Il caso Martin Banach
Quando si parla di donazione di organi, storie emotive (ma senza prove) spuntano come mosche

Più volte su BUTAC abbiamo parlato di espianto di organi e leggende urbane, ma di questa vecchia storia non ci eravamo mai occupati, riteniamo utile farlo ora visto che viene ritirata fuori da alcuni profili social grazie al clamore mediatico esploso dopo la vicenda del povero Domenico.
La storia sui social sta circolando così (ve la riportiamo per intero):
Espianto organi o omicidi ???
–
La triste vicenda di MARTIN…..
AGOSTO 1994
Il caso: Martin Banach, 18 anni, trascorre le vacanze in Italia. Ha un incidente, viene ricoverato in ospedale. Incomincia lo scandalo. I medici si arrendono. Lo dichiarano praticamente morto. Vogliono il suo cuore, i suoi organi. I genitori vengono tenuti a bada, respinti. È vivo, è morto? Giace privo di conoscenza in un letto.
Il padre racconta: “Mio figlio si trovava in vacanza in Italia, una mattina, verso le dieci, suona il telefono. All’altro capo del filo una voce sconosciuta, di un uomo:
“Buon giorno, qui l’ospedale Cardarelli di Napoli.”
Un ospedale? In Italia? Per l’amor del cielo, cosa è successo a mio figlio? Di nuovo lo sconosciuto:
Suo figlio ha la tessera di donatore?
Che cosa? Grido nel telefono: No, no! non ha la tessera di donatore. Ma cosa succede? Ma insomma, mi dica di cosa si tratta!
Suo figlio è gravemente ferito. È in coma. Ci dispiace. Non c’è quasi più nulla da fare.
Urlo: Lasciatelo com’è! Vengo subito. Non toccatelo! Mia moglie e io prendiamo il primo aereo, quello delle 16.55 da Düsseldorf. Era il 3 di agosto”. Come ha fatto il giovane tedesco a finire per rischiare gli organi?
Martin B. arriva a Napoli con un volo charter. Due settimane di vacanza tutto compreso all’isola dei fiori, Ischia. Hotel Terme Colella. La sua prima vacanza senza i genitori. Frequenta un istituto commerciale. Il padre, Heinz Heinrich (55 anni) ha una ditta di manutenzione. Martin, biondo, occhi azzurri, simpatico, a Ischia noleggia un motorino. La seconda sera è investito da un’auto. Urta contro la capote della macchina. Si alza e cade svenuto. Dal pronto soccorso lo inviano a Napoli, all’Ospedale Cardarelli. Qui viene considerato futuro donatore di organi. Il cuore, i reni, il fegato e gli occhi. Il padre e la madre di Martin arrivano a Napoli la sera stessa alle 9.
Il padre racconta: “Abbiamo fatto irruzione nell’ospedale. Abbiamo girato per i corridoi domandando: dov’è il reparto rianimazione? Ci siamo trovati davanti a una grande porta di vetro: «Rianimazioni». Una suora ci ingiunge: Alt!
Dico: io tedesco, sono il padre, dov’è mio figlio? Mi ascolti, vogliamo andare da nostro figlio, da Martin. È la madre, mamma, capisce? Io sono il padre, papà.
La suora dice: No, no!
Vorrei scagliarmi, sfondare una porta, ma quale? Penso alla voce al telefono, alla faccenda della tessera di donatore.
Ciò che i genitori non vedono. Il loro Martin è a pochi passi, nel suo letto. Gli esce sangue dall’orecchio. Le mani, il corpo sono incrostati di sangue. È sottoposto a respirazione artificiale, per il resto non succede gran che. Questo significa che ai suoi organi viene somministrato ossigeno – come nel caso di un donatore potenziale.
Il giorno dopo, la lotta disperata contro la minaccia del prelievo degli organi. Il padre: “Poco dopo le 7 siamo di nuovo all’ospedale, di nuovo respinti. Sono madido di sudore per l’angoscia. Mia moglie ed io entriamo in una banca. C’è nessuno che parli il tedesco? Il direttore della banca ci procura un interprete. Torniamo all’ospedale. Vogliamo finalmente vedere nostro figlio! Viene il professor Ruggieri, scuote la testa, no, non va. Dico: basta così, ci portiamo a casa nostro figlio, subito”
Professor Ruggieri: “Crede forse che i suoi medici tedeschi possano fare qualcosa?”
Il padre: “Vado in un bar di fronte. Il padrone titolare ascolta tutto. Dice: prego, ecco il mio telefono. Chiamo un amico medico in Germania. Dice: sono semplicemente pazzi, non c’è niente di meglio per vostro figlio che sentire la vostra cara voce. Portatelo via da lì, e in fretta. Telefono alla mia assicurazione. Chiedo che mandi un aereo, uno adibito al trasporto malati. Tergiversano. Richiamo. Dicono: non trasportiamo morti. Sospetto che nel frattempo si siano telefonati con l’ospedale. Che cosa significa non trasportiamo morti? Martin è vivo! A che gioco stiamo giocando? Chiamo l’ARAG. Tratta. Ma ci vorrà del tempo. Faccio telefonate, mando fax, mia moglie monta la guardia in ospedale, nel corridoio, davanti al reparto di terapia intensiva. Ogni tanto ci incontriamo. Ci guardiamo negli occhi e capisco al volo. Non ci sono cambiamenti, non ci fanno entrare. Finalmente, il 6 agosto, dopo tre giorni, atterra il Learjet 35 con a bordo una giovane dottoressa decisa. Nemmeno lei può vedere mio figlio. Tratta per due ore. Poi aprono la porta d’acciaio. Là giace il nostro Martin.
Com’è magro. E che puzza, dolce di sangue fresco, di sudore. Mio Dio, l’hanno proprio abbandonato là, dichiarato praticamente morto solo ventilato. La dottoressa ordina: parlategli. Mia moglie accarezza i capelli di Martin, io le stringo le mani. Le palpebre fremano. La giovane dottoressa dice: ce la faremo. Dico a mia moglie di non piangere. Martin è vivo. Poi giù a piangere a dirotto anche io.
Clinica universitaria di Essen. Sediamo accanto al suo letto. Finalmente conosciamo il referto: trauma cranico cerebrale, travaso subdurale anteriore destro. Già il primo giorno spalanca gli occhi. Parla: voglio andare a casa.”
Oggi Martin ha finito gli studi, gioca a pallacanestro. Nessuna lesione permanente. Dice: “Ho avuto fortuna, e per questo lotterò perché nessuno possa prelevare gli organi da persona definita cerebralmente morta. Ringrazio i miei meravigliosi genitori, l’interprete e specialmente la dottoressa che mi hanno portato via da lì.
La storia circola con due immagini, una molto pixelata:

