Le narrazioni di guerra – Il metodo giornalistico

Due titoli che trattano due eventi simili in maniera differente dimostrano un pregiudizio nei confronti di una parte, e il sostegno a un'altra?

maicolengel butac 3 Mar 2026
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Mentre stavo scrivendo il precedente articolo dedicato alle narrazioni di guerra, stava diventando virale su alcune bacheche un’immagine, quella che vedete qui sotto.

Nello screenshot si vedono due titoli del New York Times a confronto.

Nel primo si legge:

Iran says dozens are killed in strike on school.

Nel secondo:

9 killed in Israeli city near Jerusalem after Iranian missile strike.

Secondo chi condivide l’immagine, la differenza dimostrerebbe che il NYT sarebbe venduto a Israele, perché nel primo caso usa cautela, nel secondo no.

Il problema è che quell’immagine non dimostra questo. Dimostra qualcos’altro: ovvero come funziona il metodo giornalistico in tempo reale.

Iran says è corretto, non sospetto

Come ho tentato di riportare in alcuni commenti online, il primo titolo è uscito appena i media iraniani hanno diffuso il comunicato stampa sulla scuola colpita a Minab. Quando un giornale scrive Iran says sta facendo una cosa molto precisa: segnala al lettore che quella informazione proviene da una dichiarazione ufficiale di una delle parti coinvolte.

In guerra le prime notizie arrivano quasi sempre da comunicati governativi, ministeri, eserciti. Non da verifiche indipendenti immediate. Se un quotidiano non ha ancora verificato video, immagini satellitari, testimonianze incrociate o non ha reporter sul posto, l’unica formula corretta è attribuire la notizia fin dal titolo.

Nella stessa giornata sia il NYT sia The Times hanno verificato video e immagini, aggiornando l’articolo con elementi riscontrati in modo indipendente. I video analizzati mostravano danni compatibili con una scuola elementare, zaini insanguinati, operazioni di soccorso. È stato anche verificato che l’edificio si trovava accanto a una base dell’IRGC.

Video verified by The New York Times showed damage to a building described as an elementary school. In one video, black smoke billows up from a crumbling building whose walls are painted with pastel-colored flowers, as onlookers scream, wail and embrace. Other videos show rescuers digging through the rubble with building cranes and shovels, and piles of bloodied, dusty backpacks.

Another video reviewed by The Times shows rescue workers in military gear retrieving the severed hand of one of the victims from the wreckage.

“Under this rubble, students are buried,” a man shouts in another video, raising his voice over the sound of rescue workers drilling behind him, and holding up fistfuls of school papers and notebooks: “The blood of our loved ones, our students, which you can see on their schoolbooks.”

The Shajareh Tayyebeh school was holding its first of multiple rotating school shifts when the strike hit, according to Hengaw, a Norway-based group that focuses on human rights violations in Iran. It said in a statement that it was investigating the killings, and estimated that about 170 children were in class at the time.

Videos verified by The Times show that the school is adjacent to a naval base belonging to the country’s most powerful military force, the Iranian Revolutionary Guards Corps, or IRGC. Another video verified by The Times on Saturday showed a strike hitting the same IRGC base.

Titolare come fatto dal NYT è trasparenza, non faziosità. Basterebbe aver studiato giornalismo per scoprire che questo modo di fare è quello che viene caldamente suggerito da tantissimi manuali sul metodo giornalistico. Ad esempio vi riporto dal Reuters Handbook of Journalism:

Headlines should be very clear when we have obtained information in unorthodox settings. In stories, we also must make it clear high up how we gathered the information. Retain those facts high in the story as it plays out. The reader wants to know how we obtained the information.

Che tradotto:

I titoli devono essere molto chiari quando abbiamo ottenuto informazioni in contesti non convenzionali. Negli articoli dobbiamo inoltre spiegare fin dalle prime righe come abbiamo raccolto quelle informazioni. È importante mantenere questi elementi ben evidenti anche mentre la notizia si sviluppa. Il lettore vuole sapere in che modo abbiamo ottenuto le informazioni.

Seguito da commenti di questo genere:

Li abbiamo sgamati da mesi, ma perseverano. Ormai la stampa lavora per Israele, non per chi si informa

Commenti che dimostrano assoluta ignoranza del metodo giornalistico.

Perché l’altro titolo non fa lo stesso?

Nel caso dell’attacco in Israele la situazione era diversa per un motivo molto pratico: l’evento era immediatamente verificabile da più fonti indipendenti. In Israele è nota la presenza di molti corrispondenti occidentali in loco, e dell’attacco erano disponibili fin da subito sia video geolocalizzabili che testimonianze incrociate.

Quando una notizia è verificata attraverso più canali indipendenti, non è più necessario attribuirla a una fonte esterna. Ma questo avviene non perché si creda di più a Israele che all’Iran, bensì perché il livello di verifica è diverso. Si tratta di una differenza metodologica, non ideologica.

Lo screenshot e la polarizzazione

Lo screenshot che viene fatto circolare serve a polarizzare, colpendo quella fascia di lettori che non andranno a fare verifiche su quando sia uscito quel titolo, se l’articolo sia poi stato aggiornato e così via. Quella fascia che si lascia manipolare da questo genere di contenuti altamente polarizzanti. Ma vedete, il titolo di una notizia live è una fotografia di un momento; in caso di conflitti, gli articoli cambiano anche più volte nel giro di mezz’ora, man mano che arrivano verifiche che permettano una lettura più completa dei fatti. Usare uno screenshot isolato per dimostrare un pregiudizio sistemico è una scorciatoia che serve a confermare il nostro bias, non ad analizzare i fatti.

Su temi come Israele e Iran il dibattito italiano è fortemente polarizzato, molti di noi leggono i titoli non perché vogliono capire cosa dicono, ma solo per verificare se confermano la nostra posizione, il nostro pregiudizio (per l’appunto, il bias).

Quando si è dentro una polarizzazione forte, ogni differenza linguistica viene letta come prova di malafede. Non è una questione di essere intelligenti o no, è una questione di avere gli strumenti giusti per leggere gli articoli giornalistici, di conoscere come si forma una notizia. Su questo, direi sia evidente, possiamo migliorare tutti.

Concludendo

Difendere il metodo giornalistico non significa difendere un governo, significa difendere l’idea che le notizie vadano trattate con criteri verificabili. BUTAC si basa proprio su questo, e da anni cerca di seguire il metodo giornalistico quasi fino alla paranoia. Se vogliamo criticare un giornale, facciamolo sui fatti, non su una differenza di formulazione decontestualizzata.

maicolengel at butac punto it

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