Il costo della pubblica partecipazione: qualche riflessione

SLAPP, giornalismo, minacce legali e quant'altro

Oggi non trattiamo una bufala, ma un piccolo editoriale, editoriale che viene dal fatto che Facebook mi ha ricordato che tre anni fa, più o meno in questo periodo, pubblicavo il messaggio censurato di una diffida che avevo ricevuto da uno dei più importanti gruppi editoriali italiani. La diffida mi arrivava appunto nel mese di marzo, a seguito di un articolo che avevamo pubblicato su BUTAC nel quale ci occupavamo di approfondire le informazioni contenute in un articolo pubblicato da una testata giornalistica che oggi in lingua italiana non esiste più; la sua versione inglese esiste ancora, ma la versione italiana che era stata acquistata da questo importante gruppo editoriale è stata chiusa. Il gruppo editoriale, invece, esiste ancora, ed è tuttora proprietario di alcune delle testate giornalistiche italiane più note e importanti. E al suo interno collaborano ancora i protagonisti della diffida che avevamo ricevuto nel 2021.

Non possiamo riportare i dettagli con nomi e cognomi dei soggetti coinvolti, ma ritengo che sia interessante mostrarvi i toni con cui la mail ci veniva inviata.

“In nome e per conto del direttore di XXXXX YYYYYY e della giornalista medesima testata XXXXXXX YYYYYYY, con la presente ed in relazione alla pubblicazione dell’articolo del X marzo u.s., rinvenibile alla url: XXXXYYYYYYY a firma di Maicolengel Butac dal titolo XXXXYYYYYYYYY, si precisa che la ricostruzione effettuata in tale articolo è incompleta, faziosa ed oltremodo superficiale, in ogni caso idonea a lasciar intendere che la giornalista di XXXXXYYYYYY abbia riportato delle notizie inesatte.

Un maggiore approfondimento scientifico su quanto sostenuto dagli intervistati avrebbe permesso di conoscere la completezza delle informazioni prima di determinare una conclusione contraria allo scritto della nostra giornalista amplificato da una titolazione ed un testo fuorviante entrambi tesi a generare disinformazione.
La pubblicazione contestata appare, dunque, nella migliore delle ipotesi, l’effetto di una superficiale ricostruzione delle circostanze e di una omessa e preventiva verifica dei fatti riportati.
E’ evidente, pertanto, la gravità della disinformazione creata nell’articolo e soprattutto attraverso la titolazione pubblicata nella home page del sito. Fatto salvo il diritto di agire per il risarcimento dei danni conseguenti, si richiede a tutela della testata giornalistica XXXXXXXYYYYYY, ai sensi ed agli effetti dell’art. 8 della legge n. 47/1948, una immediata rettifica di quanto erroneamente sostenuto e/o lasciato intendere nelle notizie diffuse nell’articolo del X marzo u.s., dal titolo “XXXXXXXXYYYYYZZZZZZZZ”.
Alla luce di quanto sopra si diffida, “Butac” a provvedere, attraverso una idonea pubblicazione con pari rilevanza, alla sollecita ed efficace rettifica delle false, incomplete e fuorvianti notizie divulgate con la pubblicazione del testo di seguito indicato:
Nell’articolo di XXXXXXYYYYYY pubblicato su XXXXXXYYYYY si dà conto della tendenza esistente nella comunità medica e scientifica a consigliare il trattamento domiciliare iniziale del Covid-19 con antinfiammatori, preferendolo a quello con paracetamolo. Si fonda su questa considerazione il protocollo del professor Giuseppe Remuzzi, come riportato anche dall’articolo su “testata giornalistica del nostro stesso gruppo editoriale”.
Di cui altri organi di stampa hanno dato conto di recente come ad esempio l’articolo de “altra testata stesso gruppo editoriale”, ove parlando del protocollo Remuzzi, si spiega come anche l’Asl della Marca Trevigiana abbia stabilito linee guida analoghe: Sostengono questa tesi, argomentandola ampiamente e su basi scientifiche, anche le due persone intervistate nell’articolo della nostra testata giornalistica.”

La cosa che ci fece più sorridere quando ricevemmo la diffida fu il fatto che, in chiusura della raccomandata che avevamo ricevuto, per dimostrare di avere ragione, non venivano utilizzati degli studi scientifici o magari i pareri di realtà come l’Istituto Superiore di Sanità o l’OMS. No, veniva riportato un altro articolo, pubblicato su una testata dello stesso gruppo editoriale di cui faceva parte il giornale che aveva pubblicato l’articolo da noi contestato e smentito.

Come avete potuto leggere, ci diffidavano e ci invitavano a provvedere, attraverso un’idonea pubblicazione con pari rilevanza all’articolo originale, a una rettifica delle “false, incomplete e fuorvianti notizie” che avevamo divulgato. Tutto ciò allo scopo di difendere l’onore sia della giornalista che aveva firmato l’articolo originale, sia della testata giornalistica che oggi ha chiuso, sia del gruppo editoriale, visto che la stessa notizia veniva rilanciata da un’altra testata dello stesso gruppo editoriale, molto più grossa, molto più nota. Con molta più visibilità. A seguito della chiusura del testata originale, ovviamente tutte le condivisioni fatte in quel mese dalle altre testate dello stesso gruppo editoriale sono purtroppo svanite.

Sono svanite le condivisioni fatte da le testate all’interno dello stesso gruppo, ma non sono svanite le condivisioni fatte da altri che avevano condiviso l’articolo originale. Non ve le linkeremo, perché non vogliamo darvi dettagli ulteriori su chi siano: visti i toni della diffida, è evidente che appena si riconoscessero nel nuovo articolo ricominceremmo da capo. Difenderci costa, e onestamente ne abbiamo un po’ piene le scatole di doverci difendere a spese – sia di tempo che di denaro – nostre.

Quindi perché scriviamo questo editoriale se non facciamo nomi?

Perché crediamo possa essere interessante mostrare pubblicamente i toni con cui veniamo aggrediti anche da soggetti che operano nel panorama giornalistico italiano, ai più alti livelli. Toni che, nel caso specifico, non sono poi diventati fatti, anche se noi non abbiamo mai pubblicato rettifica, non abbiamo mai fatto le nostre scuse. Alla minaccia iniziale non ha fatto seguito una denuncia reale, una querela per diffamazione o altro. Chi ci minacciava probabilmente sapeva di essere nel torto, ma sperava di spaventarci al punto da far svanire quel pezzo.

Perché è con questo sistema che soggetti che lavorano nel giornalismo italiano fanno carriera, minacciando, spaventando al punto da ridurre le critiche a zero. La giornalista autrice dell’articolo originale è ancora giornalista, ma perlomeno ha smesso di occuparsi di materie che evidentemente conosceva poco.

La testata a cui facciamo riferimento chiuse i battenti nella sua edizione italiana pochi mesi dopo averci mandato quella mail. Il nostro articolo non ha mai subito rettifiche o variazioni, siamo andati avanti a testa alta, ma senza un soldo, come cerchiamo di fare da ormai undici anni.

Ve ne prego, non venite nei commenti a dirci che dovevamo denunciare chi ci minacciava, o che dovevamo presentare querela a nostra volta, sono tutte cose che sappiamo, sono anni che abbiamo avvocati che ci aiutano in queste occasioni, sia nella difesa che nella consulenza. Il fatto che siamo ancora qui pur avendo subito chiusure del sito, sequestri e un numero decisamente elevato di denunce è la dimostrazione che siamo assistiti bene, e ci fidiamo ciecamente di chi ci aiuta.

maicolengel at butac punto it

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