AGGIORNAMENTO DEL 11 NOVEMBRE 2015

FARMACIEPATITE

Qualche genio ha ripreso questa notizia di Agosto 2015 per cercare di fare un po’ di sano allarmismo, l’imbecille di turno merita di vedere i propri profili social chiusi, ma sappiamo bene che non succederà. Perché disinformare non va contro le linee guida del social network più usato dagli uTonti, peccato perché questo genere d’allarmismo può fare davvero male. In poco meno di 24 ore me l’avete segnalata in tantissimi.

Noi avevamo trattato la cosa ad Agosto 2015 e qui sotto trovate i chiarimenti fatti all’epoca, che non cambiano di una virgola rispetto ad oggi.

 

Con questo pezzo diamo il benvenuto ad un nuovo collaboratore di Butac: Uriel, studia medicina, ma la demistificazione lo appassiona, vediamo di accoglierlo per bene!

la redazione di Butac

EPATITEC

Allarmismo sui farmaci per l’Epatite C

Negli ultimi giorni il giornale “La Repubblica” ha pubblicato un articolo dai toni a dir poco allarmistici a proposito di un nuovo farmaco per il trattamento dell’epatite C. Secondo tale articolo il farmaco verrebbe elargito solo ad una bassa quota di malati, lasciando gli altri disperati e costretti a rivolgersi a mercati esteri per ottenere il nuovo farmaco, dovendo sborsare quantità ragguardevoli di soldi per esso.

Per meglio affrontare la tematica lasciate che vi spieghi in breve:

Cos’è l’epatite C e come funziona

Fra le varie forme di epatite provocate da virus, la C è senza dubbio quella più pericolosa per il paziente. Il virus HCV una volta infettato il fegato può essere debellato dal sistema immunitario (eventualità purtroppo infrequente), oppure nella maggior parte dei casi la malattia può andare incontro a cronicizzazione.

In cosa consiste la cronicizzazione? Il sistema immunitario prova a combattere il virus senza riuscirci, si crea quindi una condizione di “equilibrio” fra le due parti, in cui il virus continua a replicarsi senza venire eliminato ed il sistema immunitario continua ad aggredire il fegato (è proprio quest’ultimo che crea il danno). Lo stato continuo di infiammazione (epatite cronica) porta alla sostituzione di tessuto normale con tessuto fibrotico, operazione irreversibile che porta gradualmente alla comparsa di cirrosi, condizione grave in cui il paziente va facilmente incontro a morte.

Il tessuto fibrotico è pericoloso perché innanzitutto sostituendo tessuto sano non è funzionale, ci sono effettivamente sempre meno cellule che fanno il lavoro del fegato. Inoltre questa fibrosi “strozza” e “stira” le strutture adiacenti, con il risultato di chiudere vasi sanguigni e dotti per la bile, e specialmente l’occlusione dei primi porta a pesanti conseguenze a livello del resto del corpo.

Le nuove cure

I nuovi farmaci sviluppati per combattere l’epatite C (ledipasvir e sofosbuvir) stanno dando degli ottimi risultati nella gestione della malattia, in quanto impediscono la replicazione del virus e possono portare a guarigione il paziente, fatta eccezione per i danni irreversibili già subiti, che però sono compatibili con una vita normale se non si è già giunti allo stato di cirrosi.

Essendo questi di recente creazione hanno purtroppo un elevatissimo costo, stiamo parlando di decine di migliaia di euro a singolo paziente per un trattamento di 24 settimane.

Come funziona col SSN

In Italia il numero degli affetti è stimato attorno al milione, attualmente è stato stanziato un miliardo di euro, vuol dire che si potrebbero curare tutti se il farmaco costasse 1000 euro a paziente, ma purtroppo attualmente così non è.

Da questo viene da se che non si può, almeno nelle fasi iniziali, garantire a tutti l’accesso gratuito a tale farmaco, perché lo stato non ha obiettivamente tutti quei soldi.

