Gayle, Walmart e le condivisioni di pancia
La foto della dipendente di Walmart col vasetto in mano è diventata virale; qualche riflessione al riguardo

Ci è stato segnalato un post che circola sulle più svariate bacheche social: la classica condivisione fatta più con la pancia che con la testa. Ho scelto di usarlo per un articolo che mostri i rischi delle condivisioni fatte così, anche se vorrei che non servisse più.
Il post che ha condiviso riporta l’immagine che vedete poco sotto. Nota bene, per coerenza con quello che scrivo in quest’articolo, ho scelto di non pubblicare le foto originali di Gayle e dei suoi colleghi: le ho trasformate in illustrazioni, conservando la scena e le espressioni.
Gli originali sono raggiungibili qui. Non volevamo essere i terzi a usare queste foto.
Sulla pagina Facebook di uno dei tanti Walmart statunitensi è comparsa una foto della signora Gayle con un vasetto di fiori in mano.

E queste parole:
Questa signora ha lavorato 44 anni della sua vita a Walmart, e dopo quella che è una vita spesa li, l’azienda, una delle più ricche sul pianeta, con un valore sopra 850 miliardi di dollari, la ringraziata con un piccolo vaso di fiori.
povera Gayle. Vorrei abbracciarla.
fa rabbia che inizia a lavorare per queste aziende giovane e povero, e finisci che l’unica differenza è che non sei più giovane.
Il post italiano sembra intendere che Gayle si sia pensionata e che quel vasetto di fiori sia il regalo per il suo traguardo. E difatti la stessa immagine, complice la faccia non propriamente esaltata di Gayle, fin dal 2025 ha fatto il giro del web indignando tanti.
Ma ci sono cose che vanno raccontate per intero; lungi da me voler difendere le multinazionali, ma come sempre voglio difendere i fatti. Walmart festeggia gli anniversari lavorativi di tutti i suoi dipendenti, sono oltre due milioni nel mondo. Quindi se facciamo la media ogni giorno ci sono oltre cinquemila dipendenti Walmart che festeggiano un anniversario. A ognuno di loro viene dato un pensiero, che sia una torta, un vaso di fiori o omaggi simili. Gayle è una dei tanti, solo che per il 44esimo anniversario non era particolarmente fotogenica.
Ma se vediamo la foto per il 43esimo anniversario va già molto meglio:

Sia chiaro, anche nel 2016, per i suoi 35 anni di lavoro con Walmart, non è che splendesse di gioia:

E siamo tutti d’accordo che Walmart sia tra le multinazionali più ricche al mondo, e che potrebbe pagare meglio i propri dipendenti. Ma la foto di Gayle (o Gale, come la chiamano a volte) non è la leva giusta per indignarsi. Qui ad esempio vedete Delenn, nello stesso negozio, che festeggia sorridente il suo compleanno con dei cupcake:

Oppure Philip a cui, per i 24 anni di lavoro in Walmart, hanno dato un singolo cupcake e un bigliettino d’auguri, oltre a dei fantastici palloncini:

Qualcuno si domanderà che senso abbia un articolo che non tratta di disinformazione. Il senso c’è, e sta proprio in quei palloncini.
Il vasetto come strategia
Quelle foto non sono ricordi privati: sono post pubblici, sulle pagine Facebook dei singoli punti vendita. Ogni anniversario diventa un contenuto che racconta un’azienda-famiglia, dove si resta per quarant’anni e dove ci si vuole bene. Costo dell’operazione: un cupcake, un vaso di fiori, qualche palloncino. È cosiddetto employer branding, fatto con le facce dei dipendenti, un piccolo sistema di washing quotidiano. Funziona benissimo finché non ti chiedi quanto guadagnano quelle persone. Nel 2020 il Government Accountability Office statunitense ha analizzato i dati di 15 agenzie in 11 Stati.
Walmart in quel rapporto risulta tra i primi quattro datori di lavoro di persone che ricevono buoni pasto (SNAP) o Medicaid. Ovvero, lavori a tempo pieno per una delle aziende più ricche del pianeta, e per arrivare a fine mese ti serve l’assistenza pubblica. La critica a Walmart quindi c’è, ed è solida; non ha bisogno di Gayle.
Gayle invece viene usata (sfruttata) due volte
Sì, sfruttata: la prima volta da Walmart, che mette la sua faccia su una pagina social pubblica per mostrarsi come azienda “riconoscente”. La seconda volta viene sfruttata da chi vuole usare quella foto malriuscita per attaccare l’azienda di cui sopra, trasformandola nel simbolo dello sfruttamento senza che nessuno le abbia chiesto se è d’accordo.
Chi ha scelto quella foto purtroppo l’ha scelta apposta, andando a cercare la dipendente con la faccia meno felice, con l’espressione più attapirata. L’ha scelta conscio che se avesse preso ad esempio Daleen o Philip non avrebbe avuto lo stesso impatto. Scegliere Gayle funziona perché è la sua espressione che funziona: Walmart è ricchissimo e la faccia di Gayle come simbolo dello sfruttamento da parte dell’azienda è perfetta.
Ma appunto Gayle non ha scelto di diventare l’immagine della protesta contro l’azienda per cui lavora da 44 anni, Gayle è una persona vera il cui volto ha fatto il giro del mondo senza che nessuno le chiedesse nulla. Forse quel giorno era solo stanca, o aveva male a un piede, o semplicemente odia le foto. Non lo sappiamo, ed è proprio questo il punto: chi l’ha messa in circolo ha riempito quel vuoto con il racconto che gli serviva. Non sappiamo nemmeno se a lei faccia piacere essere diventata la faccia di una protesta contro l’azienda in cui lavora. Chi scrive “vorrei abbracciarla” la sta esponendo, non abbracciando.
Il pericoloso effetto collaterale
Il problema è che la foto della dipendente attapirata rischia di esser sfruttata per sminuire la battaglia contro Walmart e le aziende come loro, perché quando qualcuno scopre il contesto il rischio è che il messaggio che passi non è più “Walmart paga poco” ma “i soliti indignati che montano un caso dove non c’è”. Come ripetiamo da tempo una battaglia giusta, se combattuta con l’immagine o la notizia sbagliata, regala un punto a favore di quelli che si sta cercando di criticare.
Perché ci caschiamo?
È l’ennesima dimostrazione del bias di conferma: chi sa già che Walmart paga poco, vede la foto col post e non ci pensa nemmeno a fare due verifiche. Se a condividere la foto poi è qualcuno che ammiriamo e che ha un largo seguito saremo ancora meno propensi ad approfondire, fidandoci a prescindere.
In queste condivisioni possiamo cascarci tutti. La colpa è della velocità con cui veniamo portati a indignarci e condividere senza riflettere. Dovremmo tutti imparare ad attendere prima di condividere, a farci qualche domanda, del tipo: Da dove arriva questa foto? Cosa manca al racconto? La persona ritratta sa di essere diventata un simbolo? E, se la risposta all’ultima è no, la mia critica starebbe in piedi anche senza la sua faccia?
Nel caso di Walmart, come vi abbiamo dimostrato, sta in piedi benissimo.
Bastava usare i dati invece di Gayle.
maicolengel at butac punto it
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