Moldavia: il nuovo laboratorio della disinformazione russa

La guerra ibrida si intensifica, e pochissima stanno cercando di fare qualcosa per contrastarla

maicolengel butac 9 Set 2025
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Per chi non lo sapesse, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca gli Stati Uniti hanno smantellato gran parte delle strutture create negli anni precedenti per cercare di contrastare la disinformazione proveniente dall’estero.

Mosca ha colto al volo l’assist dell’amministrazione Trump, tanto da aver intensificato le proprie campagne disinformative in Europa, come da tempo cerchiamo di raccontare su BUTAC.

Oggi parliamo di un caso che riteniamo emblematico della situazione attuale, ovvero quello della Moldavia e delle imminenti elezioni parlamentari. La Moldavia è un piccolo Paese ex sovietico, che nel 2022 ha presentato la candidatura per diventare a tutti gli effetti un membro dell’Unione Europea. Maia Sandu ha firmato la richiesta di entrare nell’UE il 3 marzo 2022, pochi giorni dopo l’ìnvasione russa dell’Ucraina. Già da sola quest’informazione dovrebbe farci riflettere su quanto il governo moldavo fosse in quel momento preoccupato della piega che stavano prendendo gli eventi. Ma di questo sui quotidiani italiani, sempre meno attenti a queste politiche, si parla poco.

Le elezioni sotto attacco

Il 28 settembre in Moldavia ci saranno le elezioni parlamentari, e il Cremlino, come in precedenza ha fatto in casi simili – ma meno rilevanti per l’influenza russa – ha scatenato un’ondata senza precedenti di propaganda online.

Secondo i ricercatori indipendenti che si occupano di queste analisi (i colleghi di WatchDog, CheckFirst e Newsguard) la Moldavia è oggi un “campo di prova” per future operazioni di guerra ibrida Russia vs Europa.

Le analisi parlano di:

  • circa un migliaio di falsi account (con un discreto seguito da influencer) individuati sulle principali piattaforme social
  • video e siti generati con IA che scimmiottano vere testate giornalistiche, sia tradizionali che di controinformazione

La presidente in carica viene costantemente attaccata con false narrazioni che, ad esempio, la descrivono come una dittatrice che non permette pacifiche manifestazioni. I casi sono creati ad hoc da una regia molto attenta a creare contenuti perfetti per indignare.

Il cortocircuito

Da anni la propaganda russofila sostiene che gli aiuti occidentali (leggasi americani, in questo caso) per i media indipendenti in paesi come la Moldavia (ma anche Ucraina e altri, Italia inclusa) non siano un sostegno alle democrazie degli stessi Paesi ma siano un sistema per causare interferenze straniere. Ora che l’amministrazione ha deciso di tagliare radicalmente questi aiuti è la stessa amministrazione Trump a usare la propaganda russa per giustificare quei tagli, sostenendo appunto che si trattasse di uno spreco di soldi pubblici.

Quindi siamo di fronte a un cortocircuito politico: gli Stati Uniti, che fino a ieri contrastavano la disinformazione russa, oggi, grazie a questi tagli e alle giustificazioni sfruttate per farli, la stanno rinforzando. Inoltre stanno lasciando il campo libero alle campagne di manipolazione del Cremlino.

Concludendo

Quello che accade oggi in Moldavia non è un caso isolato: è l’ennesimo banco di prova. Senza questa consapevolezza e senza l’Unione Europea come argine comune, rischiamo di ritrovarci disarmati davanti a chi la guerra non la combatte solo con i carri armati, ma anche con i like e i retweet.

Qui su BUTAC sono anni che denunciamo di come qualcuno lotti nell’ombra per distruggere l’UE, che non è perfetta, ha sicuramente tanti difetti che andrebbero corretti, ma va difesa, perché senza UE quella pace che abbiamo vissuto negli ultimi sessant’anni con sempre meno confini e barriere rischia di svanire.

Un assaggio di guerra ibrida

Tra il 2015 e il 2017 BUTAC ha subito più volte attacchi informatici. I tecnici che chiamavamo per risolvere il problema sostenevano quasi sempre che arrivassero dall’Est Europa, e più di una volta ci dissero che l’origine sembrava russa.

Erano attacchi che buttavano giù il sito, lasciandoci offline per ore.

All’epoca BUTAC aveva qualche milione di lettori all’anno: un sito in crescita, ma senza che nessuno avesse mai investito un euro nel progetto (se non i miei, spesi tra avvocati, informatici e strumenti). Eravamo sempre stati restii a parlare pubblicamente di quegli episodi: temevamo di sembrare complottisti, di sembrare quelli che “se la tirano”. In fondo, a chi poteva dare fastidio un sito che faceva fact-checking? La disinformazione, secondo alcuni, non spostava di una virgola l’opinione pubblica e, quindi, era inutile da contrastare.

A chi mai poteva interessare attaccare BUTAC?

Oggi le cose sono cambiate. BUTAC non è più un sito di massa, i lettori sono molti meno e gli attacchi informatici sono spariti. Non mi mancano, lo ammetto: erano uno stress enorme, soprattutto per chi, come noi, faceva tutto per passione, senza il minimo tentativo di trasformarci in un’impresa online.

Eppure, a distanza di anni, continuo a sentire quella vocina che mi dice che quegli attacchi non erano affatto casuali. Forse avremmo dovuto denunciarli a gran voce, perché col senno di poi sembrano proprio un primo segnale di quella guerra ibrida che oggi vediamo combattere con sempre più forze in campo.

Ma ovviamente questa è un’altra storia.

maicolengel at butac punto it

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