Intramoenia – Facciamo chiarezza

Lo Stato ha mollato? Anche i malati gravi devono pagare e sottostare a liste d'attesa infinite? Cerchiamo di approfondire

maicolengel butac 29 Ago 2025
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Il 19 agosto 2025 l’avvocato Angelo Greco ha pubblicato l’ennesimo fumetto indignato, stavolta dedicato alle liste d’attesa e alla “sanità che non possiamo più permetterci”.

Questo il testo del post che accompagnava le vignette:

I paradossi della nostra sanità pubblica, le liste di le file di attesa che magicamente si riducono quando hai una assicurazione privata. Ci spingono verso un sistema di sanità privata perché lo Stato non può più permettersi il servizio pubblico gratuito

#legge #sanità #ospedali #listedattesa #operazione #interventochirurgico

Peccato che sia una semplificazione falsa.

I numeri veri

Secondo i dati ISTAT-SHA, in Italia nel 2023 la spesa sanitaria è stata di 176 miliardi di euro, di cui 130 miliardi (74%) pubblica e 46 miliardi (26%) privata, di cui a loro volta 40 miliardi pagati direttamente dalle famiglie e 5 miliardi tramite fondi e assicurazioni.

Quindi: il 74% della spesa sanitaria è pubblica. Siamo più bassi della media UE dove circa l’80–81% è coperto dal pubblico (Stato o assicurazioni obbligatorie), e solo circa il 14% pagato di tasca propria, e la parte volontaria (assicurazioni private) è ridotta. Ma ciò non toglie che in Italia la sanità sia ancora prevalentemente pubblica, dare a intendere diversamente è sbagliato. Ci sono tagli e inefficienze, sì, ma non si può dire che lo Stato abbia mollato: resta comunque il pilastro principale. Le lunghe liste d’attesa derivano da carenza di personale, pensionamenti non sostituiti e burocrazia lenta. Usare semplificazioni come “saltafila di Disneyland” o “abbonamento premium” è populismo, che non spiega le cose per quello che sono realmente.

Cos’é l’intramoenia?

Si tratta di un sistema che permette ai medici ospedalieri del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) di fare visite e prestazioni private all’interno della struttura pubblica, fuori dal loro orario di lavoro. È stato introdotto con la legge 724 del 1994 sotto il Governo Dini ed è nato per permettere appunto le visite private dentro al servizio pubblico, facendo sì che esistano controlli su tariffe, fatturazione e tracciabilità dei pagamenti. Quindi esiste sia per venire incontro al medico che vuole operare oltre il suo normale orario di lavoro, senza rischiare la doppia vita di alcuni che lavorano nel pubblico e poi operano “in nero” fuori, oltre a dare maggiori garanzie al paziente. Oltretutto una parte di quanto viene pagato dal paziente in intramoenia va all’ospedale stesso, quindi rientra nel SSN. Senza intramoenia chi vuole una visita rapida si rivolgerebbe alle cliniche private, a quel punto escludendo completamente un’entrata economica per la sanità pubblica e senza le stesse tutele sulle tariffe. Non vengono rubati posti alla lista d’attesa: il medico visita e opera in orari extra, e permette al cittadino di scegliere senza dover per forza uscire dal circuito pubblico.

Riassumendo, l’intramoenia è nata per regolare e rendere trasparente l’attività privata dei medici ospedalieri, portando soldi anche al sistema pubblico e offrendo ai pazienti più possibilità di scelta. Senza, oggi, ci sarebbe ancora più fuga verso il privato puro, e meno entrate nelle casse della sanità pubblica.

Ma allora le liste d’attesa?

Non vogliamo negare che esistano liste d’attesa anche molto lunghe, che possono variare anche molto da Regione a Regione; dipende dall’efficienza delle strutture sanitarie locali e da altri fattori. Ma non è vero che tutti i pazienti debbano attendere mesi come fa pensare il fumetto di Greco: i ritardi ci sono e sono un problema serio – per i cronici, per i follow-up, per chi non rientra in percorsi rapidi – ma dire che “anche i gravi devono pagare per non morire in lista d’attesa” è un’esagerazione populista, vederla usare da chi ha un pubblico così vasto dispiace, ma non ci sorprende. Il problema dei “mesi d’attesa” nasce principalmente nelle prestazioni in classe P, ovvero controlli, screening, visite considerate non urgenti. Ma se la tua condizione viene classificata come U – Urgente o B – Breve dovresti avere un tempo d’attesa non superiore alle 72 ore o ai dieci giorni. In Italia, se sei grave, vai in Pronto soccorso e da lì puoi venire subito ricoverato (anche qui ovviamente cambia da struttura a struttura, da Regione a Regione) oppure vieni seguito in percorsi dedicati a patologie specifiche, che hanno corsie preferenziali, come quello oncologico.

Concludendo

Nessuno vuole negare i problemi del SSN: carenza di personale, pensionamenti, burocrazia. Ma raccontare che “lo Stato ha mollato” come fa l’avvocato e che “anche i gravi devono pagare” è solo populismo da like, non informazione. Se vogliamo che le cose migliorino, invece che cadere in semplificazioni errate e populismo, possiamo condividere la campagna della Fondazione GIMBE, nata nel 2013: Salviamo il nostro Servizio Sanitario Nazionale.

redazione at butac punto it

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