A sei anni da un sequestro
Un bilancio, un editoriale, un tributo

Poco più di sei anni fa, il 6 aprile 2018, la mia mattinata in negozio fu interrotta in modo particolare: due agenti della polizia postale, con cui avevo ormai stabilito un rapporto di collaborazione, entrarono con un’aria insolitamente grave. Non erano lì per parlare di disinformazione o prendere dettagli su una segnalazione che avevo fatto loro pochi giorni prima (in quel caso si trattava del caso COEMM, di cui poi si occupò anche Striscia la Notizia, caso tutt’ora aperto con soggetti che continuano a cascarci), ma per comunicarmi una notizia per me decisamente sconvolgente: il sequestro completo del sito di BUTAC.

L’espressione dei due poliziotti era quella di chi è costretto a portare cattive notizie, e il silenzio pesante preannunciava l’importanza del messaggio che erano venuti a comunicarmi: un magistrato di Bologna, su richiesta di uno di Bari, aveva deciso per il sequestro dell’intero sito, sulla base di una denuncia che riguardava un singolo articolo. Il sito aveva pubblicato all’epoca già quasi quattromila articoli di fact-checking, sarebbe bastato chiedere di eliminarne solo uno, e invece no, secondo il giudice andava sequestrato tutto il sito. Un colpo devastante per il nostro blog, che all’epoca godeva di una notorietà e di un seguito significativi.
Quel giorno segnò un prima e un dopo per BUTAC: il traffico verso il nostro sito subì un calo drastico, anche perché molti giornalisti, parlandone nei loro articoli, non includevano alcun link al nostro sito, ché tanto in quel momento era sotto sequestro e quindi irraggiungibile. Grazie a questo, la parola chiave “BUTAC” – anche quando qualche giorno dopo il sito venne dissequestrato – restò per mesi indicizzata non più verso il nostro sito, ma verso le tantissime testate giornalistiche che avevano trattato la vicenda. Nonostante ciò, abbiamo continuato a lavorare con determinazione, portando avanti la nostra missione di debunking iniziata nel 2013 e che quest’anno, 2024, raggiunge l’undicesimo anno di attività.
La recente funzione di Facebook che mostra ricordi degli anni passati mi ha fatto riflettere molto su quel periodo. Ho rivisto i numerosi messaggi di sostegno e solidarietà che ci furono inviati; questo enorme affetto ha rafforzato la mia decisione di non arrendermi.

Nonostante le difficoltà, il desiderio di lottare contro la disinformazione e di promuovere un’informazione corretta è rimasto immutato.
Questo desiderio nasce non solo da una reazione emotiva, ma anche dalla necessità di denunciare una pratica diffusa e pericolosa: l’uso delle minacce legali e delle querele per diffamazione come strumento di intimidazione. Questa tattica, sempre più diffusa non solo in Italia ma in tutto il mondo, è spesso sfruttata al limite della legalità, quasi come una minaccia mafiosa, specialmente da coloro che traggono profitto dalla disinformazione.
In questi undici anni, BUTAC ha ricevuto innumerevoli denunce, ma abbiamo sempre tenuto duro, uscendo da ogni accusa puliti e a testa alta. Raramente abbiamo scelto di pubblicizzare queste vicissitudini legali; preferiamo concentrarci sul nostro lavoro di controinformazione, piuttosto che indulgere in autocommiserazioni o vittimismi.
Questa resistenza è possibile grazie al supporto economico che viene principalmente dal lavoro stabile che ho nella vita normale, lavoro che mi ha sempre garantito una sicurezza finanziaria. Se dovessimo contare su donazioni e entrate pubblicitarie BUTAC avrebbe chiuso nel 2018. Invece abbiamo resistito, e dopo qualche anno dal sequestro siamo stati assolti da quella querela, come siamo stati assolti anche dalle altre che avevano colpito il blog. L’ultimo caso, molto recente, riguarda la querela contro di noi che aveva fatto il dottor Giulio Tarro, e anche da quella siamo usciti puliti.
L’indipendenza (economica, ma non solo) ci ha permesso di rischiare in nome della libertà di espressione e di informazione.
Tuttavia, alcuni dei nostri colleghi non hanno avuto la stessa fortuna e hanno dovuto abbandonare, spaventati dalle possibili ripercussioni legali e finanziarie di un sistema che troppo spesso protegge chi diffonde falsità piuttosto che chi si batte per la verità. Con questo editoriale voglio ricordare tutti quelli che hanno dovuto cessare la loro attività, vittime di un ambiente ostile che confonde (o finge di confondere) il diritto di critica con la diffamazione.
Questo non è solo un sfogo personale, ma un monito e un tributo a chi ha lottato e continua a lottare per un’informazione libera e onesta.
BUTAC rimane impegnato in questa battaglia, e con il vostro sostegno continueremo a essere una voce contro la disinformazione.
Grazie per aver letto fino a qui.
maicolengel at butac punto it
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