Nei mesi scorsi un’amica virtuale mi ha fatto conoscere un gruppo social che ho trovato particolarmente bello. La pagina su facebook si chiama #iosonoqui e da quando l’ho scoperta cerco per quanto mi è possibile di contribuire al loro “manifesto” che riporta:

Vogliamo che internet e i social media divengano un posto migliore
Vogliamo che i social media siano un luogo di sano, positivo e costruttivo confronto
Vogliamo che le notizie false o manipolate non trovino spazio sulle bacheche

Lo facciamo alimentando le conversazioni con rispetto, apertura, gentilezza ed educazione
Lo facciamo diffondendo notizie vere e censurando quelle false
Lo facciamo non diffondendo odio, pregiudizi o pettegolezzi

Siamo le sentinelle della ragione, la nostra arma è il rispetto, la nostra forza è il gruppo e la coesione

Combattiamo l’odio diffuso sui social media, la violenza verbale, i troll
Contrastiamo la diffusione delle Fake News e della disinformazione
Ci battiamo contro ogni intolleranza, il razzismo, il sessismo e l’ineguaglianza
Difendiamo con positività e razionalità le persone attaccate sulla rete

Incoraggiamo e supportiamo ciascuno perché possa esprimere il proprio pensiero in maniera rispettosa
Partecipiamo anche solo con un like quando non abbiamo commenti sensati da fare

Siamo politicamente neutrali e non sosteniamo alcuna visione politica o religiosa
Focalizziamo la nostra azione a favore della democrazia, dell’inclusione, della libertà di parola e dei diritti

L’iniziativa nasce sull’onda di un progetto nato in Svezia, #jagärhär, di cui ha già parlato ValigiaBlu. Mettetevi comodi, perché di cose da raccontare ce ne sono svariate, ho conosciuto le tre donne che gestiscono la pagina italiana e ho chiesto loro di raccontarci il perché e il percome di questa bella iniziativa.

Ho fatto domande molto banali a cui però tutte e tre hanno risposto in maniera molto completa. Di seguito trovate le risposte di Anna Ceruti Kinsey (che è materialmente colei che ha deciso di aprire la pagina seguendo l’originale svedese), Francesca Ulivi e Anna Sidoti che sono le due amiche con cui modera e amministra il tutto.

  • Qual è stata la ragione per decidere di creare un gruppo in italiano di #jagärhär?

Anna C.: Vivo in California da 6 anni ormai. Facebook è sempre stato il mio ponte con l’Italia: un modo semplice per restare in contatto con amici e famiglia. Circa 2 anni fa sono andata in crisi, perché anche se l’Italia mi è sempre mancata molto, ho cominciato a non avere più troppa voglia di tornare. Mi sono resa conto che la ragione era proprio quel che leggevo in Facebook: in generale, nelle notizie che amici e parenti condividevano, o nei commenti che leggevo…  So che quello che viene scritto spesso non è inteso alla lettera, ma questo mi da` ancora più rabbia. Le parole che esprimiamo, scritte o no, hanno un peso: le parole plasmano il pensiero, di chi le esprime e di chi le ascolta (o legge). E allora perché tanta leggerezza quando postiamo o condividiamo sui social? Frustrata ho cominciato a ricercare la dissociazione che notavo nelle persone tra i loro comportamenti nella “vita reale” e su Facebook e sono incappata in un articolo che parlava di #jagahar. Ho subito contattato Mina perché volevo trovare il gruppo italiano, ma ancora non esisteva… Purtroppo #iosonoqui è partito a stenti: pur provando a pubblicizzarlo non sono riuscita a coinvolgere abbastanza i miei amici e probabilmente in Italia non c’era ancora abbastanza frustrazione riguardo all’odio, per essere motivati e diventare attivisti con #iosonoqui. Poi c’è stato l’articolo del Guardian, Anna Sidoti e Francesca Ulivi mi hanno contattata, e con la loro esperienza e il momentum che l’articolo ha generato, siamo partite ed eccoci qui!

Francesca U.: Passo molto tempo su FB, mi occupo di diritti dei malati, comunicazione sulle malattie autoimmuni, in particolare il diabete di tipo 1 (una delle malattie autoimmuni di cui sono affetta) a dare supporto online alla community e ai singoli malati, a smascherare bufale mediche e falsi guaritori. Un giorno di gennaio sono incappata nell’articolo di Valigia Blu, tratto dal pezzo del Guardian, sul gruppo #jagärhär. Mi è immediatamente scattato qualcosa, ho capito che potevo essere utile e ho capito che quello che fa #Imhere è un “adesso o mai più”, ho sentito l’impellenza di agire e mettermi a disposizione, complice anche il fatto che sono in una sorta di anno sabbatico… leggere quell’articolo mi è sembrata una vera e propria chiamata in un momento nel quale sto decidendo “cosa fare da grande”. Non utilizzare il tempo che ho per combattere disinformazione e odio con i mezzi che meglio conosco sarebbe stato un peccato capitale. Così ho fatto un po’ di ricerca, ho visto che il gruppo italiano #iosonoqui esisteva già e ho scritto prima a Mina Dennert, la fondatrice del network e poi ad Anna Kinsey, la creatrice del gruppo italiano, che appariva silente. Mi son messa a disposizione, Anna ha aperto la porta e ora lavoriamo assieme con Anna Sidoti sul progetto italiano. Devo comunque dire che la prospettiva internazionale di #Imhere, avendo lavorato per 20 anni in un network tv internazionale, rende tutto il progetto ancora più motivante per me e sicuramente più efficace.