Una volta accertato che non tutti possono averlo, resta da stabilire CHI ne abbia diritto.

In maniera abbastanza logica è stata data la priorità ai pazienti più gravi, con uno stato di fibrosi sufficientemente avanzato da porre un effettivo rischio per la loro vita, mentre il resto degli affetti non viene ancora trattato perché le condizioni consentono loro di proseguire per altro tempo senza elevato rischio di decesso.

E questo è l’elemento di tranquillità. Non appena un paziente giunge ad un livello di effettivo rischio viene immediatamente inserito nel programma ed acquisisce diritto ai farmaci, quindi in pratica nessuno viene lasciato fuori.

Con l’andare del tempo il prezzo calerà, e si potrà garantire l’accesso anche alle categorie attualmente escluse. Ci vorrà un bel po’ di tempo, probabilmente bisognerà aspettare la scadenza del brevetto (mediamente una ventina di anni), ma nel frattempo i pazienti più gravi potranno essere trattati.

Quelli che attualmente effettuano la fuga all’estero per comprare i farmaci sono pazienti non considerati a rischio e che vogliono comunque a tutti i costi guarire dall’infezione. E’ un loro diritto, per carità, ma non si può per questo accusare lo stato di negligenza nei confronti dei malati.

Ultimo punto accusatorio dell’articolo è quello sulle disparità fra nord e sud, dove quest’ultimo parrebbe essere bistrattato in quanto a fondi ricevuti.
Se avete la pazienza di leggere il dossier che allego in fondo, potrete osservare come in realtà il sud sia perfettamente in linea con il resto d’Italia , a livello legislativo e di strutture, per la gestione della problematica. Anzi, in alcune regioni (non tutte, ma questo vale per l’intero paese) viene garantito il servizio anche a malati extra-regionali ed extra-comunitari.

Ma al Sud?

Ciò nonostante, il sud ha ricevuto meno risarcimenti destinati all’acquisto dei farmaci. Perché?

Molto semplicemente, è la parola stessa risarcimento la chiave di volta. Intendo dire che le regioni non ricevono direttamente i soldi da investire poi nell’acquisto dei farmaci, devono bensì anticiparli e poi farseli restituire dallo stato. Se però la regione non ha soldi da anticipare per l’acquisto non ha diritto ai rimborsi. La colpa della differenza è quindi da attribuire alla gestione dei singoli bilanci regionali, e non al ministero della salute.

Di conseguenza è possibile che in effetti alcune regioni abbiano carenza del farmaco stesso, ma come scritto sopra esistono regioni che concedono il farmaco anche a persone residenti in altre regioni. La cosa fra l’altro è fumosa, nel senso che dato il costo del farmaco sarà complicato farselo consegnare fuori dalla propria regione di residenza (per quanto nelle singole legislazioni regionali sopra citate sia scritto che dovrebbe bastare l’esibizione della documentazione) per evitare un possibile mercato nero, purtroppo presente. Nel caso in cui questa soluzione dovesse risultare attuabile sarebbe certamente un disagio dover recarsi altrove per avere una cura che è un diritto insindacabile, ma certamente non si sarebbe costretti a scappare in india a pagar fior di soldi.

In realtà gli unici che avrebbero pieno diritto a lamentarsi attualmente sono coloro che oltre all’epatite posseggono anche l’AIDS, che necessiterebbero del farmaco ben prima di quanto non sia normalmente necessario agli immuno-competenti, eventualità però non ancora chiarita a livello legislativo, eccezion fatta per la toscana dove esistono criteri molto più ampi per l’accesso alle cure.

Per approfondire i dati, qui trovate i criteri secondo cui si ha diritto ai farmaci

Qui trovate i prezzi dei singoli farmaci

Qui un dossier molto approfondito che dovrebbe potervi fugare ogni ulteriore dubbio

uriel

 

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