Diffide, mediazioni e il prezzo della libertà di scrivere
Cosa succede quando viene chiesta la rimozione di contenuti pubblicati su un blog?

Oggi vi raccontiamo una storia.
Non vi diremo nomi, non vi daremo indizi, non vi forniremo dettagli che permettano di identificare i protagonisti. Non perché non potremmo farlo, ma perché il punto non è il chi, ma il come.
Il punto è spiegare cosa succede quando un sito che fa fact-checking si trova davanti a una richiesta formale di rimozione di contenuti.
La richiesta
Qualche mese fa abbiamo ricevuto una richiesta formale di rimozione di alcuni articoli pubblicati su BUTAC. Secondo l’azienda che ci scriveva, quei contenuti sarebbero stati lesivi della propria immagine e reputazione. Gli articoli in questione analizzavano un modello comunicativo basato su titoli sensazionalistici e contenuti fuorvianti. Nulla di nuovo per chi segue questo sito: da anni ci occupiamo di clickbait, disinformazione e pratiche editoriali discutibili.
Convinti della correttezza del nostro lavoro e della presenza dei requisiti di verità e interesse pubblico, non abbiamo dato seguito alla prima richiesta. Qualche tempo dopo, però, è arrivata una convocazione per un tentativo di mediazione civile.
La mediazione
Vi riporto dal sito del Ministero della Giustizia:
La mediazione è intesa come strumento di composizione non giudiziale della controversia, il cui scopo principale è deflazionare il processo civile attraverso il raggiungimento di accordi amichevoli tra le parti o la proposizione di una risoluzione della controversia, non vincolante, da parte del mediatore. Tuttavia, qualora si arrivi al giudizio civile a seguito del fallimento della mediazione, le spese processuali possono essere poste a carico della parte che ha rifiutato la soluzione conciliativa del mediatore.
In teoria è uno strumento pensato per ridurre il contenzioso. In pratica, è anche un passaggio che comporta tempo, preparazione e costi. Anche quando si è convinti della correttezza del proprio operato, difendersi non è gratuito. Questo è il primo dato che vale la pena condividere: la libertà di parola non è mai gratis. Arrivare al tavolo della mediazione significa coinvolgere legali, predisporre documentazione, confrontarsi. E per andare oltre il primo incontro occorre sostenere ulteriori spese, previste dal regolamento dell’Organismo. La mediazione si è svolta regolarmente. Il mediatore ha illustrato alle parti la funzione dello strumento e la possibilità di proseguire il percorso per tentare una composizione della controversia. Per proseguire, tuttavia, era necessario sostenere un ulteriore costo per ciascuna parte.
A quel punto nessuna delle parti ha ritenuto di proseguire, la mediazione si è conclusa con esito negativo. Nel frattempo, però, tempo e risorse erano già stati impiegati.
Il bivio
Visto l’esito negativo della mediazione, eravamo di fronte a una scelta: proseguire in una causa civile, probabilmente lunga e potenzialmente onerosa, oppure chiudere la vicenda senza riconoscere alcuna responsabilità, ma rimuovendo i contenuti contestati. Vi assicuro, non è stata una decisione presa a cuor leggero. Bisogna saper scegliere le battaglie per cui vale la pena combattere. La passione per il fact-checking mi fa sentire in dovere di difendere ogni cosa che ho scritto, perché ogni articolo che avete letto in questi anni è nato dal tempo che gli ho potuto dedicare e dalle verifiche che ci ho fatto sopra. Ma è altrettanto importante capire quando una battaglia sta drenando risorse che potrebbero essere impiegate meglio altrove, ed è stato questo il caso.
La scelta
Per questo motivo ho scelto di accettare la richiesta di rimozione, consapevole che, non appena torneranno a sfruttare quel modo di attirare click e like, sarò pronto a scrivere nuovi articoli, più attenti al dettaglio e con meno appigli per un’eventuale causa civile. Ho scelto di accettare perché, a volte, l’energia spesa per una battaglia specifica rischia di sottrarre energie a tutte le altre e in questo caso rischiava di togliermi la voglia di continuare a fare BUTAC.
La riflessione
Perché ho scelto di raccontare questa storia se non posso fare nomi e cognomi?
Perché non è una storia isolata: nel mondo dell’informazione online, le diffide e le richieste di rimozione sono strumenti legittimi. Possono servire a correggere errori reali, e quando accade è giusto intervenire.
Ma è altrettanto vero che ogni procedimento, anche quando non sfocia in un giudizio, comporta costi: spese legali, tempo sottratto al lavoro, pressione. Per realtà indipendenti come noi è un elemento che pesa. Esiste anche un effetto meno visibile: l’aumento del costo della critica. Quando ogni contenuto potenzialmente sgradito può generare un procedimento, la domanda che inevitabilmente ci si pone è se valga la pena investire energie in quella singola battaglia. Avrei potuto proseguire in una causa civile, probabilmente lunga e dispendiosa. Sarebbe stata una scelta legittima. Ma avrebbe significato concentrare risorse per anni su un singolo fronte, con il rischio di sottrarle a tutto il resto.
Raccontare quanto successo, pur senza nomi e cognomi, è un modo per rendere trasparente il contesto in cui operiamo.
Concludendo
BUTAC non chiude.
Continueremo a occuparci di disinformazione e modelli comunicativi discutibili nel rispetto della legge e dell’interesse di chi ci legge, ma da oggi cominceremo anche a fare una cosa meno visibile: scegliere con maggiore attenzione le battaglie che vale la pena combattere. Non è un passo indietro. È un modo per continuare ad andare avanti.
maicolengel at butac punto it
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Immagine di testa di Markus Winkler su Unsplash