Un articolo pubblicato su The Spectator USA (testata britannica nella sua versione americana) pone il dubbio che la Cina abbia rivenduto all’Italia gli stessi materiali che erano da noi stati donati in prima istanza. L’articolo viene condiviso su Twitter da Roberto Burioni, che il 5 aprile 2020 scrive:

Questo meriterebbe una verifica. La Cina ci avrebbe rivenduto durante la crisi i dispositivi di protezione che gli abbiamo donato quando erano nei guai. È vero? https://t.co/1XY8oWrX65

— Roberto Burioni (@RobertoBurioni) April 5, 2020

Il tweet è poi stato rimosso quando una qualche verifica è stata fatta, ma l’articolo di The Spectator non è passato inosservato, anzi. Tanti ci si sono buttati a pesce per attaccare il governo, attaccare la Cina e ovviamente fare cagnara come al solito.

L’articolo americano porta come fonte un alto funzionario governativo:

A senior Trump administration official tells The Spectator that it is much worse than that: China forced Italy to buy back the PPE supply that it gave to China during the initial coronavirus outbreak.

La storia, a quanto la stessa giornalista riporta a Paolo Attivissimo su Twitter, sarebbe apparsa sulla stampa estera, ma lei non è stata capace di trovare altra fonte. In realtà ci sono testate che hanno raccontato questa vicenda in Italia, come Il Foglio, ma anche loro l’hanno riportata in maniera a mio avviso imprecisa. Il Foglio il 12 marzo titolava:

Ma quali aiuti della Cina contro il virus, è tutta roba che compriamo

Se ne faceva una questione economica, esattamente come su The Spectator. Ma i fatti andrebbero raccontati tutti, evitando di ometterne. Perché vedete, è vero che l’Italia paga quanto sta comperando dalla Cina, come lo pagano gli americani e i tedeschi. Le donazioni di cui si legge sui giornali sono quasi tutte di specifiche aziende che hanno scelto di regalare perlopiù mascherine e tute protettive, come anche il governo cinese ha fatto. Ma la maggioranza dei prodotti biomedicali che arrivano dalla Cina li stiamo (ovviamente, mi verrebbe da dire) pagando. Costano soldi, magari le aziende che li producono possono limare un po’ sul loro personale guadagno, ma ci sono dei costi vivi che qualcuno deve pagare.

Che è esattamente la stessa cosa successa a gennaio con le “donazioni umanitarie” alla Cina. Qualcosa (mascherine e guanti, e magari qualche tuta) si è donato, ma la maggioranza della merce spedita in Cina era venduta con regolari contratti. Come è facile comprendere anche dalle parole riportate su La Stampa a gennaio:

…il governo cinese ha annunciato l’annullamento dei dazi doganali che erano stati imposti come ritorsione nell’ambito della guerra commerciale con gli Stati Uniti su alcune forniture mediche importate dagli Usa. Pechino ha dichiarato che «attuerà misure doganali preferenziali sulle importazioni da gennaio a marzo 2020, al fine di rafforzare il sostegno alla prevenzione e al controllo dell’epidemia». Le autorità hanno aggiunto che i dazi doganali già riscossi sui prodotti utilizzati nella lotta contro il virus «possono essere rimborsati». Le merci in questione vanno dai disinfettanti alle tute protettive, compresi i mezzi di emergenza.

Gli Stati Uniti, ecco, proprio di loro volevo parlare. Io non vorrei fare il pedante, ma anche l’amministrazione Trump, come quelle di mezza Europa, aveva risposto all’appello della Cina per avere aiuti, e come riportava il New York Times a metà marzo 2020:

In February, the United States flew in 17 tons of supplies to Wuhan aboard four flights that evacuated Americans from the city.

Esattamente come noi. Ma non abbiamo inviato costosi respiratori che poi ci siamo ricomperati. Non li abbiamo inviati perché nessuno dona respiratori (costosi) a un Paese che i soldi per comperarli ce li ha. La Cina non è in crisi economica, o meglio c’è come ci finirà il resto del mondo. Il loro problema era produttivo, col paese in lockdown non riuscivano a produrre materiale a sufficienza. Esattamente come noi ora.

Per capire ancora meglio: in Italia abbiamo un’azienda che fa respiratori per la terapia intensiva, ora la fabbrica è contingentata solo per la produzione interna. Ma non è che quei respiratori vengono regalati al governo o agli ospedali perché oggi siamo in emergenza, vengono (giustamente) venduti, a un prezzo molto più basso rispetto al listino ufficiale, ma comunque venduti.

C’è un tentativo da parte della Cina di imporsi sul piano internazionale come portatrice d’aiuto? Per rifarsi una cosiddetta verginità? Può darsi, come c’è abbastanza ben delineato un movimento che parte sempre da Paesi dell’est e tenta di disgregare l’Unione Europea, e tanti (purtroppo anche tra voi che leggete queste mie righe) si stanno facendo infinocchiare da chi vi sta descrivendo l’UE come brutta e cattiva.

Sarebbe il caso stare un po’ fermi, smetterla di fare propaganda politica, e attendere che il peggio sia passato, in tutto il mondo. Solo dopo aver fatto i conti coi morti e con la crisi che ne conseguirà potremo fermarci un attimo, a bocce ferme, e far la conta di chi ha sparato più disinformazione.

Solo così ha senso continuare a discutere.

maicolengel at butac punto it

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