fallire contro chi cerca di migliorarla; la seconda è quella che contrappone ciò che è reale a ciò che viene considerato tale perché è virale sul web. Il problema non sono le fake news, ma il troppo valore che diamo alle bad news.

Onestamente la stessa certezza di Cerasa sulle elezioni americane non ce l’ho, in nessun senso, a oggi non siamo stati in grado di analizzare il fenomeno in maniera completa. E direi che neppure a Dogliani l’abbiano fatto.

Cosa è la “propaganda russa”?

Sono solo le notizie diffuse da testate che si spacciano per italiane ma che invece sono gestite dalla Russia? O rientrano nella ricerca anche quelle diffuse da agenzie di stampa russe e riprese dalla stampa italiana per buone? Come la mettiamo con i tanti italiani che pur restando sul territorio hanno aperte simpatie verso Putin e diffondono dai loro canali articoli che sembrano super partes mentre invece sono intrisi di bias? Sia chiaro, Cerasa non dice cose scorrette, ma evidentemente non frequenta molto i social. Verissimo che la contrapposizione tra reale e virale è forte, ma spesso i contenuti più virali sono generati da suoi colleghi che sfruttano le tecniche più sopraffine di clickbaiting. Non sempre sono gli anonimi blogger a diffondere fuffa.

I giornali di carta

Il parere del direttore della Stampa:

Io penso che noi stiamo ancora vivendo la stagione iniziale della “comunicazione digitale”, quindi una fase che verrà corretta in futuro. Il web rappresenta ciò che l’energia elettrica rappresentò nella rivoluzione industriale. Non è un caso negli USA stia tornando l’informazione di qualità sui giornali di carta. E il nostro ruolo sarà quello di distinguerci su questo terreno.

Il richiamo al giornalismo “su carta” è forse l’unico errore. Avrei piuttosto fatto riferimento al giornalismo tradizionale, inteso come persone che cercano per davvero di fare il mestiere che hanno scelto. Perché se ci pensiamo abbandonare la carta, perlomeno per i quotidiani, è una delle cose oggi più semplici da fare. Oltretutto il formato digitale è quello che in caso di inchieste lunghe e ben fatte permette anche a distanza di tempo di raccogliere sotto un solo tag più articoli che riguardano lo stesso argomento, linkare le fonti, allegare video e audio. Insomma sarebbe ora che il vero giornalismo – completo di tutti i fronzoli multimediali – si adattasse seriamente al web, usandolo come già vediamo fare da testate come il Washington Post o la BBC, ma anche BuzzFeed o in Italia siti come Linkiesta, Strade, il Post, NextQuotidiano, ma anche FanPage se si eliminano gli articoli clickbait e ci si concentra sulle belle e giovani firme della testata.

Scusate se ho detto anche la mia, a me a questi festival invitano solo quando non sono i giornalisti a organizzarli…

maicolengel at butac punto it

 

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