Quello che state per leggere non è un articolo di fact-checking, ma solo le mie personali opinioni su quest’immagine che da due giorni circola in rete.

Se siete qui solo per le bufale più classiche potete concludere qui. Se invece vi va mettetevi comodi, ho due cosine da dirvi.

Vi riporto il testo del meme che sta circolando:

È un caso che tutti quelli che credono che il virus non esista o che sia causato dal 5g o che la mascherina faccia male o che Bill Gheitz voglia sterminare la popolazione o che i vaccini uccidono, lavorino presso “me stesso” abbiano studiato all’università “della vita” o “della strada”, facciano più errori ortografici di un bambino di seconda elementare e non credano ai telegiornali e agli scienziati ma allo stesso tempo credono a tutto ciò che vedono e leggono su internet?

No, non è affatto un caso

Siete in tanti, anche tra coloro che mi seguono personalmente, ad averlo condiviso nelle ultime ore. Io onestamente non mi sono trovato in alcun modo d’accordo. Al punto che avevo fatto un post al riguardo su Facebook:

 

Sia chiaro: io non sono nessuno, non ho fatto studi sull’argomento, quanto segue non è frutto di un’analisi scientifica dei fatti. Si tratta solo delle mie opinioni basate sulla mia esperienza degli ultimi anni. Di Information disorder me ne occupo per passione da un po’ di tempo, da prima di sapere che quanto stavo facendo trattava di information disorder. Per me era semplicemente disinformazione. Trovavo giusto tentare di contrastarla.

Ma è appunto un hobby, non il mio lavoro.

Se vogliamo proprio dirla tutta, io lavoro presso “me stesso” e non avendo finito l’università potrei dire di aver  studiato a quella “della vita”. Questo fa di me un credulone?

No, questo fa di me un non titolato. Che, per quello che faccio, onestamente servirebbe comunque a poco. Negli anni ho tentato di affinare lo spirito critico e difendere un luogo che amo: la rete.

Pregiudizi

Chi condivide quel meme, purtroppo, soffre di un pregiudizio che lo porta a pensare che chi crede nelle bufale debba per forza essere ignorante. Ma questo è un errore macroscopico. Se seguite BUTAC da un po’ sapete benissimo che è pieno di laureati che cascano esattamente come gli altri nelle trappole dell’information disorder. Non rendersene conto purtroppo è grave. Grave e pericoloso.

Vedete, se siete convinti che a condividere bufale siano gli ignoranti è probabile che dividiate le vostre conoscenze secondo quel tipo di criterio. L’amico meno fortunato, che non ha potuto studiare, lo incasellate tra quelli che potrebbero essere facili vittime della disinformazione, mentre l’altro amico, quello che ha fatto carriera, col vestito bello, il telefonino sempre ultimo modello, ecco lui magari l’ascoltate con più attenzione. Anzi, magari con lui parlate anche di più cose, certi che saprà darvi suggerimenti interessanti. Quando con l’altro magari chiacchierate di calcio e poco più.

Il problema sta proprio qui: l’amico che non ha studiato, se casca nella disinformazione e la condivide, è una vittima, non un colpevole: è qualcuno che andrebbe aiutato. Essere poco scolarizzati non è una colpa. Il problema sono quelli che invece non hanno la giustificazione di non aver studiato, anzi, magari sono anche riusciti a fare una bella carriera nel loro campo.

Poi gli chiedi cosa ne pensano della mascherina e ti dicono che la CO2 uccide…

Essere in possesso di un titolo di studio superiore non significa aver sviluppato lo spirito critico, è pieno di professionisti tra coloro che cascano nelle bufale. Solo che questi, a differenza dello sfortunato che non ha fatto strada nella vita, hanno meno tempo per condividere cose online. Magari hanno bacheche immacolate. Sono più scaltri nell’uso social della rete. Magari però te li trovi in chat a dirti che loro preferiscono non vaccinare il figlio e che gli anticorpi se li fa giocando col fango.

Il professionista spesso evita di esporsi troppo sui social, sa che ogni cosa che scrive può farlo inciampare. Sa che deve evitare certi argomenti perché possono precludergli alcune strade. Il disoccupato, il poco istruito, queste cose le tengono meno in considerazione. Per loro i social sono luogo dove sfogarsi, dove raccontarsi. Magari dove passare il tempo tra un impiego part time e l’altro, dove conoscere altri come loro con cui fare amicizia, uscire, cercare interessi comuni. Interessi comuni che da tempo sono stati in buona parte monopolizzati dai creatori di bufale, che aprono e chiudono pagine dedicate ai più disparati interessi, proprio per usarle come esca per facili prede. Prede, vittime di una rete che non capiscono.

Smettiamola di accanirci su di loro.

Verifichiamo meglio i nostri amici professionisti, lanciamo esche per vedere se qualcuno di loro si palesa. Basta poco, anche solo una frase al bar quando entra il ragazzo di colore a chiedere una moneta. Appena esce provate a dire al vostro amico con cui state bevendo il caffé “vogliono anche la moneta, non gli bastano i 35 euro al giorno”… non avete idea di quanti vi daranno ragione. Mentre siete in banca con la vostra mascherina d’ordinanza provate a buttare là che voi nella mascherina ci credete poco, la portate solo perché dovete, ma che sapete che in realtà c’è il rischio vi faccia venire il cancro. Vedrete quanti vi daranno ragione tra i tanti in coda con voi…

Noemi e io qualche anno fa ci siamo dilettati a fare test di questo genere nelle cerchie che frequentavamo, abbiamo smesso perché la depressione conseguente era troppa. Ma forse è il caso che anche altri si mettano a farlo per rendersi conto della vastità del problema information disorder.

Un’ultima cosa prima di lasciarvi.

Ci sono persone a cui fa comodo che crediate che solo i poco scolarizzati caschino nelle bufale. Sono persone che hanno un disperato bisogno di voi, e del vostro scarso spirito critico. Sono persone consce di spacciare pupù, e che per farvela digerire per bene hanno necessità che voi vi crediate superiori a chi casca nelle fake news… E no, non sono come il cerusico che vendeva l’olio di serpente nel Far west, facilmente riconoscibile dall’abito sgargiante e la parlantina di chi ne ha viste mille. No, questi personaggi sono professionisti, magari vestono pure il camice da dottore o la toga da avvocato, per non parlare dell’uniforme da generale pluristellato, giusto per fare esempi su alcuni dei soggetti che ci è capitato di trattare negli ultimi mesi. Hanno bisogno che voi vi sentiate superiori, perché è solo così che non metterete mai in dubbio le loro verità.

Non credo di dover aggiungere altro, spero di non avervi annoiato.

Se invece il tema vi ha incuriosito non posso fare altro che suggerirvi tre libri per l’estate, uno uscito da poco, autoproduzione di un nostro caro amico, autore e lettore di BUTAC da anni: “Il Petauro Quantico” di Elia Marin; l’altro, anch’esso uscito da pochi mesi per i tipi di Piemme vede l’amico Massimo Polidoro, segretario nazionale del CICAP, alle prese con i meccanismi che spingono le persone a diventare quello che si definisce un “complottista”, e si intitola “Il mondo sottosopra”. L’ultimo ovviamente non può essere che il libro scritto a quattro mani da Noemi Urso ed io: “Fake News, cosa sono e come imparare a riconoscere le notizie false”, edito da Franco Cesati editore.

maicolengel at butac punto it

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