No, i vaccini anti-COVID non causano più danni di quanto si pensi
Chi oggi continua a diffondere disinformazione sul vaccino anti-COVID raramente lo fa per informare: più spesso serve a rafforzare nei propri lettori la convinzione di essere sempre stati dalla parte della ragione...

Su La Verità del 4 febbraio 2026 è uscito un articolo a firma Silvana De Mari dal titolo:
I vaccini anti Covid mRNA causano più danni di quanto la gente pensi
E fin dal titolo si parte, a nostro avviso, molto male, specie considerando che De Mari è laureata in medicina. Il titolo, infatti, non rappresenta una conclusione scientifica ma la personale opinione dell’autrice, senza che questo venga esplicitato in alcun modo all’interno dell’articolo.
In medicina, inoltre, si tende a parlare di danni sempre in relazione a qualcosa: ad esempio, i danni potenziali di un vaccino vengono valutati rispetto ai danni provocati dalla malattia che quel vaccino mira a prevenire. Senza questo confronto viene meno la metodologia scientifica di base, quella che dovrebbe essere parte integrante della formazione di qualunque medico. Ricordiamo di nuovo che Silvana De Mari è laureata in medicina.
Attualmente la comunità scientifica internazionale afferma esattamente il contrario di quanto sostenuto da De Mari. Le principali istituzioni sanitarie mondiali hanno analizzato centinaia di milioni di dosi di vaccini anti-COVID, arrivando a conclusioni concordanti: i vaccini hanno ridotto mortalità e ospedalizzazioni, mentre gli eventi avversi, pur esistenti come per qualunque trattamento medico, risultano rari. I rischi legati all’infezione da COVID-19, soprattutto nelle fasi più acute della pandemia, si sono dimostrati nettamente superiori.
Sia chiaro: questo non significa che i vaccini siano perfetti. Significa che, sulla base dei dati disponibili, il bilancio tra rischi e benefici risulta favorevole alla vaccinazione – e non il contrario, come il giornale ossimoro lascia intendere.
Robert Redfield
Come prova inconfutabile di quanto afferma, Silvana De Mari sfrutta le dichiarazioni di Robert Redfield, ex direttore del CDC. De Mari scrive:
…le dichiarazioni di Robert R. Redfield ex direttore del Centers for Disease Control and Prevention assumono il valore di una vera e propria accusa dall’interno. “Credo che i vaccini a mRna causino più danni di quanto la gente pensi” ha affermato Redfield. Non un opinionista marginale, non un attivista ideologico, ma il massimo responsabile della sanità pubblica statunitense durante una parte cruciale della pandemia.
Questa prima dichiarazione in inglese noi non l’abbiamo trovata, non letterale, e starebbe a De Mari dire da dove l’abbia recuperata, ma non è importante. Redfield infatti ha detto qualcosa di simile nel 2025, che vi riportiamo, come sempre con fonte, in inglese:
“I’m in clinical practice two half days a week right now, and largely doing Covid and long Covid, and I have a number of patients that have very serious long term consequences from the mRNA vaccines”
Si tratta di una dichiarazione basata sull’esperienza clinica personale. Tuttavia, come insegna qualunque corso introduttivo al metodo scientifico, l’osservazione individuale non costituisce una prova epidemiologica. Le valutazioni sulla sicurezza dei vaccini si fondano su studi controllati, analisi statistiche e monitoraggi su larga scala, non su casistiche personali. De Mari prosegue citando nuovamente Redfield:
Ancora più grave è la sua denuncia della sistematica disinformazione operata dalle istituzioni: la rappresentazione della crisi come “pandemia dei non vaccinati”, secondo Redfield non solo era scientificamente scorretta ma deliberatamente fuorviante. “Il vaccino non previene l’infezione” ha dichiarato smontando retroattivamente il pilastro retorico su cui sono state costruite politiche di esclusione, discriminazione e obbligo.
La frase stavolta Redfield l’ha detta proprio così:
wasn’t ever meant to prevent transmission. It didn’t prevent transmission. Probably was a misnomer to call it a vaccine. It’s really more like a medicine. It doesn’t stop infection.
Peccato che sia lui sia De Mari sembrino contare sulla scarsa memoria del pubblico. Già nel marzo 2021 il ministro della Salute Giovannini, ospite da Bruno Vespa, spiegava pubblicamente che il vaccino non garantiva l’impossibilità di trasmettere il virus. Analoghe precisazioni furono fatte da numerosi enti sanitari internazionali fin dalle prime fasi della campagna vaccinale. Noi spiegavamo così i fatti all’epoca:
…ciò che viene spiegato da Giovannini è quello che si sa finora sui vaccini contro COVID-19, perlomeno su quelli che si stanno usando in Europa, se ne parla da mesi, aspettando dati che confermino o smentiscano l’ipotesi che il vaccino protegga anche dal contagio. La dose di vaccino, non è un segreto, protegge dalla malattia grave, ovvero evita che ci ammaliamo di COVID-19 finendo in terapia intensiva. Questo è il traguardo più importante, e qualsiasi giornalista che avesse fatto corretta informazione fin dall’inizio può confermarlo ed essere felice della notizia, invece che cadere dalle nuvole e sorprendersi come fa Vespa.
Presentare oggi il fatto che il vaccino non impedisse completamente il contagio come una rivelazione nascosta significa riscrivere retroattivamente un dibattito scientifico che, in realtà, è sempre stato pubblico. Questo modo di presentare i fatti è tipico della malinformazione.
Un ulteriore elemento assente nell’articolo di Silvana De Mari è il contesto più ampio in cui si colloca la figura di Robert Redfield. Redfield è stato nominato direttore dei CDC nel 2018, una scelta che all’epoca suscitò opposizione da parte di gruppi di controllo e politici per precedenti controversie legate alla sua ricerca e al suo profilo scientifico. Ad esempio, prima della nomina era emersa una situazione di accuse di errori nei dati di una sperimentazione vaccinale condotta negli anni Novanta, che pur non portando a sanzioni formali venne criticata da colleghi e osservatori come indicativa di approcci discutibili alla gestione dei dati scientifici.
Durante la sua direzione dei CDC nel corso della pandemia, Redfield è inoltre stato oggetto di critiche sia da parte di ex dirigenti e scienziati pubblici per presunte difficoltà nel promuovere raccomandazioni basate sui dati a fronte di pressioni politiche, sia per il ruolo ambiguo in alcune comunicazioni iniziali degli Stati Uniti sulla risposta al COVID.
Questo non invalida automaticamente le sue opinioni, ma contribuisce a fornire un quadro più completo del contesto, che nell’articolo non viene presentato. Quadro che forse l’autrice dell’articolo non ci tiene che voi vediate nella sua interezza.
Concludendo
Ci sarebbero molte altre cose da dire sull’articolo pubblicato da La Verità, ma come ripete spesso la nostra Noemi: basta parlare di vaccini anti-COVID. Purtroppo chi continua a pubblicare oggi articoli di questo tipo raramente lo fa per informare. Più spesso serve a rafforzare nei propri lettori la convinzione di essere sempre stati dalla parte della ragione, anche quando i dati e le evidenze scientifiche raccontano una storia diversa.
Continuare a riproporre narrazioni selettive o basate su opinioni personali non contribuisce al dibattito pubblico, ma alimenta solo confusione su temi che meriterebbero rigore e responsabilità.
Per questo, almeno per quanto ci riguarda, ritengo oggi non sia utile aggiungere altro.
maicolengel at butac punto it
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