E l’altra realizzata con taglia e cuci tra titoli di giornale e immagine:

L’unica fonte della notizia sarebbe un settimanale scandalistico tedesco di nome Neue Revue, oggi chiuso.

O meglio, Neue Revue sarebbe la fonte scelta e usata dal sito AntiPredazione.org, sito italiano della Lega Nazionale Contro la Predazione di Organi e la Morte a Cuore Battente. Non mi esprimo sull’attendibilità del sito, ma devo farlo sull’affidabilità di Neue Revue che negli anni ha parlato di incontri con extraterrestri, complotti e gossip vario tutto con le stesse modalità: superficialmente, senza mai approfondire. Nel caso di Martin Banach oltre ad AntiPredazione e ai tanti post social è impossibile trovare altre conferme indipendenti. La notizia non si trova né negli archivi storici dei quotidiani italiani né su quotidiani tedeschi e non si trovano profili di persone che corrispondano al Martin Banach raccontato nel post.
Cosa non torna nel racconto
La storia presenta diversi elementi problematici. Non c’è nessuna traccia verificabile, quando un presunto tentativo di espianto illegittimo in un grande ospedale pubblico come l’Ospedale Antonio Cardarelli nel 1994 avrebbe generato sicuramente un’indagine giudiziaria (che, coi tempi della legge italiana, non si sarebbe conclusa prima degli anni 2000). Al tempo stesso ci dovrebbero essere articoli sui quotidiani italiani – ho verificato l’archivio della storica testata nazionale a cui sono abbonato senza trovarne traccia – e tedeschi e almeno un dibattito parlamentare, basta vedere quanto scuote la vicenda del piccolo Domenico. E invece non esiste nulla di tutto questo negli archivi consultabili. Anzi, il post che viene condiviso tanto online in queste ore risulta essere stato scritto il 24 febbraio 2026 e condiviso a ripetizione da decine e decine di bacheche social.
L’unica fonte è per l’appunto un articolo del settimanale scandalistico tedesco Neue Revue, di cui esiste copia in .pdf. Cinque anni dopo, nel 1999, la storia viene rilanciata in Italia da Il Borghese, con un’impostazione dichiaratamente polemica contro la normativa sui trapianti e con toni ancora più sensazionalistici.
Neue Revue col suo articolo non fa altro che confermare che la fonte primaria della storia è il racconto del padre, senza alcun riscontro documentale medico o giudiziario. In assenza di atti ufficiali, indagini o conferme indipendenti, siamo davanti a un racconto emotivo, non a una prova di un tentato espianto illegittimo.
La cosa che lascia stupiti è che sia nell’articolo tedesco che in quello italiano si omette completamente di spiegare che nel 1994 in Italia la diagnosi di morte encefalica era già regolata da protocolli stringenti con collegio medico, osservazione prolungata, tracciati EEG e infine verbalizzazione formale della dichiarata morte encefalica. Nel testo tedesco si parla genericamente di “dichiarato praticamente morto”, che non è una definizione clinica, al massimo è una frase da romanzo. Se Martin si è svegliato in Germania in poche ore o giorni, significa che non era in morte encefalica. E se non era in morte encefalica, non poteva essere avviata una procedura di espianto.
Concludendo
A distanza di oltre trent’anni, l’unica base della vicenda resta un racconto pubblicato su un settimanale scandalistico e rilanciato anni dopo in chiave polemica, senza che emergano atti ufficiali o riscontri indipendenti. In assenza di prove documentali, parlare di omicidio per espianto significa trasformare un racconto emotivo in una verità giudiziaria che non risulta da nessuna parte.
Riproporre oggi questa storia sfruttando l’emotività generata da quanto accaduto al povero Domenico non aiuta a fare chiarezza. Alimenta soltanto paura e sfiducia – quelle che quotidianamente contribuiscono a diminuire la disponibilità di organi da espiantare per salvare vite. La donazione di organi è regolata da procedure rigorose e rappresenta uno strumento che ogni anno salva migliaia di persone. Discuterne è legittimo, farlo partendo da racconti privi di riscontri molto meno.
maicolengel at butac punto it
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