Il fact-checking e la viralità dell’indimostrabile

Se un contenuto non porta nessuna prova di quanto afferma, l'onere della prova spetta a chi lo diffonde!

maicolengel butac 13 Gen 2025
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Oggi non facciamo un debunk, ma solo qualche semplice considerazione su un’immagine che ci è stata segnalata, immagine che circola in rete da qualche anno e che viene condivisa in forma acritica da troppi soggetti.

La segnalazione che abbiamo ricevuto è questa:

Salve,

Mi è stata inviata da un amico un’opera che, si dice sia esposta su uno dei muri del qg delle nazioni unite.  Ve la allego, e aspetto fact checking. Grazie per il lavoro che fate.

L’opera è bruttarella, e riporta quella che è – nell’immaginario complottista – la mappa della Terra piatta, con i muri di ghiaccio che la circondano e, fuori dai muri, altre terre sconosciute. Nel riquadro interno è possibile vedere abbastanza bene due serie di numeri dall’1 all’11, e se guardiamo con attenzione si vede un foro al centro, segno probabile che in origine si trattasse di un orologio a muro. Circola su TikTok come su Reddit, su Pinterest come su WhatsApp, e dal 2021 viene rimessa in circolazione costantemente.

Prove che sia su un muro delle Nazioni Unite? Nessuna, se non quanto riportano via via i soggetti che la condividono. Se provate a chiedere loro su che muro si trovi, in che palazzo, in che contesto, nessuno sa rispondere. Il fact-checking è tutto qui: sta a chi sostiene che questo ex orologio sia appeso alle Nazioni Unite dimostrarlo coi fatti, non ai fact checker smentire che ci sia.

La comprensione del fact-checking sta tutta in un semplice articolo come questo. Un’immagine come quella che ci è stata segnalata, come tanti altri contenuti che vediamo condividere, sono perfetta dimostrazione di un fenomeno ricorrente nel mondo della disinformazione:

La viralità dell’indimostrabile!

Come ripetiamo da tempo, l’onere della prova – cioè l’impegno nel dimostrare che quanto si afferma ha una corrispondenza nella realtà – non spetta a noi a cui chiedete di verificarle, ma a chi per primo condivide questo genere di contenuti. Non si può considerare “verità” un’immagine con un testo in sovraimpressione, non si può considerare una cosa “vera” finché qualcuno non la smentisce, altrimenti torniamo alla teiera di Russell.

Ragionare in questa maniera, aspettandosi smentite da chi non dovrebbe farle, non è solo un modo di ragionare fallace, ma alimenta anche un clima di confusione in cui in mancanza di smentita qualsiasi cosa, per quanto assurda, potrebbe essere vera. Non è così, altrimenti perderemmo tutto il nostro tempo e le nostre energie a cercare di smentire – non solo su internet – qualsiasi sciocchezza passi di mente a chiunque nel mondo.

La scuola dovrebbe insegnare questi concetti, stuzzicare il pensiero critico nella direzione giusta. Chi vede un’immagine come quella segnalata prima di arrivare a inviarla a un fact checker dovrebbe fare specifiche domande, ad esempio: chi ha scattato la foto, dove l’ha scattata, quando, che prove ci sono a sostegno? L’assenza di risposte non va colmata con ipotesi fantasiose, tantomeno bisogna ritenere una spiegazione campata in aria valida solo perché non ne troviamo altre.

Ma se non troviamo risposte, la domanda successiva da farsi è perché: in questo caso, ad esempio, è incredibilmente improbabile che un’immagine del genere esposta in un luogo pubblico non sia mai stata documentata in nessuna maniera se non con un post sui social che non prova la sua effettiva collocazione, e si può concludere che la spiegazione più probabile è che qualcuno se lo sia semplicemente inventato, come succede migliaia di volte ogni giorno sui social. La conclusione potrà essere rivalutata nel momento in cui si aggiungessero ulteriori informazioni alla nostra indagine. Questo, ovviamente, non impedisce a nessuno di impiegare il suo tempo e la sua energia nel cercare le prove che alle Nazioni Unite sia appesa una rappresentazione della Terra piatta, ma qualsiasi interlocutore a cui esponga la sua teoria è altrettanto libero di non prendere sul serio la questione finché non gli vengono presentate delle prove che la questione meriti il suo tempo e la sua energia.

Ripetiamo, la disinformazione si deve – e si può – combattere con un’arma semplice e potente di cui tutti noi dovremmo essere dotati: il pensiero critico. Non accettiamo mai come vero a prescindere ciò che non può essere dimostrato, solo così possiamo sperare di formare una società più informata e più consapevole.

maicolengel at butac punto it

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