Anna S.: Non ci ho nemmeno riflettuto, ho sentito un istinto che mi richiamava a fare qualcosa di concreto: da tanto tempo trovavo nauseante stare sui social media e mi arrovellavo su una eventuale soluzione, qualcosa di attivo da poter eseguire nell’immediato. Quando ho letto dell’iniziativa di Mina Dennert ho subito pensato che forse era la strada giusta. Ho fatto un po’ di ricerche sul gruppo, letto il loro sito ufficiale e ho cercato di mettermi in contatto con Mina per fondare il gruppo italiano. È così che ho scoperto che Anna aveva già creato il gruppo anni prima ed è venuto molto naturale unire le forze e iniziare a lavorare insieme al progetto.

  • C’è un episodio di odio/bullismo online a cui avete assistito che vi ha infastidito molto?

Anna C.: Da ragazzina sono stata presa in giro molto (allora non si chiamava ancora bullismo, e i nostri social media erano i corridoi della scuola o la piazza del paese). Se i social media fossero esistiti credo sarebbe stata molto più dura per me. È forse per questo che i casi che mi colpiscono di più sono quelli di “gogna mediatica”, dove una pagina o un personaggio “danno in pasto” ai propri fan una persona o gruppo di persone solo perché “diverse” o la pensano diversamente, e tutti si scatenano con il peggio degli insulti. Ogni volta mi chiedo che cosa spinga le persone che commentano (perché non sono tutti bot) a perdere del tempo per scrivere cattiverie rivolte a qualcuno che nemmeno conoscono! Il problema è che più insulti troviamo, più sono quell* che si sentono autorizzat* ad infierire ulteriormente. Mi piacerebbe vedere la stessa cosa ma al contrario: più amore e compassione lasciamo e più le persone si sentono autorizzate ad essere amorevoli e compassionevoli. Questo è un po` quello che facciamo con #iosonoqui. Cambiamo la conversazione, mostriamo che ci sono altri modi di interagire e scambiarsi idee. Nei limiti dei diritti umani e della democrazia, ogni opinione è valida, se espressa civilmente: chiaramente ognuno ha le proprie idee politiche ma chiediamo ai membri di essere neutrali quando parlano a nome del gruppo e utilizzano l’hashtag. Questo è molto importante perché la comunicazione civile non deve avere visioni politiche o religiose, e può anzi essere ciò che ci unisce.

Francesca U.: La disinformazione, la manipolazione, ogni espressione di odio (che spesso proviene dal non sapere, dall’ignorare o dall’essere stati manipolati) sono veleni che stanno asfissiando il nostro vivere sociale. Ogni giorno c’è un episodio che mi infastidisce molto, ma in generale devo dire che il sessismo mi provoca rabbia, che è proprio quello che dovrei cercare di non provare. Salvini che espone alla barbarie verbale la ragazza con il cartello, gli haters che dicono ad Emma Marrone di aprire le gambe oltre che la porta di casa sua.

Vorrei sedermi di fronte a queste persone e guardandole in faccia chiedergli perché…

Vorrei sedermi di fronte a queste persone e guardandole in faccia chiedergli perché, chiedergli se le stesse parole le avessero riservate alla loro figlia o alla loro mamma che reazione avrebbero avuto, chiedergli cosa di male gli è stato fatto per reagire così.

Anna S.: Tutti. Tutto l’hate speech, anche in video innocui, notizie belle: scegliere di dare l’award dell’odio è impossibile. Quello che continua ad infastidirmi è questo, riuscire a trovare il male, il marcio e la diffidenza ovunque, anche sotto video di belle storie.

  • Ritenete che sia aumentata l’aggressività in rete negli ultimissimi anni?

Anna C.: Credo che negli ultimi anni l’aggressività in rete sia aumentata. Lo vedo sia qui negli Stati Uniti sia in Italia. Non so quanto sia il clima politico ad esasperare la situazione, il fatto che sempre più persone utilizzino attivamente i social media senza comprendere a fondo il mezzo che stanno utilizzando, o il fatto che in troppi abbiano capito che i social media sono uno strumento potentissimo per influenzare il pensiero delle persone. Quello che troviamo nei social rispecchia quello che stiamo vivendo come società`, e sicuramente ci dice che azioni debbano essere intraprese anche politicamente per creare una  società a misura di tutti. Voglio però credere che non sia perché ci stiamo davvero solo incattivendo: purtroppo i social hanno la capacità di degenerare una situazione molto rapidamente e diventa un circolo vizioso: odio uguale più odio, che genera ancora più odio.

