Dezinformatsiya, malinformazione e propagandisti vari

Un ex creator di estrema destra ha portato alla luce un modus operandi che in Italia conosciamo fin troppo bene: gli influencer che vanno a fare "satira" dai luoghi di guerra

maicolengel butac 13 Gen 2026
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C’è un creatore digitale che ultimamente seguo molto, si chiama Caolan Robertson e realizza video principalmente dall’Ucraina e sulla situazione nel Paese da quando è stata invasa illegittimamente da Putin. Caolan è un giornalista irlandese che dal 2022 realizza contenuti dall’Ucraina. Ha un passato recente decisamente interessante, visto che per qualche anno è stato radicalizzato nell’estremismo di destra realizzando contenuti proprio per movimenti vicini all’estrema destra: ad esempio, tra gli altri, in quegli anni ha realizzato contenuti per soggetti come Alex Jones. Nel 2019, in seguito al massacro di Christchurch, Caolan si è reso conto di essere diventato parte di quella che ha definito un culto, una setta, e si è preso un anno di pausa per razionalizzare e comprendere meglio cosa significasse fare giornalismo in maniera meno faziosa. Questo, a mio avviso, lo pone in una posizione privilegiata per capire come funziona una certa forma di propaganda e disinformazione; ne è stato vittima, se ne è reso conto, e ha cominciato a contrastarla (con un discreto successo).

Il caso Nick Shirley

Ma oggi non voglio parlare di Robertson: quello di cui vi voglio parlare oggi è il caso, da lui sollevato, di Nick Shirley. Creatore di contenuti americano che nell’ultimo periodo ha reso virali alcuni video girati in Ucraina. Video in cui mostra auto di lusso, locali alla moda, gente che beve cocktail, il tutto accompagnato da didascalie del tipo:

“this is where your tax dollars are going”

Il messaggio è chiaro: i vostri soldi non servono a difendere un Paese aggredito, ma a permettere di vivere nel lusso una capitale che per come la mostra Shirley sembra Disneyland. Si tratta però di una rappresentazione assolutamente costruita, una messa in scena perfetta per un pubblico di sostenitori trumpiani o, peggio, filoputiniani. Robertson ha affrontato Shirley dimostrando che le sue guide ucraine, quando ha girato quei video, l’avevano portato anche di fronte a ospedali bombardati, fosse comuni, quartieri distrutti dalle bombe russe, materiale che avrebbe dimostrato al pubblico americano la pesante verità della guerra a Kyiv, materiale che Shirley ha intenzionalmente omesso dai suoi video. Poiché non era andato in Ucraina per fare informazione, ma col preciso scopo di realizzare contenuti che portassero acqua al suo mulino, quello della malinformazione. Quando Robertson l’ha affrontato, Shirley non ha risposto nel merito: si è trincerato dietro l’affermazione che i suoi video non fossero giornalismo ma satira. Sì, ha proprio detto così: satira. Lo stesso Shirley poco prima del confronto con Robertson veniva considerato dai suoi follower uno dei migliori giornalisti al mondo.

I precedenti

Quanto fatto da Shirley però è qualcosa che noi avevamo già visto, in contesti lievemente diversi, ma con gli stessi identici scopi: malinformare. Il modus operandi è chiaro: si documentano dettagli veri, ma parziali, li si isola dal loro contesto, li si incornicia con frasi provocatorie e poi li si lascia esplodere nelle bacheche di legioni di indignati con scarso spirito critico. Quando qualcuno prova a spiegare il problema, non si risponde nel merito, anzi: si denuncia. Si piange la persecuzione. Si sostiene che l’analisi critica sia diffamazione. Ci si trincera dietro formule vuote: mi attaccano perché dico la verità.

Chi ci segue dai tempi della pandemia sa perfettamente di cosa sto parlando. Allora c’erano creatori di contenuti, oggi quasi tutti tornati nell’ombra (ho detto quasi), che sfruttavano questo identico schema per sostenere che “all’estero va tutto benissimo” e che solo in Italia, o al massimo in qualche Paese dell’Unione Europea, esistessero restrizioni e lockdown. Questi creator stavano facendo lo stesso identico gioco di Shirley: malinformavano. Volavano a Mosca, in Croazia, a Gibilterra, in qualunque posto potesse essere usato come “prova” che altrove andava tutto benissimo. Riprendevano ristoranti pieni, strade affollate, gente che viveva. E poi se ne uscivano con frasi tipo: “Ecco cosa vi nascondono”.

Non mentivano sul singolo fotogramma, mentivano sulla realtà che quel fotogramma pretendeva di rappresentare. Ed è questo che rende questo tipo di contenuti così insidiosi: non sono falsi in senso stretto, sono manipolativi. Non inventano, ma selezionano; non spiegano, ma suggeriscono; non informano, ma orientano. Esattamente la definizione di propaganda. Ed esattamente come fa oggi Nick Shirley con Kyiv.

Grazie a collegamenti che non sono mai stati chiariti, inoltre, alcuni di loro hanno trovato spazio sulle TV nazionali (la dottoressa ci denunciò per i nostri due articoli in cui parlavamo di lei, il magistrato archiviò ritenendo che rientrassimo perfettamente nel diritto di critica). Gente come Riccardo, che dopo aver diffuso malinformazione a palate ha fatto sparire tutto dai suoi profili professionali, sia mai che qualcuno si accorga di quanta disinformazione spacciava. E ora sul suo profilo Instagram abbiamo un buco che va da circa sei anni fa a due anni e mezzo fa, quattro anni svaniti nel nulla, rimossi per rifarsi un passato che gli permetta di portare avanti il suo business.

Concludendo

Oggi, come durante la pandemia, è pieno di soggetti del genere, agenti della malinformazione (se non direttamente del Cremlino), alcuni chiaramente pagati per portare avanti queste strategie comunicative, altri che si prestano in buonafede probabilmente per colpa di un’assoluta mancanza di spirito critico, o peggio, come era successo a Caolan Robertson, vittime di radicalizzazioni estreme. Occorre vigilare, e denunciare, perché oggi come ieri la malinformazione è l’arma più pericolosa nelle mani di chi da più di dieci anni porta avanti una specifica strategia di guerra ibrida.

maicolengel at butac punto it

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