Stefano e i due miliardi dallo zio
Dopo anni, molte testate giornalistiche del nostro Paese cadono ancora con tutte le scarpe in comunicati stampa che hanno il solo scopo di pubblicizzare chi le invia

Che meraviglia il giornalismo italiano: vedere così tante testate pubblicare la stessa identica storia, senza alcuna seria verifica, senza alcun ragionamento dietro gli articoli, dimostra come le redazioni del Belpaese abbiano abbandonato qualsiasi voglia di fare informazione.
La notizia, riassunta da Il Fatto Quotidiano:
Il protagonista della storia, Stefano, originario di Vicenza ma residente a Cuneo, stava sbrigando le pratiche per la successione dello zio materno, morto senza moglie né figli, quando è andato nella banca in cui il parente custodiva una cassetta di sicurezza. Una volta aperta, la sorpresa: banconote in lire di diverso taglio per un valore complessivo superiore ai due miliardi…
…Ma quelle banconote non possono essere portate allo sportello e cambiate. L’istituto di credito al quale Stefano si è rivolto ha infatti rimandato la questione alla Banca d’Italia.
La prima cosa che vorrei che tenessimo presente è che due miliardi di lire, fossero tutte in banconote da centomila lire, occuperebbero il volume di un trolley. Nell’articolo non ci viene detto che tagli avessero quelle banconote, solo che erano “di diverso taglio”. Non sappiamo se ce ne fossero da 500mila, che ridurrebbero il volume, ma senza avere dettagli noi ci limiteremmo a pensare al trolley.

Lo spirito critico (e la sua mancanza)
L’articolo – o meglio gli articoli, come potete vedere dall’immagine qua sopra – si limitano a raccontarci dell’eredità dello zio, ma ci sono altre domande che un buon giornalista dovrebbe fare:
- Che professione faceva lo zio?
- Quando è morto?
- Esiste una dichiarazione del notaio che certifichi la presenza di quei soldi?
Perché vedete, a meno che lo zio non fosse incapace di intendere e di volere da oltre trent’anni, le leggi sul cambio della Lira sono in vigore dall’avvento dell’Euro e sono state comunicate un po’ ovunque a cavallo di quello storico momento. Se lo zio ha continuato a pagare la cassetta di sicurezza per tutti questi anni doveva sapere cosa la stessa contenesse, quindi perché non si è mai presentato in tempo utile per convertire quei denari? Lo spirito critico, quello che andrebbe insegnato a scuola, farebbe subito rizzare le antenne al buon giornalista. E invece troppi, come in una società incapace di qualsivoglia ragionamento, ripetono la stessa identica notizia. Alcuni perlomeno hanno colto che si tratta di un espediente ormai noioso per far pubblicare ai giornali il nome dell’Associazione a cui il caro Stefano si è rivolto per cercare di rivedere i propri denari e hanno evitato di citarla, altri ci sono cascati in pieno e hanno regalato la solita dose di pubblicità gratuita agli stessi.
Perché non è una notizia degna di pubblicazione?
Perché oltre a Stefano – che nel caso riuscisse nell’impresa (ormai praticamente impossibile) di farsi cambiare quei soldi, dovrebbe comunque pagarci sopra tasse e forse giustificarne la provenienza – la notizia non è di interesse per nessun altro. Il lettore comune al massimo soffrirà d’invidia per l’inaspettata ricchezza di Stefano (invidia che passa subito quando ci si accorge che tanto non sono incassabili). Sarebbe una notizia se il giornale scegliesse di andare a fondo, spiegando per filo e per segno cosa dice la legge, e perché quindi quei denari non siano incassabili da Stefano. Ma la maggioranza degli articoli evita di entrare nel dettaglio, perché quasi tutti si sono limitati a prendere un comunicato stampa dell’Associazione in questione, abbellirlo e modificarlo quel minimo da non farlo risultare identico a mille altri, e pubblicarlo.
La legge
Il termine per convertire le lire era il 28 febbraio 2012 (legge 96/1997). Il decreto Salva Italia lo anticipò al 6 dicembre 2011, ma la Corte costituzionale, con la sentenza 216/2015, dichiarò illegittimo l’anticipo. La questione l’ha poi chiusa la Cassazione (sentenza 3592/2022): il termine originario non rivive, si applica la prescrizione ordinaria decennale, e la vigenza di una norma poi dichiarata incostituzionale non ha fermato il decorso. Sul proprio sito la Banca d’Italia ammette il cambio solo a chi dimostra di aver chiesto la conversione tra il 6 dicembre 2011 e il 28 febbraio 2012 e di aver interrotto la prescrizione nei dieci anni successivi.
Nell’articolo di Stefano, da nessuna parte si dice che lo zio lo abbia fatto.
Concludendo
A oggi abbiamo perso il conto delle tante volte in cui abbiamo dovuto scrivere articoli che cercassero di fare chiarezza su questioni ereditarie di questo genere. Il fatto che ci siano ancora così tante redazioni che ci cascano ci fa solo comprendere sempre di più quanto profonda sia la depressione che ha colpito il giornalismo italiano. Se anche la testata che leggete normalmente ha dato questa notizia fatevi un favore: smettete di leggerla, o perlomeno evitate di leggere i contenuti firmati dallo stesso autore, è evidente che si limita a riportare cose che non ha verificato in alcun modo.
redazione at butac punto it
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Immagine di testa di Jason Leung su Unsplash