Chi ha paura della FIMI? Noi forse non abbastanza
Un'analisi delle conseguenze della manipolazione e interferenza dell'informazione straniera sulle nostre vite

Chi si occupa di notizie lo sa bene, la disinformazione è un’arma potente, capace di cambiare gli equilibri interni (ed esterni) di una nazione.
Ma quando si inizia a parlare di FIMI – ossia la Foreign Information Manipulation and Interference – traducibile in italiano come manipolazione e interferenza dell’informazione straniera – la situazione si complica ulteriormente.
Perché no, questo fenomeno non riguarda solo gli addetti ai lavori, ma agisce in modo diretto sulle nostre vite. Infatti, come sottolineato recentemente dal progetto europeo Eu vs Disinfo, questo meccanismo espone a un:
“rischio strutturale che mina le condizioni per la crescita economica, il benessere sociale e le istituzioni liberali”.
Troppo semplice quindi catalogarle solo come “notizie false”: uno studio del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (HRC) spiega chiaramente come le campagne FIMI colpiscano sempre più le comunità emarginate, i difensori dei diritti umani e i media indipendenti.
Vi suona familiare? Beh, forse dovrebbe. La disinformazione oggi non è solo una sfida culturale, ma un’arma che scava solchi profondi tra le persone, spingendoci verso una polarizzazione tale da paralizzare il dibattito pubblico. Quando smettiamo di condividere una realtà comune, la democrazia entra in crisi e i governi, approfittando del caos e della sfiducia, tendono a giustificare derive autoritarie che indeboliscono i nostri diritti.
È in questo modo che l’impatto su di noi diventa tangibile. Questa cappa di disillusione e falsità convince molte persone a rinunciare al voto per paura o rassegnazione, e nei contesti più fragili la propaganda straniera arriva a deumanizzare l’avversario, trasformando il dissenso in odio e ostacolando persino gli aiuti umanitari durante i conflitti armati.
Questo dimostra sempre più come avvelenare l’informazione significhi di fatto sabotare la nostra capacità di restare umani e liberi.
E se da un lato siamo arrivati a comprendere la natura globale della minaccia, dall’altro è innegabile che troppo spesso siamo ancora portati a pensare alle conseguenze di questo fenomeno in ambito politico, dimenticando il suo peso in un altro settore fondamentale per il nostro benessere, quello economico.
Il rapporto “L’imperativo economico di investire nei media di pubblico interesse” del Forum on Information & Democracy (FID) non lancia segnali incoraggianti in tal senso.
Dobbiamo smettere di pensare all’informazione come a un semplice svago e iniziare a vederla per quello che è: un’infrastruttura vitale per la nostra società.
Senza notizie serie e verificate, infatti, le famiglie non sanno qual è la maniera migliore di gestire i propri risparmi e le imprese hanno paura di investire, perché la nebbia della disinformazione su tasse e prezzi rende impossibile pianificare il futuro. È così che la società si paralizza.
In questo caos il giornalismo indipendente non è un lusso, ma un sistema di filtraggio essenziale perché garantisce che tutti guardiamo la stessa realtà, riducendo gli sprechi e tenendo a bada la corruzione.
Ecco perché proteggere la verità non può essere un compito affidato solo alla fortuna o agli algoritmi dei social, ma deve diventare un investimento collettivo, un bene comune che va curato con leggi e risorse specifiche per evitare che l’intero sistema economico collassi.
Beatrice D’Ascenzi
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