Francesca U.:  Certo è che negli ultimi 10 anni è stata costruita ad arte una sofisticata macchina di comunicazione falsa e manipolata che fa leva sull’istinto delle persone per dire loro ciò che vogliono sentirsi dire o per determinare reazioni per lo più di rabbia verso “un nemico”. Parallelamente sono stati costruiti dei “nemici”, che tali non sono. Il substrato è un ambiente senza regole e senza volti, senza occhi che guardano, mani che toccano, tonalità della voce, un ambiente spersonalizzato dalla persona, in cui vale tutto e dove si dimenticano educazione e rispetto. Insomma la miscela è esplosiva ed è infatti un continuo esplodere di rabbia e invidia sociale. E non parlo solo dell’Italia, la situazione è globale.

In Italia un maggiore analfabetismo funzionale e una poca alfabetizzazione allo strumento digitale innesca micce molto più potenti.

Io traccio una linea rossa tra disinformazione, misinformazione o falsa informazione e hate speech, per me è tutto collegato e continua ad aumentare nella logica del clickbaiting e della psicotica necessità di rendersi visibili.

Anna S.: Sì, secondo me c’è più aggressività online, ma perché una serie di circostanze ha portato l’utente medio ad esserlo: la situazione economico-sociale, la totale mancanza di educazione allo strumento internet e il proliferare di meccanismi che vanno tanto di moda (il commento memorabile, che spesso sfocia nel sarcasmo e nell’insulto creativo, il postare le foto delle persone e prenderle in giro per qualche loro stravaganza, ad esempio) hanno fatto sì che la situazione sia degenerata in ciò che leggiamo. Specie perché, al contrario della vita offline, quella online non è ancora regolamentata e ci si è basati per tanto tempo sul buon senso e una non più aggiornata netiquette.

  • Quanta coscienza digitale ha l’italiano online?

Anna C: Credo che la coscienza digitale in Italia purtroppo sia ancora molto limitata. Abbiamo un paio di generazioni che si sono ritrovate nel mondo di Internet senza nessuna preparazione. Dovremmo tutti renderci conto che non solo mettiamo la faccia su quello che scriviamo: le nostre parole scritte hanno molto più peso in quanto raggiungono molte più persone che se stessimo parlando al bar o con un gruppo di amici. Sono convinta che ci possa essere dialogo anche con chi ha idee opposte alle nostre, e che proprio attraverso il dialogo possiamo risolvere le nostre differenze (non cambiare idea o farla cambiare agli altri, ma riconoscere che abbiamo sempre anche molto in comune indipendentemente dalle nostre opinioni). Ma dobbiamo essere onesti con noi stessi, e pensare prima di parlare (o scrivere, o condividere!).

Quel che mi fa più paura è la dissociazione tra la vita “reale” e “virtuale”.

Quel che mi fa più paura è la dissociazione tra la vita “reale” e “virtuale”. Purtroppo, non è ancora chiaro che sono ormai la stessa cosa: le parole possono ferire, e quando espresse nei social media è come se le esprimiamo attraverso un megafono.

 

Francesca U.: Non so se sia un fatto territoriale o generazionale. Sicuramente i pre-millenials, ovunque nel mondo non considerano internet come una cosa reale. Lo considerano uno strumento, un luogo senza spazio o tempo, ma non parte della vita e della socialità, quale invece è. Certo poi uno si domanda: perché i no-vax hanno particolarmente attecchito in Italia? Perché in Italia è un fiorire di ciarlatani che propongono ogni tipo di dieta per guarire ogni genere di malattia e la gente ci casca e magari le sue patologie peggiorano o addirittura muore. Da molti anni ormai faccio un’opera certosina di corretta informazione presso i malati, all’interno dei gruppi chiusi dei malati e spesso rimango esterrefatta di come anche persone istruite si facciano abbindolare. Credo che in Italia manchi una formazione al metodo scientifico e all’analisi logico-razionale degli eventi. Questo indubbiamente non aiuta nel discernimento all’interno del bombardamento di informazioni che c’è in rete.

 Anna S.: Poca. Proprio perché non c’è la percezione di internet come realtà. Perché “è scritto” e perché “è solo un commento”, perché non sentiamo la violenza verbale come violenza vera e propria, perché è tutto un gioco. È una grande colpa, quella di aver narrato internet come qualcosa di lontano dalla nostra vita di tutti i giorni e continuare ancora oggi ad associarlo a frasi come “non rappresenta la vita reale”. Quindi la coscienza digitale è quasi nulla, perché internet, per tantissimi, “non è reale” perché non tangibile. Eppure ormai l’abbiamo sempre in mano. E sempre in testa.

Alle due Anna e a Francesca ho fatto anche un’ulteriore domanda, ho chiesto loro se avevano idee per un web migliore. Ma le loro proposte ve le riporto la settimana prossima, contando, magari, che anche voi mi mandiate le vostre.

Nel frattempo spero che quanto riportato sopra abbia ispirato anche voi a cercare di fare il vostro meglio per aiutare una comunicazione più civile in rete. Non serve essere su FB per partecipare all’iniziativa, basta anche solo usare l’hashtag #iosonoqui dove ritenete necessario, rispettando il manifesto del progetto.

maicolengel at butac punto it

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